A Pastrengo una donna massacrata dall'ex compagno. Ma perché gli uomini uccidono?

Dopo le tragedie di Taranto e Pordenone, adesso anche l'omicidio di una maestra a Verona. L'intervista al criminologo

Carabinieri

– Credits: Ansa

Nadia Francalacci

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È stata massacrata dal suo ex convivente. Alessandra Maffezzoli, una maestra elementare di 46 anni è stata prima pugnalata da Giuliano Falchetto, un barista di 53 anni che prima di fuggire, le ha spaccato la testa con un vaso. L'omicidio è avvenuto questa notte a Pastrengo. L'uomo è stato immediatamente ritracciato e portato in caserma dove ha confessato l'omicidio davanti al magistrato.

Una serie drammatica di eventi: Taranto

Ha ucciso prima sua moglie Federica De Luca, 30 anni, strangolandola, poi ha portato il figlio di 4 anni in una casa di campagna, dove gli ha sparato alla nuca con una pistola. Infine, ha rivolto l'arma contro di sé e si è ucciso. Luigi Alfarano, un medico di 50 anni di Taranto, non voleva la separazione, non accettava che la moglie lo lasciasse.

Un massacro che l’uomo ha deciso di attuare proprio nel giorno in cui i due coniugi avrebbero dovuto presentarsi in uno studio legale per discutere della separazione. È stata la mamma di Federica, non avendo più notizie di lei, a insospettirsi e a chiedere aiuto alle forze dell'ordine. I vigili del fuoco hanno sfondato la porta dell'abitazione nel centro storico di Taranto e hanno trovato il cadavere della 30enne, che presentava i segni dello strangolamento e di una colluttazione. Ma in casa non c'erano né il marito né il figlio. Nella copertina della sua pagina Facebook, solo pochi minuti prima di morire, la donna aveva postato la foto, l’ultima dedica al figlio di 4 anni, con la scritta "Andrea ti amo" impressa sulla sabbia.

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Michela Baldo e Manuel Venier in una foto da Facebook


Sangue a Pordenone

Mentre il medico di Taranto sterminava la sua famiglia, a Spilimbergo, Pordenone, il 37 enne Manuel Venier uccideva a colpi di pistola la sua ex fidanzata Michela Baldo, e si toglieva la vita. I corpi sono stati trovati dalla polizia. Lei aveva 30 anni e il suo fidanzato di 37. Lui, ex guardia giurata, non accettava la fine della loro relazione e dopo averla aspettata al rientro dal lavoro, l’ha uccisa con 4 colpi di pistola alla testa. La giovane donna aveva deciso di lasciarlo solo qualche giorno fa.

A Silvio Ciappi, psicoterapeuta e criminologo, consulente psichiatra nel caso di Veronica Panarello, abbiamo chiesto perché gli uomini sembrerebbero diventati incapaci di accettare un rifiuto o una separazione.

"Il minimo comun denominatore in queste storie" - spiega Ciappi - "è rappresentato dalla incapacità di saper reggere l'urto di un legame spezzato. La fragilità del legame gioca un ruolo essenziale. La psicopatologia sta nel non riuscire a chiedere aiuto, a vivere come in una sorta di lutto perpetuo cagionato dalla lontananza di una persona e di una relazione. Spesso però tutto ciò è l'esito di un attaccamento alle persone e al mondo di natura insicura, disorganizzata, ambivalente. Spesso vi è l'idea che aldilà di quella specifica persona, di quel pezzo di mondo al quale dobbiamo rinunciare non vi sia che il buio e la morte. Esperienze che magari il soggetto ha provato nella sua infanzia e nelle prime relazioni sociali, quando il legame col mondo è stato percepito come instabile, violento, contraddittorio. Ecco perché vi sono uomini che si buttano a capofitto nell'altro, convinti che l'altro sia la unica soluzione al proprio male di vivere. Ma gli altri non sono lì a ricucire le nostre ferite, non sono specchi né dei nostri fallimenti né della nostra gioia. Gli altri non sono scuse e scorciatoie. E la violenza è una scorciatoia, è un estremo atto di rabbia verso il coniuge che ha tradito il suo mandato: quello di essere un semplice specchio della nostra esistenza. Ma in una relazione sana non succede questo: il dolore di una separazione, non spalanca le porte all'abisso; mette invece in moto la nostra capacità di relazionarsi di nuovo col mondo, la nostra capacità di saper chiedere aiuto. E se chiediamo aiuto riusciamo a salvarci. Sempre."

Sempre più spesso si assiste, nei fatti di cronaca, all'omicidio-suicidio. Perché l'uomo che uccide decide di farla finita?

Uccidere un'altra persona o uccidersi fa sempre parte del medesimo gioco. Sono facce della medesima medaglia: che l'aggressività sia rivolta verso un'altra persona o verso se stessi, poco importa da un punto di vista psicologico. In entrambi i casi non è che la distruttività interna, l'essere già dentro la morte che spinge una persona al gesto mortale. Ogni omicidio non è che un suicidio rimandato, un gesto che può portare a una lenta privazione della vita. Si uccide l'altro per vigliaccheria, per incapacità di uccidersi. In alcuni casi ciò viene meno, come nel suicidio successivo all'atto eteroviolento.

Solo pochi giorni fa l'omicidio di Sara e ora questa serie di femminicidi e omicidi-suicidi. Quanto influiscono i media?

Non so se ci sia una correlazione diretta tra i fenomeni. Quello che posso dire è che in certi casi, entra in gioco una sorta di attenzione selettiva dei media nell'evidenziare fatti di cronaca e dare loro rilevanza. Del caso di Sara si è parlato molto e anche spesso a sproposito anche da parte di 'eminenti' addetti al settore. Si è parlato morte dovuta a una specie di atto di coraggio della donna che è riuscita inizialmente a ribellarsi all'aggressore salvo poi divenirne preda. Il problema non è nella vittima, è negli aggressori. Ci sono in circolazione persone violente, che viaggiano con una sorta di bomba ad orologeria che solo un personale addestrato potrebbe disinnescare. E si tratta di persone "normali", che vivono una vita "normale". Ecco la difficoltà della diagnosi e del riconoscimento precoce di certe situazioni. Occorre tutelare le vittime ma anche e soprattutto creare dei centri di prevenzione precoce per uomini violenti, per gente che cammina sul bordo, pronta a farsi esplodere. Di gente che in nome del proprio esasperato egoismo, finisce per vedere gli altri come appendice narcisistica dei propri bisogni.


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