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Cronaca

Quei mezzi militari dell'Esercito Italiano finiti in Somalia

La procura di Firenze ha scoperto un'organizzazione che trafficava mezzi e strumentazioni militari tra la Toscana e Mogadiscio

Smontati pezzo per pezzo, bullone per bullone. Poi inscatolati e spediti all’interno di container dai porti italiani a Mogadiscio.

Ècosì che un’organizzazione italo-somala, con base operativa in Toscana, sarebbe riuscita a far sparire illegalmente dal nostro Paese decine di mezzi militari dell’Esercito Italiano che, dopo essere riassemblati, finivano nella disponibilità di organizzazioni belliche e paramilitari di uno Stato ancora sotto embargo: la Somalia.

Il metodo utilizzato sembrerebbe essere semplicissimo.

Le officine di demolizione o le carrozzerie italiane acquistavano regolarmente, per conto di gruppi bellici somali, i veicoli in dismissione dell’Esercito Italiano. Poi, anziché smantellarli o venderli, come prevede la legge, li smontavano e li spedivano in Africa con tutte le strumentazioni e gli armamenti bellici in dotazione ai nostri militari.

Il gruppo, infatti, secondo quanto ha ricostruito la Polizia stradale del compartimento della Toscana nell'operazione "Broken Tank" della Procura di Firenze, aveva il compito di non demilitarizzare i veicoli, anzi, di mantenerne tutti gli armamenti in dotazione: luci di guerra, vernici antiriflesso, pneumatici antiproiettile, strumentazioni radio, installazioni da difesa leggera per fucilieri e mitraglieri.

Tutte strumentazioni e dotazioni militari che invece, in base ad una direttiva del Ministero della Difesa, dovrebbero essere rigorosamente distrutte.

Dalla Toscana alla Somalia 

A commissionare gli acquisti e a pagare migliaia e migliaia di euro attraverso il metodo 'Hawala', molto diffuso nel paese africano e usato anche dai terroristi islamici per muovere il denaro nell'anonimato, erano direttamente i guerriglieri somali.

In sostanza, dalla Somalia arrivava la richiesta “ufficiale” di armamenti e l’organizzazione italo-somala residente tra Pisa, Livorno e Firenze, si attivava per soddisfare la loro "fame" di mezzi militari, soprattutto camion Iveco delle Forze armate italiane.

Questi mezzi non sono particolarmente sofisticati ma sono estremamente resistenti e per questo richiesti dal mercato bellico somalo e, in generale, da quello delle guerriglie africane.

Chi sono i trafficanti

A finire in carcere, con l’accusa di associazione a delinquere transnazionale finalizzata al traffico di materiali di armamento,  Salah Farah, 38 anni e Mehdi Abderahman, 33, entrambi residenti a Montopoli Val d'Arno (Pisa), Mohammed Issa, 33 anni, residente a Pontedera, Ammed Omar, 37 anni, residente a Signa (Firenze).

Agli arresti domiciliari l'italiano Denis Nuti, 45 anni, di Santa Maria a Monte (Pisa), titolare di una grande officina che la polizia stradale, nel corso delle indagini, ha persino monitorato con sorvoli aerei.

I mezzi imbarcati dai porti italiani

Proprio da questa carrozzeria in provincia di Pisa, infatti, sarebbero stati smontati la maggior parte dei veicoli imbarcati su container prima dal vicino porto di Livorno, poi quando i controlli doganali cominciavano ad essere più serrati, dalla banchine di quello di Genova, La Spezia fino a quello di Anversa.

Ma le indagini, che in questo primo stadio di sviluppo hanno coinvolto tra arrestati ed indagati 16 persone, sono ancora in corso. La polizia stradale del Compartimento toscano, sta ancora indagando per ricostruire il numero dei mezzi trafficati illegalmente con il continente africano e i collegamenti dell’organizzazione italo-somala con base in Toscana, con gruppi appartenenti ad altri paesi africani. Al momento non risulterebbero coinvolti militari italiani.   

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