Mendicanti all'assalto di Orvieto

Nel fine settimana la cittadina umbra presa d'assalto da chi chiede l'elemosina

 

di Gianni Marchesini

Orvieto. Avete presente? Il Duomo, il pozzo di San Patrizio, i papi, i palazzi, le tante piazze, la storia, tutto poggia sopra un masso di tufo avvolto da un fremito etrusco. Siamo uccelli quassù che volteggiano garruli e sguaiati e un po’ scoglionati al di sopra del mondo giù sotto che cammina minuto, fa, costruisce. Voliamo sospesi nell’arguto disincanto qua e là per questa rupe, inespugnabili, a picco sulla piana dove scorre il fiume che due anni or sono pensò bene di allagare: un disastro come i sessant’anni di regime sinistro che ha provocato danni incalcolabili.

 Il Partito, quello comunista con la P maiuscola, con lena pepponesca ha tolto dall’incomodo tutto ciò che non fosse organico: l’iniziativa individuale, l’impresa, le professioni, le idee. Giunse perfino una lettera, mittente il presidente della Corea del nord. “Non esagelate con comunismo”, diceva: “Altlimenti io peldo plimato”. Insomma un comunismo totalizzante fate conto come a Siena, ma senza il Monte dei Paschi cosicché quassù se ne son andati tutti, scuole, uffici, tribunale lasciandoci soli a volteggiare circondati da un silenzio senile. Fortuna la discarica! Ridente e assolata con tanti gabbiani gioiosi, ti appare d’improvviso in mezzo al verde delle vigne e ti mozza il fiato. Anche per via dell’odore ma, vivaddio, l’organico è salvo.

Cosa resta? il capitale città. Insomma le solite cose ma significative: monumenti, cultura, bellezze, vino & cucina da trasformare in industria del turismo rimodulando tutta la città su tale obiettivo.

E’ l’ultima chance tant’è che i post compagni, oggi meno arcigni ma pur sempre tuttora pre renziani, ne parlano nei loro convegni da vent’anni con lo stesso titolo: “Quale futuro?”. Niente da fare. Tutte le mattine alle ore otto e quaranta alla Stazione d’Orvieto sbarcano i pendolari dell’elemosina. Tutto al posto: hanno il regolare permesso del racket. Sono zingari: donne che arrivano (per comodità) già inginocchiate, storpi diversamente disabili con le cosce toniche come Marchisio, zingarelle dodicenni munite di bicchiere di plastica rubato da prima, turisti vestiti da zingari usi a prelevare (termine razzista: rubare) nei negozi e nomadi da appartamento che mentre cerchi di identificarli già ti stanno scassinando casa. Poi i neri. Tra neri ci sono quelli che ti dicono “capo”, quelli che ti dicono “boss” e quelli che alzano solo il dito. Si uniscono volentieri saltimbanchi, mimi verniciati come Masai, suonatori, percussionisti. Salgono tutti ad Orvieto. Il posto di lavoro è il centro storico, un centro (storico) d’accoglienza. Il salotto della città, l’ultimo capitale da investire, consegnato ad una ciurma delittuosa di mendicanti. Come mai? Chi li difende? E’ un’entità imbattibile, coriacea, ideologicamente potente e inossidabile, una tenace saldatura tra due chiese: il politicamente corretto. Costoro molestano, truffano, rubano, fanno cadere la gente anziana. Molte le telefonate al distratto di polizia. Non accade nulla. Così, in un angolo della città, a una bambina, circondato da una luce verde, è apparso Bitonci, il sindaco di Padova. Dicono che piangesse. Sono accorsi in molti, adoranti e ne è nata un’iconografia salvifica: Bitonci che raddrizza il finto storpio; Bitonci che con il bastone in mano dice alla donna inginocchiata: “Alzati e vedi de camminà”; Bitonci che allontana il nero mentre molesta la vecchietta e Bitonci che porta la delibera al sindaco d’Orvieto dove sta scritto, (nero su bianco forse non è il caso di dirlo), come si agisce perché se ne vadano tutti e non tornino più nella bella città di Orvieto.



 

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