Cronaca

Mediazione Civile, quando la Giustizia non incassa

Nella maggioranza dei casi la sanzione per chi no si presenta non viene applicata. E lo Stato perde decine di milioni di euro

tribunale giudice processo

Antonio Amorosi

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uello che succede nella giustizia civile italiana andrebbe studiato nelle accademie mondiali del diritto. Nel nostro Paese prima d’intentare una causa civile contro qualcuno è obbligatorio per legge, in moltissimi settori, passare dall’istituto giuridico della mediazione civile. Avviene per limitare il numero dei procedimenti in corso ed evitare di finire in un’aula di giustizia. Perché tra processi arretrati che si accumulano di anno in anno, in Italia sono pendenti circa 3 milioni e mezzo di cause civili. Nel 2009 erano 5,7 milioni. Con un intasamento tale della giustizia da dover attendere 2.866 giorni, quasi otto anni, per avere una sentenza definitiva.

La mediazione è l’attività svolta da un soggetto terzo imparziale che cerca di trovare un accordo amichevole. Chi ritiene di aver subito il danno convoca la controparte. Se questa non si presenta e non ha un giustificato motivo scatta l’articolo 8, comma 4-bis della legge che prevede la condanna a versare un importo pari alla messa a ruolo della causa.

Ma le cose vanno in modo un po’ diverso. Com’è accaduto alla signora Rossi di Roma che dopo la truffa di un assegno clonato da 12 mila euro ha chiamato due banche alla mediazione: il denaro risultava già incassato. Le banche non si presentano. Si va in giudizio, il giudice propone a sua volta una mediazione che viene accettata anche dalle banche ma che cambiano idea e danno di nuovo forfait. Si torna al processo. Risultato? La causa dura tre anni, la signora ha pagato 10 mila euro per spese legali e mediazioni mancate, «le controparti hanno preso tempo e nessun giudice le ha sanzionate», spiega l’avvocato Gabriel Frasca.

«Nel 99 per cento dei casi la sanzione per chi non si presenta non viene applicata», racconta a Panorama Giovanni Giangreco Marotta, presidente e legale di Assiom, l’Associazione italiana degli organismi di mediazione, «e la mancata applicazione provoca un danno allo Stato di oltre 20 milioni di euro l’anno». Solo nel 2017 ci sono stati 166.989 casi iscritti a mediazione, com’è da obbligo, 183.977 nel 2016, 196.247 nel 2015 e 179.587 nel 2014, dicono i dati ufficiali del ministero della Giustizia. Procedimenti che diventano cause in tribunale e che si accumulano negli anni tra un’udienza e l’altra.

«In Italia le cause di mediazione hanno un valore medio di 15 mila euro» dice Marotta «con 237 euro di imposte da pagare su ogni mediazione a cui non ci si è presentati. In tanti anni abbiamo visto sanzioni solo in casi eccezionali». Ma se il danno ammonta a 20 milioni di euro perché i giudici non applicano la legge? I maliziosi sostengono che i giudici non sono «stimolati» a sanzionare perché le progressioni di carriera dei magistrati dipendono dal numero di sentenze e ordinanze che questi depositano con i processi. Con la mediazione non c’è processo e quindi...

Una rilevazione condotta dal ministero della Giustizia mostra che solo nel 48,2 per cento dei 166.989 casi di chi si è iscritto alla mediazione nel 2017 (80.488 contenziosi) è comparso davanti all’istituto. Il restante 48,4 per cento (86.501 casi) non si è presentato, non motivando impedimenti. Moltiplicando gli 86.501 procedimenti per 237 euro di media si ottengono più di 20 milioni di danni.

Così l’avvocato Marotta e Assiom hanno presentato una «denuncia di danno erariale derivante da omessa irrogazione di sanzione» alla Corte dei conti del Lazio, al procuratore capo regionale Andrea Lupi, al ministero della Giustizia e al ministro Alfonso Bonafede che ha incontrato Assiom i primi giorni di marzo. In pratica, scrivono Marotta e Assiom «una mancata entrata per le casse dello Stato nell’anno 2017 per circa 20.500.000 euro», provocando un «danno erariale sia per la mancata acquisizione di entrate certe liquide ed esigibili di pertinenza dello Stato sia perché a causa della mancata applicazione della norma, a essere frustrata o comunque compromessa» è «la finalità deflattiva di interesse pubblico sottesa alla mediazione obbligatoria». Tradotto: oltre al danno economico, c’è pure quello di intasare di cause i tribunali.

La maggioranza delle controversie in cui le parti non si presentano riguardano procedimenti del settore assicurativo, bancario e finanziario. Va ricordato che le mediazioni sono possibili in cause condominiali, per i diritti reali, le divisioni patrimoniali, le successioni ereditarie, i patti di famiglia, le locazioni, i comodati, l’affitto di aziende, il risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria, il risarcimento del danno derivante da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, nei contratti assicurativi e in quelli bancari e finanziari.

Visti i tempi della giustizia, i soggetti bancari e finanziari per evidenti capacità economiche possono «schiacciare» il cittadino. Prediligono, infatti, cause lunghe e costose, ma dall’esito incerto, alla soluzione veloce della mediazione che agevola il singolo che non può permettersi le spese di un processo infinito.

A rincarare la dose, nel primo semestre di quest’anno è previsto l’avvio di un iter di riforma del processo civile che introdurrà meccanismi semplificativi per le cause. Tra le bozze del provvedimento vi sarebbe anche la previsione di depennare dall’obbligo della mediazione proprio i settori assicurativo, bancario e finanziario: insomma, qualcosa che somiglia tanto a un regalo a quelle istituzioni. La giustizia soccombe, lo Stato ci perde dei soldi e a vincere è l’arroganza dei più forti.

«Abbiamo mandato l’esposto alla Corte dei conti del Lazio ma presto procederemo con le altre regioni», spiega Marotta. «Non ci aspettiamo che sanzionino i giudici», dice con rassegnata pacatezza, «bisognerebbe che qualcuno depositasse i casi specifici, ma che almeno vengano predisposte direttive in cui si dica di non tollerare più un danno simile allo Stato»

E nel caso non avvenisse? «Ci rivolgeremo agli istituti europei». Già in passato l’Italia è stata sanzionata dalla Corte europea per i diritti dell’uomo o si è vista aprire procedure di infrazione da parte di altri istituti sovranazionali per malagiustizia, mancata applicazione di procedure che sanzionino realmente le responsabilità civili dei magistrati, l’eccesiva durata dei processi, il sovraffollamento delle carceri. Non vorremmo che tra le infrazioni finissero anche quei giudici che con sistematicità hanno l’abitudine di non applicare la legge. n

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