Esclusivo/Parla il generale Mario Mori: «Mi hanno assolto, ma ancora non mi basta»

Nel numero di Panorama in edicola dall'8 agosto la prima intervista del carabiniere assolto dall'accusa di favoreggiamento aggravato

Il generale dei Carabinieri Mario Mori – Credits: ANSA/MICHELE NACCARI

«Mi hanno offeso le posizioni assunte da persone che stimo e da cui non me lo sarei mai aspettato. L’onorevole Giuseppe Pisanu, per esempio. E Walter Veltroni. Da loro mi aspettavo giudizi più distaccati e sereni».

Così si esprime il generale Mario Mori, nella prima intervista dopo l’assoluzione dall’accusa di aver volutamente mancato la cattura del boss Bernardo Provenzano rilasciata al settimanale Panorama in edicola da domani, giovedì 8 agosto.

«Non avevo dubbi che sarebbe finita così» dice Mori a Panorama parlando delle sue vicende processuali. «Dopo più di cento udienze è emersa tutta l’inconsistenza delle argomentazioni dell’accusa».

Panorama gli chiede come si senta dopo quasi 20 anni sotto inchiesta e Mori risponde: «Sotto tortura, sì, è proprio il caso di dirlo, ma per carattere, non la do vinta a nessuno. Bisogna comunque riconoscere la buona fede a tutti. Mi correggo: quasi a tutti. E mi fermo qui, per ora».

Alla domanda se abbia altri sassolini da togliersi dalle scarpe, il generale replica: «Ci sto pensando, non è escluso che lo faccia».

Quanto al suo grande accusatore Massimo Ciancimino, Mori dice: «Voleva salvare il salvabile dei beni di famiglia sfruttando documenti che gli aveva lasciato il padre adattandoli e interpretandoli a suo modo. Il personaggio è stato sfruttato senza valutarne il reale peso specifico, per pure ragioni strumentali o di cassetta. La verità è che Ciancimino jr e i suoi sostenitori si sono usati a vicenda».

Infine il generale parla dell’altro processo palermitano in cui è imputato, quello sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra: «Non so se ci fu» dice Mori. «Se c’è stata, io non ne sono a conoscenza. Comunque, non credo che abbia riguardato il famoso 41 bis: su 324 “ammorbidimenti” del carcere duro, solo poco più di una ventina riguardavano mafiosi, ma nessuno di loro era un boss di rango. Se qualcosa è successo, è avvenuto a livelli altissimi».

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