Mai più carcere per diffamazione

L’appello lanciato da Panorama per cambiare le norme sulla diffamazione ha mobilitato in Parlamento un fronte trasversale

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Ignazio Ingrao

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L’appello lanciato giovedì 30 maggio da Panorama per cambiare entro 100 giorni le norme sulla diffamazione ha mobilitato in Parlamento un fronte trasversale. La galera per i giornalisti non è degna di un paese democratico, affermano politici di tutti gli schieramenti dopo la condanna del direttore Giorgio Mulè a 8 mesi di carcere senza la condizionale per «omesso controllo» e dei giornalisti Andrea Marcenaro a 1 anno senza la condizionale e Riccardo Arena a 1 anno con la sospensione della pena.

Riprende così un dibattito che, dopo la condanna definitiva a 14 mesi di prigione di Alessandro Sallusti il 26 settembre 2012, si era arenato al Senato ed era stato poi interrotto dalla fine della legislatura.
In tempi record la commissione Giustizia di Montecitorio, presieduta da Donatella Ferranti (Pd), ha calendarizzato la discussione sulla proposta presentata da Enrico Costa (Pdl) che abolisce il carcere per diffamazione e ingiuria, sanziona la «querela temeraria» ai danni di un giornalista ed esclude la punibilità in caso di pubblicazione della rettifica. L’obiettivo è arrivare rapidamente almeno alla modifica dell’art. 595 del Codice penale, sostituendo la pena del carcere (fino a 3 anni nel caso di diffamazione a mezzo stampa) con la multa. In questa direzione va anche la proposta di legge presentata dai deputati Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Deborah Bergamini per modificare la legge sulla stampa e il Codice penale.

«Né manette né impunità » per i giornalisti, chiede Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera, che in un dossier della sua Free Foundation propone di «copiare dagli inglesi» che hanno totalmente depenalizzato la materia: «Vale a dire non solo l’abrogazione del carcere, ma la rinuncia a considerare reato la diffamazione a mezzo stampa».

E il Senato non sta a guardare. Felice Casson (Pd), vicepresidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama, ha presentato un disegno di legge concentrato sulla modifica del Codice penale: «Vogliamo dare un segnale politico forte, abolendo la pena detentiva per i giornalisti. Se poi, nel corso della discussione, potremo aggiungere altri elementi, come il tema della rettifica, tanto meglio» spiega Casson a Panorama. L’iniziativa è sostenuta dal capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda. E dal Pd anche Ivan Scalfarotto, membro della commissione Giustizia alla Camera, sollecita una rapida approvazione della riforma. Anche l’Europa mette in mora l’Italia: la responsabile per la libertà dei media dell’Osce, Dunia Mijatovic, chiede che l’Italia abolisca al più presto il carcere per i giornalisti (vedere l’intervista a destra).

E l’eurodeputata Licia Ronzulli (del Partito popolare europeo) presenterà un’interrogazione alla Commissione, accompagnata dalle firme di 40 europarlamentari, per sollecitare un dibattito sulla depenalizzazione della diffamazione e la richiesta di una risoluzione da votarsi nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo del prossimo 1° luglio. Ronzulli depositerà un’analoga interrogazione al Consiglio europeo.

Ma questa battaglia vede schierati anche avvocati e società civile. La penalista milanese Caterina Malavenda, che ha tra i suoi clienti anche giornalisti del Fatto quotidiano, è intervenuta a più riprese sul Sole 24 ore e sul Corriere della sera per chiedere una modifica della legge. Lo stesso hanno fatto Franco Siddi, segretario della Federazione nazionale della stampa, e Beppe Giulietti, portavoce dell’associazione Articolo 21. Un fronte trasversale che reclama dal Parlamento un gesto concreto in difesa della libertà di opinione.

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