Mafia: cosa resta della Cosa Nostra agrigentina

La maxi operazione della Dda di Palermo ha smembrato i 16 mandamenti di Santa Elisabetta e Sciacca

blitz nell'agrigentino

Decapitati i 16 mandamenti di Cosa Nostra agrigentina. 22 gennaio 2018 – Credits: Ansa

Nadia Francalacci

-

Caffè e appalti in cambio di voti e favori. L' “Operazione Montagna”, la più imponente mai messa a segno nel territorio agrigentino, ha smembrato i 16 mandamenti di Santa Elisabetta e Sciacca e altrettante famiglie mafiose della provincia.

A finire in carcere nella maxi operazione dei Carabinieri del Comando Provinciale di Agrigento scattata all’alba del 24 gennaio, 56 persone tra boss, imprenditori e politici.

Il primo a finire in manette è stato il padrino Francesco Fragapane, 37 anni, figlio dello storico capomafia di Santa Elisabetta, Salvatore, da anni ergastolano al 41 bis.

Il clan intorno a Francesco Fragapane

Il boss Francesco Fragapane, scarcerato nel 2012 dopo aver scontato una condanna di sei anni, aveva ricostituito e retto lo storico mandamento del padre Salvatore, che comprendeva tutta l'area montana dell'agrigentino e ben nove paesi: Raffadali, Aragona, S. Angelo Muxaro e San Biagio Platani, Santo Stefano di Quisquina, Bivona, Alessandria della Rocca, Cammarata e San Giovanni Gemini.

Con il boss Fragapane, sono stati arrestati diversi familiari del padrino di Agrigento e capimafia a lui alleati che avevano stretto alleanze e affari con i politici locali.

Tra le ordinanze di custodia cautelare disposte dalla Dda di Palermo, infatti, appare anche il nome di Santo Sabella, detto Santino, il sindaco di San Biagio Platani, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Voti in cambio di appalti

Il primo cittadino di San Biagio Platani, in provincia di Agrigento, secondo gli inquirenti, avrebbe concordato quattro anni fa, con alcuni esponenti di Cosa Nostra del suo paese, sia le candidature da presentare nella sua lista in occasione delle elezioni comunali del maggio 2014, sia, ovviamente, in quelle a lui contrapposte.

Una volta vinte le elezioni, il neosindaco Sabella, iniziò a stipulare accordi con i capi mafia del territorio garantendo loro la gestione degli appalti pubblici banditi dal Comune, primo tra tutti quello multimilionario alla Comil di Favara. Non solo, “Santino”, come se non bastasse, iniziò persino a dispensare suggerimenti su come comportarsi, con chi parlare e chi non frequentare, ai boss della zona.

I consigli del Sindaco al boss

Primo fra tutti, al boss Giuseppe Nugara, reggente di San Biagio Platani.

In più di una occasione Sabella lo avrebbe messo in guardia, sia dai controlli presenti in paese effettuati dai sistemi di telecamere che dal parlare con un carabiniere in servizio presso la locale Stazione dell’Arma. Il sindaco si raccomandava con il boss di non sostare davanti alle telecamere perché “tutti i bastardi stavano davanti ai monitor a guardare”.

Ma gli intrecci tra la politica e Cosa Nostra agrigentina, non si sono limitati alle elezioni del sindaco Sabella. Gli inquirenti hanno documentato che due degli arrestati, Calogerino Giambrone e Pietro Stefano Reina, avrebbero concluso un accordo per raccogliere voti per la moglie di Reina, Giovanna Bonaccolta, candidata alle amministrative 2015 a Cammarata: i due boss mafiosi raccoglievano voti in cambio di favori per una fornitura di caffè.

Voti in cambio di caffè

Per i magistrati, Reina avrebbe ottenuto da Giambrone, esponente della famiglia mafiosa di Cammarata e San Giovanni Gemini, "la promessa di procurare voti per la stessa Bonaccolta, in cambio della promessa di erogazione di altra utilità", e "segnatamente - scrive il gip - della intermediazione nella stipula di un contratto di fornitura caffè da parte di Vincenzo Bonaccolta, fratello della candidata, titolare dell’area di servizio Motel San Pietro, in favore di Vincenzo Mangiapane, cognato di Giambrone" e "comunque della promessa di altre utilità dopo la avvenuta elezione della moglie".

Racket e business dei migranti

Ovunque ci siano possibilità di guadagno Cosa Nostra tenta di inserirsi. Così anche quella agrigentina che aveva messo gli occhi sul business dei migranti.

Tra le 27 estorsioni accertate nel corso dell’inchiesta, compaiono anche due cooperative che gestiscono l'accoglienza di migranti costrette a pagare il pizzo alla famiglia mafiosa di Cammarata. Si tratta della Omnia Academy di Favara e della società cooperativa San Francesco di Agrigento.

Dall'inchiesta, però, emerge anche un tentativo da parte dei mafiosi di organizzare nuovi centri di accoglienza per migranti. Un tentativo che non è andato in porto grazie al blitz dei carabinieri.

Secondo le indagini, il responsabile della coop San Francesco avrebbe chiesto al boss "di individuare un immobile da adibire a centro di accoglienza nell'area compresa tra i comuni di San Giovanni Gemini e Cammarata e successivamente di ottenere le relative autorizzazioni comunali dalle amministrazioni locali".

Calogerino Giambrone, secondo l'accusa, avrebbe curato la gestione di tutta la parte amministrativa relativa alle autorizzazioni comunali per regolarizzare l'immobile da destinare a centro di accoglienza, "con l'intento di ottenere, quale corrispettivo dell'interessamento, l'assunzione da parte della cooperativa di persone vicine al clan e il pagamento di una somma in denaro da stabilire in percentuale sul numero degli immigrati ospitati nel centro".

© Riproduzione Riservata

Commenti