Cronaca

Mafia, arrestato a Trapani imprenditore antiracket

Doveva essere il volto "sano" di Alcamo, invece faceva parte della cosca di Castellammare del Golfo. Fermato questa mattina assieme ad altri quattro boss

Nadia Francalacci

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Vincenzo Artale era una garanzia. Era. Il suo nome e il suo volto, fino all’alba di questa mattina, erano quelli di un imprenditore che combatteva la Mafia, uno dei promotori dell’Associazione antiracket di Alcamo, paese del trapanese, regno del boss latitante Matteo Messina Denaro.

Ed invece, proprio quell’imprenditore, Vincenzo Artale, era uno dei cinque uomini della cupola di Castellammare, enclave storica delle cosche trapanesi, arrestati questa mattina dai Carabinieri di Alcamo e del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Trapani.

La cupola di Castellammare

Assieme a Mariano Saracino, 69 anni, Vito Turriciano, 70 anni, Vito Badalucco, 59 anni , il boss Vincenzo Artale di 64 anni, è accusato di associazione mafiosa, estorsione aggravata, danneggiamento aggravato, fittizia intestazione aggravata, frode nelle pubbliche forniture e furto.

L'inchiesta, coordinata dalla Dda di Palermo, guidata dal procuratore Francesco Lo Voi, è stata avviata nel 2013 dopo una serie di attentati a imprenditori edili e del movimento terra.

I carabinieri hanno scoperto che i danneggiamenti erano da ricondursi al contesto mafioso legato alla famiglia di Castellammare del Golfo, che fa parte del mandamento di Alcamo, e al cui vertice c'è Saracino, già condannato per associazione mafiosa e da sempre legato alla storica "famiglia" alcamese dei Melodia.

Dalle indagini è emerso che un gruppo di persone imponeva la fornitura di calcestruzzo a diversi imprenditori impegnati sia in lavori privati che in opere pubbliche.

Il doppio volto dell'imprenditore antiracket

Infatti se Saracino era al vertice della cupola facente capo a Matteo Messina Denaro, Vincenzo Artale, che doveva essere il volto ‘pulito’ della Sicilia, era invece colui che godeva di tutti i privilegi derivanti dal supporto del clan. La cosca di Castellammare del Golfo gli avrebbe assicurato una sorta di monopolio nella fornitura del calcestruzzo.

Ad Artale, che fa parte dell'associazione antiracket e antiusura di Alcamo, di fatto la mafia avrebbe garantito una posizione di forza all'interno del mercato. Con pressioni ed intimidazioni, i committenti di lavori privati o le ditte appaltatrici venivano costretti a rifornirsi di cemento dall'imprenditore, che si è aggiudicato tutte le maggiori forniture nei lavori in zona.

Diversi sono stati gli episodi estorsivi accertati nel corso dell'indagine, alcuni dei quali provati anche con la collaborazione delle vittime. Nel corso dell'operazione è stata sequestrata inoltre l'azienda "SP Carburanti s.r.l.", con sede legale a Castellammare del Golfo, considerata fittiziamente intestata a prestanome, ma riconducibile alla famiglia mafiosa di Castellamare del Golfo.

All’operazione di questa mattina hanno partecipato oltre 100 militari dell’Arma con l'ausilio di un velivolo del 9/o Nucleo Elicotteri di Palermo.

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