Cronaca

Lombardia e rifiuti: la nuova Terra dei Fuochi

Nella regione più avanzata d'Italia aumentano gli smaltimenti illegali di rifiuti. Con problemi per la salute pubblica

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Giorgio Sturlese Tosi

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«Si invita la popolazione a tenere le finestre chiuse, a sostare il meno possibile all’aperto e a non mangiare verdure e frutta prodotte nell’area». L’appello del Comune di Milano è da coprifuoco. Tre scuole chiuse, la circolazione del «passante» ferroviario deviata, centri sportivi con i lucchetti ai cancelli. Alle 22 e 40 del 14 ottobre scorso, in via Dante Chiasserini a Milano, tra i quartieri di Quarto Oggiaro e Bovisasca, è divampato un incendio gigantesco in un capannone industriale stipato fino al tetto di rifiuti. I focolai, quasi contemporanei, erano stati innescati in posizioni strategiche e in pochi minuti le fiamme hanno raggiunto 40 metri di altezza. I trenta mezzi dei Vigili del Fuoco hanno impiegato tre giorni per spegnere i roghi: con quellla colonna di fumo denso, nero e acre che si alzava sopra il cielo di Milano, per poi ricadere depositando veleni al suolo.

In Lombardia i falò tossici di montagne di spazzatura hanno il ritmo di almeno due al mese. Sempre dolosi, sempre appiccati dai trafficanti di rifiuti. Sono 37 gli incendi in capannoni stipati di immondizia o in discariche nel capoluogo negli ultimi mesi, altre decine nella regione. Non è la terra dei Casalesi raccontata da Roberto Saviano in Gomorra, ma la città che si è appena aggiudicata le Olimpiadi invernali del 2026.

La mappa degli «incendi liberatori» provoca rabbia e apprensione. Cinisello Balsamo, Mariano Comense, Cassago Brianza, Cologno Monzese, Alzano Lombardo, Chiari, Pioltello, Cremona, Corteolona, Mortara, Novate Milanese, Arese, Lainate sono solo alcuni dei centri della regione colpiti dai roghi tossici, che spesso vicino a terreni agricoli, che hanno riguardato soprattutto i siti autorizzati allo stoccaggio dei rifiuti, segno che il virus della monnezza ha infettato anche il circuito legale dello smaltimento. Mentre i fascicoli sui tavoli dei magistrati annunciano prossimi terremoti negli uffici pubblici. Un rapporto dell’Università Statale di Milano è allarmante: in Lombardia sono state rilevate 399 infrazioni, che hanno portato a 451 denunce, a 21 arresti e a 268 sequestri.

La statistica negli ultimi mesi si è però impennata, le cifre moltiplicate. Nell’incendio di via Chiasserini sono andati a fuoco tremila metri cubi di rifiuti stoccati abusivamente: 18 mila tonnellate di plastica, carta, cisterne di olii esausti, pneumatici, scarti di edilizia, furgoni e persino una barca. Materiali che arrivavano dalle regioni del Centro e del Nord Italia. Le indagini condotte dal Noe, il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri, e dalla polizia, su coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Milano, a febbraio hanno portato a 15 arresti. Quattro mesi dopo, il 4 giugno, altri 20 arresti tra Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Campania, per traffico illecito. Un milione di euro il profitto di pochi mesi per la gestione criminale di 10 mila tonnellate di rifiuti provenienti dalla Campania e da vari impianti, anche a partecipazione pubblica, del Nord.

Il business delle cave

Le indagini hanno quindi svelato come funziona il sistema dello smaltimento illecito di rifiuti e chi lo gestisce. Il territorio viene contaminano senza alcuna preoccupazione. Contano solo i guadagni illeciti e i soldi facili, che comunque vada sono tanti.

Il ruolo più importante spetta a imprenditori senza scrupoli che da anni operano nel settore. Sono i titolari di società che ritirano i rifiuti dalle aziende di raccolta per portarli in siti di trattamento o smaltimento. Questo sulla carta. In realtà i boss della monnezza si affidano ai cosiddetti broker, intermediari che ricercano sul territorio cave abbandonate o capannoni in disuso. Ai proprietari delle strutture mostrano documenti falsi o provvisori, millantano impossibili fideiussioni bancarie ed elargiscono qualche migliaio di euro per l’affitto dei siti. Pochi soldi che però sono come ossigeno per gli imprenditori, spesso strozzati dalla crisi. Entrano quindi in gioco i corrieri, aziende di trasporto conniventi che effettuano decine di viaggi al mese, trasportando migliaia di tonnellate di immondizia dai siti di raccolta a quelli di stoccaggio.

Il compenso per i camionisti? Fino a 1.800 euro al giorno. Agli atti dell’ultima inchiesta della Dda milanese c’è la testimonianza di uno di loro che racconta di aver abbandonato il camion in mezzo alla piazzola di scarico, infuriato per la puzza che ne usciva e i ratti, grossi come gatti, che saltavano fuori dal carico. Il business prosegue fino a quando i capannoni o le discariche traboccano. E «alla fine interviene un incendio liberatorio che risolve loro il problema» spiega Alessandra Dolci, procuratore aggiunto di Milano e capo della Dda.

Queste dinamiche si ripropongono identiche nelle numerose inchieste ancora aperte e condotte dalle procure del centro e nord Italia, delle Dda di Milano, Torino e Venezia e nelle indagini dei carabinieri forestali, del Ros e del Noe, polizia, Guardia di finanza e alcune polizie locali, sempre del Nord. Le inchieste aperte sono decine e raccontano il destino dei nostri scarti. L’apparente tregua dei capannoni dati alle fiamme non illude il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno del traffico di rifiuti, Stefano Vignaroli, che ha scelto proprio Milano come tappa per la missione di luglio: «Il rogo alza troppo il livello di attenzione delle forze di polizia. Per questo, sempre più spesso, leggiamo di capannoni abbandonati stipati di rifiuti anziché di roghi. Certo è che prezzi bassi praticati da intermediari che operano nell’illegalità inquinano il mercato legale e mettono fuori gioco le aziende oneste».

Bonfifiche milionarie

I guadagni illeciti del traffico di rifiuti possono mettere d’accordo gli imprenditori del settore e i boss della criminalità organizzata. Nel maggio 2018 la Guardia di finanza ha stroncato, con otto arresti, un colossale riciclaggio di denaro della cosca di Sinopoli e San Procopio di Reggio Calabria che stava per investire nell’attività di smaltimento rifiuti, con tanto di inceneritore, nel comune di Lezzate, provincia di Monza. Ma è almeno dal 2008 che le cosche calabresi della Lombardia avevano fiutato l’affare. L’indagine «Star Wars», condotta dalla polizia provinciale di Monza e Brianza, ha appurato che esponenti della cosca Iamonte di Melito Porto Salvo avevano riempito cave e terreni agricoli intorno a Desio con camion di pneumatici, scarti edili, residui plastici e altri materiali intrisi di idrocarburi, per un totale stimato di 160 mila metri cubi di rifiuti. Un traffico andato avanti per mesi, con centinaia di mezzi pesanti che scaricavano a ritmo continuo, tanto che ai camionisti veniva regalata cocaina per far fronte a turni di lavoro massacranti.

Oggi la cava della ’ndrangheta è ancora lì. Il costo stimato per la bonifica ammonta a 5 milioni di euro, ma i soldi non si trovano. Il comune di Desio ha appena stanziato 150 mila euro per i carotaggi, che dovranno analizzare il terreno e le falde, pare già contaminate da piombo, cadmio e cromo. S’inquina senza limiti, qualcuno semmai provvederà a ripulire.

Pene troppo leggere

Secondo la Camera di commercio di Milano l’attività di gestione dei rifiuti in Lombardia vale 562 milioni l’anno, le società specializzate nel trattamento sono 134 e danno lavoro ad almeno duemila persone. Per l’assessore regionale all’Ambiente, Raffaele Cattaneo, in Lombardia arrivano ogni anno 400 mila tonnellate di rifiuti urbani da fuori regione, ma i dati si riferiscono soltanto al mercato legale e censibile. «Non conosciamo poi quanti rifiuti speciali siano spediti qui» ammette Cattaneo «perché è il mercato a dettare le rotte e il prezzo». I soldi dei rifiuti infatti non puzzano e fanno gola. Anzi, «la merda è oro» dice, intercettato dai carabinieri, il titolare di un’azienda di trasporti che consegnava carichi dall’odore pestilenziale nei capannoni di una banda che operava nel milanese. Il giudice che ha firmato gli arresti, nella sua ordinanza, ha parlato di «pervicacia criminale degli indagati, totalmente accecati dalla prospettiva di realizzare in tempi brevi ingentissimi guadagni con rischi penali contenuti».

Oggi infatti i trafficanti rischiano una pena massima di sei anni, ma raramente vengono condannati a più di tre, evitando quindi il carcere. A fronte di guadagni importanti: ogni tonnellata di rifiuti rende all’organizzazione fino a 200 euro.

Spedizioni da nord a sud

Il mercato illecito della spazzatura è talmente vantaggioso che ci guadagnano anche le società municipalizzate o a partecipazione pubblica. In pratica i cittadini pagano la Tari, la tassa comunale sui rifiuti, mentre le aziende risparmiano sui costi affidandosi a chi offre il prezzo di raccolta e smaltimento più basso. Il prezzo di mercato per i rifiuti da smaltire aumenta di continuo e oggi arriva a 280 euro a tonnellata. I trafficanti, invece, chiedono al massimo 180 euro a tonnellata. Un risparmio che nasconde il malaffare. La procura di Brescia ad aprile ha chiuso le indagini su un traffico di grosse dimensioni gestito da un manager del settore, Paolo Bonacina. L’indagine, condotta dal Noe dei carabinieri, era partita dall’incendio di un capannone nel bresciano, in cui erano bruciati almeno 1.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani.

Per risalire alla provenienza delle ecoballe incendiate i militari hanno viaggiato dalla Lombardia, al Piemonte, alla Campania e al Lazio. La maggior parte dell’immondizia bruciata proveniva dagli impianti di Caivano (gestito da A2A di Brescia) e di Giugliano, di proprietà della Regione Campania, dalla S.a.p.Na. di proprietà della città metropolitana di Napoli. Non solo: avevano conferito lì materiali di scarto anche la Co.La.Ri., il Consorzio Laziale rifiuti del patron romano della monnezza Manlio Cerroni. Altri rifiuti, stavolta di tipo umido, arrivavano dalle società pubbliche Acam di Vezzano Ligure, Net spa di Udine e Quadrifoglio di Firenze, che gestiscono la raccolta in migliaia di comuni. Nell’inchiesta bresciana risultano indagate le società Aral di Alessandria, di proprietà del Provincia, e A2A Ambiente, il colosso dell’energia partecipato dai comuni di Brescia e Milano e quotato in Borsa.

Amministratori Corrotti

Il generale Maurizio Ferla, comandante dei carabinieri per la Tutela ambientale, delinea un’altra in crescita della corruzione di pubblici funzionari: «Riscontriamo regolarmente situazioni di corruzione e di reati contro la pubblica amministrazione e truffe alla collettività, con bandi di assegnazione della gestione dei rifiuti cuciti su misura sulle aziende che in realtà non hanno i titoli per partecipare. In alcuni casi si può ipotizzare che la corruzione coinvolga gli amministratori e i politici che poi firmano quei provvedimenti».

Prova ne sono i 105 indagati e le 43 misure cautelari chieste dalla Dda milanese nell’ultima maxi inchiesta sul sistema di tangenti in Lombardia che lambisce in queste settimane il Pirellone. Uno dei filoni dell’indagine coordinata dai pm antimafia Alessandra Dolci, Adriano Scudieri e Silvia Bonardi riguarda politici, amministratori e imprenditori, e si focalizza proprio sugli appalti per la gestione dei rifiuti, la cui presunta regia occulta sarebbe in capo all’impresario Daniele D’Alfonso. Il quale, intercettato, diceva della sua attività: «Ho seminato talmente tanto, io a tutti quanti ho dato da mangiare». Il 7 maggio, con lui, è finito in carcere anche Mauro De Cillis, da 30 anni in Amsa, numero uno degli appalti dell’azienda milanese dei servizi ambientali, chiamato il «maestro d’orchestra», al quale sarebbe stata promessa una tangente di 100 mila euro per pilotare le assegnazioni dei lavori.

Proprio uno dei testi dell’accusa, Matteo Di Pierro, dipendente di D’Alfonso, racconta di avere inoltrato per errore una mail a tutti gli indirizzi Amsa con i prezzi dello smaltimento per una gara che non era stata ancora neppure bandita. Sott’osservazione è finito anche il bando per il teleriscaldamento di A2A. Fino a oggi sono secretati gli accertamenti su una decina di situazioni che coinvolgono tutte le principali aziende municipalizzate pubbliche del territorio lombardo. Se i sospetti venissero confermati il terremoto giudiziario coinvolgerebbe gran parte del sistema dei rifiuti nella regione e non solo.

Non troppo "differenziata"

Dove finisce la plastica che mettiamo da parte per essere riciclata? Il 20 giugno il Noe dei Carabinieri ha scoperto a Cumiana, nel Torinese, quattro capannoni stipati di ecoballe con 6.500 tonnellate di rifiuti plastici che arrivavano da Campania, Lombardia e Veneto.

Una fonte autorevole conferma a Panorama quello che traspare leggendo le carte delle numerose inchieste giudiziarie: parte della plastica della nostra raccolta differenziata finisce in capannoni come quelli sequestrati a Torino. Il problema è che oggi all’estero non ci sono più Paesi disposti ad accoglierla, seppur a caro prezzo - come la Cina e la Malesia - perché il costo di quel riciclaggio che ci viene promesso è ancora troppo alto.

Il presidente della commissione Ecomafie Vignaroli, oltre ad auspicare la necessaria riduzione degli imballaggi, coglie il punto, anche politico, della questione: «Se si spostassero gli incentivi dagli inceneritori al riciclo, supportando la nascita di nuove filiere per materiali che oggi non hanno sbocchi industriali, tutto il sistema ne trarrebbe beneficio». Le previsioni però non sono positive. In Lombardia ci sono 13 termovalorizzatori, 68 impianti di compostaggio e circa 300 di trattamento, con 16 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e oltre 12 milioni di inerti. Numeri da record in Italia, che però non basteranno a reggere l’ondata di immondizia, destinata ad aumentare. Dice il generale Ferla: «La situazione è critica. Al blocco di importazioni di rifiuti dall’Asia e alle problematiche ricettive degli impianti del nostro Meridione, si aggiungono le emergenze che già si preannunciano per esempio in Sicilia». Le ecoballe arriveranno sempre più numerose in Lombardia.

Le scorie sotto la risaia

Le conseguenze della malagestione degli scarti, privati e industriali, le spiega il tenente colonnello dei carabinieri Massimiliano Corsano, comandante del Gruppo tutela ambientale del nord Italia: «Il problema è più grave di quel che si pensi. È come se i trafficanti si macchiassero del reato di strage per le gravissime conseguenze che le loro attività producono sull’ambiente e sulla nostra salute».

Un esempio? In provincia di Pavia, a Mortara, sotto alcune risaie della Lomellina, sono stati scaricate 5 mila tonnellate di percolato proveniente da una acciaieria di Brescia. La gestione approssimativa del sito di stoccaggio ha portato alla probabile contaminazione di scorie radioattive con Cesio 137 di ben 197 ettari di territorio agricolo, soprattutto risaie. Un inquinamento che potrebbe aver interessato 240 mila consumatori, mentre agli atti della Commissione parlamentare sui rifiuti risulta «accertata una contaminazione chimica e radiologica della falda». Per la malavita dell’immondizia conta solo ciò che finisce nel portafogli, non quello che mettiamo nel piatto. 

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