Cronaca

"Lo Stato non ci tutela": la denuncia del testimone di giustizia

Parla Gianfranco Franciosi, il primo infiltrato civile in una organizzazione di narcotrafficanti, uscito dal programma di protezione

GliOrologiDelDiavolo-2978

Nadia Francalacci

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“Conosco sia la solitudine sia lo sconforto nel quale in questi giorni è piombato Tiberio Bentivoglio: la solitudine del testimone di giustizia e lo sconforto che nasce dalla lontananza "economica" dello Stato”.

Sono le parole amare di Gianfranco Franciosi, testimone di giustizia e imprenditore nautico, al quale il 18 settembre 2015, proprio come è accaduto a Reggio Calabria a Bentivoglio, hanno devastato con un incendio il capannone nel quale progettava e realizzava imbarcazioni di altissimo livello.

Un danno di quasi 300 mila euro che ha costretto Franciosi, in pochissime settimane, a vendere tutto quello che possedeva, compresa la casa dove abitava con moglie e figli, per poter riprendere a lavorare.

“Sono uscito volontariamente dal programma di protezione dei testimoni di giustizia- spiega a Panorama.it, Franciosi- volevo evitare di essere trasferito in una località protetta per continuare a dare dignità alla mia vita lavorando e mantenendo la mia famiglia con il mestiere che ho sempre svolto nella mia città: costruire barche. Ho rinunciato anche al sussidio che viene dato ai testimoni di giustizia, un piccolo stipendio, ma non alla protezione che per legge, mi deve essere garantita dalla mia condizione di testimone”.

Franciosi, la cui incredibile storia è stata descritta nel libro “Gli orologi del diavolo”, è stato il primo civile infiltrato per quattro anni all'interno di un'organizzazione internazionale che importava cocaina dalla Colombia all'Europa. Grazie al suo lavoro di infiltrato è scattata l’ultima fase di una delle più importanti operazioni della Dda di Genova: Albatros.

In due separati sequestri di droga, furono scovate oltre 9 tonnellate di cocaina per un valore di 720 milioni di euro.

Il procuratore nazionale antimafia dell’epoca e oggi presidente del Senato, Pietro Grasso, dichiarò: "Il maggiore sequestro nella storia della lotta al narcotraffico ai danni della più imponente e pericolosa organizzazione di importatori di droga d’Europa”.

“Ai testimoni di giustizia deve essere garantita non solo una protezione fisica ma anche la tutela dell’attività economica che svolge- continua Franciosi- lo Stato dovrebbe proteggere i nostri magazzini, i nostri capannoni ed invece, sia il caso di Bentivoglio che il mio, dimostrano come chi ci deve proteggere non lo faccia in modo adeguato. Dove erano le forze dell’ordine mentre ignoti entravano nel mio capannone o in quello a Reggio Calabria di Bentivoglio per dargli fuoco? Sicuramente non stavano svolgendo al meglio il loro lavoro”.

“Quando ho rinunciato alla località protetta per lavorare nel mio capannone, mi furono istallate delle telecamere sia esternamente che internamente al cantiere che dovevano garantirmi un controllo h 24- si sfoga Franciosi – salvo poi scoprire, dopo l’incendio doloso, che non erano mai state attivate. Sono stato abbandonato”.

Ma il più grande rammarico di Franciosi è l’abbandono "economico" da parte dello Stato.
“Prima dell’incendio, sul conto in banca della mia piccola società, la Speed Racing Sas, avevo 48 mila euro. Una settimana dopo, ero sotto di 17 mila euro. Per quattro mesi mi sono dovuto pagare un servizio di scorta privato per me e la mia famiglia e ad oggi, non ho avuto dalla Stato, neppure 10 mila euro per riprendere la mia attività. Ma cosa ancora più grave, non ho goduto neanche di agevolazioni per mutui. A me lo Stato non mi ha mai neppure proposto il trasferimento della mia attività imprenditoriale in un capannone acquistato o di proprietà dello Stato”.

“Ecco perché capisco perfettamente il dolore, lo sconforto e la solitudine che sta vivendo Tiberio Bentivoglio – conclude Gianfranco Franciosi – così come il senso di frustrazione che vivono tutti i testimoni di giustizia che, a differenza dei collaboratori di giustizia, sono stati abbandonati a se stessi”.

Franciosi, poi, punta il dito verso i magistrati. “I magistrati che siedono nelle Commissioni del Ministero dell’Interno e del Servizio Centrale di Protezione chiamati ad analizzare i nostri casi, non hanno nessun interesse ad aiutarci e ad ascoltarci perché i testimoni di giustizia hanno già dichiarato tutto quello che dovevano dire. E non servono più a niente. Ai pentiti, invece, i magistrati incredibilmente continuano a elargire soldi e favori nella speranza di qualche “nuova” confessione che possa aprire loro nuovi scenari di indagine. E intanto noi, giorno dopo giorno, continuiamo a subire gli attacchi delle organizzazioni criminali nell’indifferenza e nel silenzio di tutti ed in primis delle Istituzioni”.

La vita di Gianfranco Franciosi dovrebbe, a breve, diventare un film. Il suo libro, infatti, è al centro di un progetto cinematografico che vede una collaborazione tra produttori italiani e spagnoli.


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