Cronaca

L'Isis, gli adolescenti e quella terribile "nostalgia" di Hitler

Davanti all'ennesima decapitazione dell'Isis diffusa in rete, alcuni ragazzi rievocano la personificazione del male per sconfiggere i terroristi

Nadia Francalacci

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Il Giappone è sotto shock, dopo l'annuncio dell'uccisione da parte dell'Isis di uno dei due ostaggi nelle mani dello Stato islamico, Haruna Yukawa. Ma anche il resto del Mondo, senza parole, è stato costretto ad assistere alla sua morte.
Le immagini dell'esecuzione, come per gli altri ostaggi decapitati, sono state pubblicate in rete dai jihadisti e a sua volta riprese e divulgate dai telegiornali, siti online e giornali di tutto il mondo.

Le immagini crude del corpo straziato di uno dei due giapponesi sono entrate nella case e negli occhi di milioni di uomini, donne e soprattutto adolescenti.

Silvio Ciappi, psicologo forense e criminologo, la decapitazione di Haruna Yukawa è l’ennesimo video shock diffuso in rete. Questi video che cosa possono generare nella mente di un adolescente che “vive” su internet ed è per sua natura morbosamente curioso?
Beh innanzitutto sconcerto, paura, sbigottimento ma anche rabbia, rivalsa, vendetta. La violenza narrata nei media si arrende spesso alla pura forma del messaggio, dell’atto comunicativo. In questo senso è una sorta di pornografia comunicativa, blandisce l’utente senza mai solleticarlo ad andare in profondità. Non scordiamoci che spesso quando trattiamo il tema della violenza si utilizzano immagini o video che s’impongono psicologicamente, tutta materia grezza che viene recepita e incorporata senza la mediazione del linguaggio verbale ovverosia del pensiero. Certe immagini trovano il loro potere evocativo nella nostra mente più profonda, in quella che noi psicologi chiamiamo memoria implicita, insomma in quel grande deposito di immagini, di frammenti che si annidano nel nostro cervello più ‘animale’ il quale controlla le nostre reazioni più istintive di fuga e di attacco. Il rischio di questa pornografia comunicativa è proprio quello di fungere da ‘trigger’, da grimaldello per scatenare le nostre reazioni più ancestrali, e quindi risposte antiche, solo parzialmente elaborate a livello cognitivo.

Domani ricorre il giorno della memoria. Alcuni adolescenti di un liceo toscano osservando la pubblicità sulla Shoah e poi le immagini dell’ultima decapitazione e del viso dell’ostaggio giapponese costretto ad assistere alla morte del collega, hanno detto: "Adesso servirebbe un altro Hitler per uccidere questi criminali. Gli ebrei non avevano colpe, questi sono animali feroci che non meritano di vivere".

Come è possibile che i giovani possano rievocare figure come quelle di Hitler?

Questi ragazzi figli del nostro tempo evocano in tempi di debolezza del pensiero figure ritenute "forti". Ancora una volta è il cervello "rettiliano" a prevalere e quindi gli istinti, e tra questi l’idea di forza e di violenza, la lotta per la sopravvivenza. Se vogliamo troviamo anche un’ulteriore spiegazione neuro scientifica. L’esposizione a scene di violenza sollecita i nostri neuroni-specchio a immagazzinare i comportamenti violenti esibiti e in qualche modo ci spingono a replicare in termini violenti (anche se fortunatamente solo a livello verbale) a tali immagini. "Bia bian tiktei", dicevano i greci: la violenza genera violenza. Ed è così. Come afferma Anna Harendt l’idea di violenza è nella nostra incapacità di andare a fondo nelle cose: ‘penso che il male non abbia profondità e che questa sia la vera ragione per cui è così terribilmente complicato pensarlo, poiché il pensare per definizione vuole andare alle radici’. Il male dice la Harendt è un fenomeno di superficie e ci dice anche che possiamo resistere alla tentazione arcaica ed ancestrale del male non scivolando sulla superficie delle cose. In questi giovani quindi vi è tutta la nostra responsabilità, di averli anche troppo precocemente abituati a una civiltà dell’immagine che spesso non è accompagnata a una riflessione, al linguaggio. E queste immagini evocano spesso molto più di cento parole poichè hanno la capacità di ri-attivare nostri impulsi di fondo, capaci a volte di scollegarci dalle nostre abilità cognitive.

Come si può spiegare e far metabolizzare ai giovani la violenza e le atrocità che l’Isis compie e mette in rete?
Beh innanzitutto spiegando loro bene cosa sia questo Isis, ma anche insegnare loro a vedere la violenza come un qualcosa che ha attraversato la storia. Personalmente ritengo che l’idea di violenza sia legata a una sorta di sclerotizzazione del pensiero, di rigidità dogmatica. E’ purtroppo figlia di una idea insana di verità: io posso essere sedotto dall’idea di una verità assoluta, spesso però tale atteggiamento può anche esimermi dalla capacità di pensare, di critica. Questa seduzione può far si che anche le nostre coscienze siano sedotte dal male: se io credo in qualcosa di assoluto e di vero, tutto ciò che si oppone a ciò è irrimediabilmente malvagio, e così posso arrivare a combatterlo anche ad ogni costo. Solo il pensiero libero ci aiuta a far comprendere i pro e i contra di ogni cosa, a renderci liberi. Occorre far capire che ogni violenza è intollerabile non solo quando colpisce il nostro popolo e i nostri affetti. Per questo è importante attivare conoscenza e memoria, le nostre aree ‘corticali’, il nostro cervello filogeneticamente più recente. Anche comprendere come si formano da un punto di vista mentale i nostri giudizi sarebbe un utile esercizio.

La tragedia del Charlie Hebdo ha raggiunto anche le menti dai bambini più piccoli quelli di età compresa tra 6 e 10 anni. Come si può spiegare loro quegli attentati?

Non è facile. Ma ribadisco quanto sopra. Parlare di come funziona ad esempio il nostro cervello, su come elabora le informazioni che ci provengono dall’esterno potrebbe essere indirettamente un piccolo passo. Far capire poi che la violenza non è solo appannaggio di uomini malvagi o malati, ma spesso è solo frutto di uomini ‘banali’. Il male che compivano in nazisti era routinario, amministrativo, burocratico. In poche questi uomini non erano mostri, ma abolivano il pensiero. Direi che allora occorrerebbe far riflettere su quelli che sono i dogmi, sull’importanza del confronto delle opinioni, abituare i ragazzi a pensare che spesso il male non è l’effetto di un animo perverso quanto l’assenza di collegamento tra l’uomo e l’azione. Occorrerebbe far capire un po’ a tutti -anche a noi adulti- che la vera dissidenza è il pensiero.

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