Rocco Bellantone

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Per Lookout news

Mentre in Mali emerge in maniera sempre più concreta la figura del criminale algerino Mokhtar Belmokhtar dietro l’assalto all’hotel Radisson di Bamako del 20 novembre, l’Africa Centrale si appresta ad accogliere l’arrivo di Papa Francesco in un clima di generale tensione.

 Per la sua prima visita ufficiale in Africa, Bergoglio ha in programma tre tappe: in Kenya, dal 25 al 26 novembre; in Uganda il 27 e 28; in Repubblica Centrafricana, il 29 e 30, dove aprirà simbolicamente l’anno del Giubileo della Misericordia. L’allerta per il tour di visite del Papa, lanciata pochi giorni fa dai servizi segreti francesi, è massima.

 Dopo la strage di Parigi del 13 novembre e i recenti attentati che negli ultimi giorni hanno colpito nell’ordine Nigeria, Mali, Camerun, Tunisia ed Egitto, i rischi di fronte ai quali il Pontefice non ha inteso indietreggiare sono d’altronde enormi, considerato che effettuerà molti dei suoi spostamenti sulla papamobile e interverrà in luoghi considerati sensibili: officerà messa in diverse chiese, visiterà moschee e università e parlerà in uno stadio di fronte a centinaia di migliaia di fedeli.

 I numeri relativi alle percentuali delle confessioni religiose professate in Africa dicono però che Papa Francesco “gioca in casa” in questo suo viaggio. A differenza di altre parti del mondo, il cattolicesimo sta infatti crescendo in modo esponenziale nel continente africano, dove ad oggi risiede il 16 per cento dei cattolici di tutto il mondo, il doppio rispetto a qualche decennio fa. Nei Paesi dell’Africa Centrale, in particolare, i cattolici rappresentano circa la metà della popolazione totale africana.

Il Papa in Africa: la lotta alla strumentalizzazione delle religioni Il viaggio del Papa in Africa - Foto


 

La prima tappa in Kenya
In Kenya, Paese in cui i cristiani rappresentano l’82% della popolazione, Papa Francesco presiederà una messa all’Università di Nairobi di fronte a più di un milione di fedeli, incontrerà il presidente Uhuru Kenyatta, sarà accolto da un bagno di folla allo stadio Kasarani di Nairobi – lo stesso in cui ha parlato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama nella sua visita nel luglio scorso – e si recherà anche in una baraccopoli di Kangemi, situata in un’area periferica della capitale. Quella in Kenya è forse la tappa più ad alto rischio per Bergoglio.

Da anni il Paese è nel mirino di Al Shabaab, gruppo jihadista che ha la sua base centrale nella confinante Somalia e che in uno dei suoi ultimi attacchi più violenti – quello al campus universitario di Garissa nell’aprile del 2015 – ha ucciso 147 persone, in maggioranza giovani studenti cristiani. Inoltre, sull’ultimo numero della rivista ufficiale dello Stato Islamico Dabiq, l’intervista ad Abu Muharib As-Sumali – combattente di stanza in Somalia che ha defezionato da Al-Shabaab per giurare fedeltà a ISIS – potrebbe essere il preludio di un’azione eclatante degli uomini del Califfato proprio in Kenya in occasione della visita del Papa.

 

La seconda tappa in Uganda
Dopo la visita in Kenya, dal 27 al 29 novembre Bergoglio sarà in Uganda. È la terza volta che un Pontefice visita questo Paese. Prima di lui si erano recati qui Paolo VI nel 1969 e Giovanni Paolo II nel 1993. Come hanno fatto i suoi predecessori, in Uganda Papa Francesco celebrerà la canonizzazione dei “martiri dell’Uganda” – i 22 credenti ugandesi uccisi per la loro fede nel 1880 -, ricorrenza giunta quest’anno al 50esimo anniversario. Dell’Uganda negli ultimi mesi si è parlato soprattutto in riferimento alle forti discriminazioni nei confronti dei gay.

Ma il Paese presenta molte altre criticità a 53 anni dall’ottenimento dell’indipendenza, come ha spiegato monsignor Giuseppe Franzelli in una recente intervista a Radio Vaticana. “L’Uganda è un Paese ancora ferito. Per quanto riguarda il Nord, la parte in cui opero come vescovo di Lira, siamo appena usciti, da pochi anni, da oltre 20 anni di ribellione del Lord’s Resistance Army di Joseph Kony, che hanno distrutto tutto ciò che era possibile e hanno diviso le famiglie […] È una democrazia abbastanza fragile, dove per anni c’è stato il partito unico e dove poi è entrato il multipartitismo, con una tendenza a guardare chi è di un partito, di un gruppo diverso, non come fratello e sorella della stessa famiglia che ha idee diverse, ma come nemico. Questo sta venendo fuori ancora di più adesso, perché siamo in un periodo preelettorale, e nel febbraio dell’anno prossimo ci saranno le elezioni”.

 

La tappa conclusiva in Repubblica Centrafricana
Così come in Kenya, anche il viaggio in Repubblica Centrafricana, uno dei Paesi più poveri dell’Africa, potrebbe riservare delle insidie per Papa Francesco. La Repubblica Centrafricana è un Paese in guerra da quando, nel 2013, l’ex presidente François Bozizé è stato destituito con un colpo di Stato. Da allora è in atto un violento conflitto tra i Seleka (alleanza di gruppi ribelli musulmani) e gli anti-Balaka (milizie cristiano-animiste “contro i macete” dei Seleka), che né le forze francesi inviate dal presidente Francois Hollande per pacificare l’ex colonia, né la missione di peacekeeping dell’ONU MINUSCA (Missione multidimensionale integrata per la stabilizzazione nella Repubblica centrafricana) sono riuscite a frenare.

  A Bangui, dopo l’apertura della Porta Santa della cattedrale che segnerà l’inaugurazione in anticipo del Giubileo della Misericordia, Bergoglio visiterà un campo profughi e la moschea di Koudoukou, il luogo di preghiera musulmana più importante della capitale dove verrà accolto da cinque imam. Soprattutto in questi luoghi la preoccupazione per il rischio di attentati è massima, considerata anche la nota disorganizzazione dei servizi di sicurezza locali. Dal 20 novembre si trova a Bangui il responsabile della sicurezza del Papa, il capo dei Gendarmi Domenico Giani, e sono inoltre arrivati di 300 Caschi Blu dell’ONU senegalesi, che stanzieranno nel Paese anche nelle prossime settimane fino alle elezioni che sono state da poco rinviate dal 13 al 27 dicembre.

 

Le minacce dai Paesi limitrofi
Nei Paesi confinanti con la parte nord-occidentale della Repubblica Centrafricana – Camerun e Ciad – continua a imperversare la minaccia del gruppo jihadista nigeriano Boko Haram. Dopo l’attentato di Yola, in Nigeria, del 17 novembre (oltre 30 morti), il 21 novembre un altro attacco firmato dai miliziani islamisti si è verificato in Camerun, nei pressi della città settentrionale di Fotokol. Quattro donne kamikaze si sono fatte esplodere nel villaggio di Nigue uccidendo almeno dieci persone. Proprio dal Camerun si teme che cellule legate al gruppo guidato da Abubakar Shekau, che ha giurato fedeltà al Califfo Abu Bakr Al Baghdadi, possano entrare in Repubblica Centrafricana nei giorni dell’arrivo di Bergoglio per compiere stragi di fedeli.

 

Il Sud Sudan è un altro Stato confinante con tutti e tre i Paesi che verranno visitati dal Papa. In questo Paese nel dicembre del 2013 è scoppiato un conflitto quando il presidente Salva Kiir ha accusato l’ex vice presidente Riek Machar di aver pianificato un colpo di stato per far cadere il suo governo. Alle accuse sono seguiti i combattimenti tra le due principali etnie: da un lato i Dinka, il gruppo dominante, fedeli a Kiir; dall’altro i Nuer, al fianco di Machar. Il risultato sono stati quasi due anni di scontri, con rappresaglie casa per casa, villaggi rasi al suolo, migliaia di morti e 2,2 milioni di sfollati (di cui 1,6 fuggiti nel vicino Sudan) su una popolazione totale di 11 milioni di persone. L’intesa raggiunta a fine agosto di quest’anno per la fine del conflitto, ottenuta sotto la spinta diplomatica degli Stati Uniti, non ha finora prodotto gli effetti sperati.

 Nonostante la gravità della crisi interna, difficilmente però dal Sud Sudan potranno arrivare dei rischi concreti per l’incolumità del Papa. Lo stesso discorso dovrebbe valere per la vicina Repubblica Democratica del Congo – confinante a nord-ovest con la Repubblica Centrafricana e a est con l’Uganda – dove le province orientali del Nord Kivu, del Sud Kivu e del Katanga, in cui è forte la presenza di fazioni ribelli avverse al governo del presidente Joseph Kabila, non sono state finora interessate da infiltrazioni di cellule jihadiste.

 Queste crisi che si registrano in prossimità dei luoghi che verranno visitati dal Papa non dovrebbero influire sul regolare svolgimento del suo viaggio. Ma rappresentano alcuni dei volti più tetri di una terra attraversata da guerre civili e contri etnici e religiosi. Una terra che Bergoglio, con grande coraggio, ha deciso di percorrere comunque.

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