Hi-tech contro il terrorismo: "Face Tracker"

È un nuovo sistema, che riconosce il volto di un ricercato: bastano una telecamera e un database. E sarà l'ultima frontiera contro la jihad

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Presidi di sicurezza al Terminal 5 dell'aeroporto Leonardo da Vinci – Credits: ANSA/TELENEWS

Maurizio Tortorella

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È il futuro della prevenzione, del controllo di ambienti “a rischio”, della sorveglianza. Soprattutto, oggi, è lo strumento probabilmente in grado di produrre più risultati nella lotta a quel terrorismo islamico che fa sempre più paura all’Europa. È l’analisi biometrica: un sistema complesso che garantisce, attraverso l’utilizzo di algoritmi, il riconoscimento dell’identità facciale o di tratti somatici, ma anche di impronte digitali, dell’iride, della voce.

L’innovazione più recente, in questo campo, si chiama “Face Tracker” e, contrariamente a tutti gli altri sistemi di riconoscimento biometrico, offre il fondamentale vantaggio di essere una tecnologia “non cooperativa”: non richiede cioè la collaborazione del soggetto da identificare. L’uovo di Colombo nella battaglia di ogni giorno contro la minaccia terroristica.

Il sistema, che è stato inizialmente progettato per essere utilizzato anche negli stadi per identificare i tifosi colpiti dal Daspo che cercano d’infiltrarsi nonostante il divieto, è stato installato finora per la protezione di accessi in ambiti di laboratori di “biocontenimento”: cioè là dove per esempio si combatte la guerra contro il virus Ebola e dove l'accesso alle aree più prossime ai pazienti infettati deve essere garantito da livelli sempre più stringenti di sicurezza.

“Il sistema” spiega a Panorama.it l’ingegner Maurizio Filippi, che ha sviluppato Face Trackerricostruisce tridimensionalmente il volto di una persona. E non è richiesto che il soggetto verificato guardi in maniera frontale la telecamera, contrariamente agli altri sistemi di face recognition definiti cooperativi: perché è il sistema stesso a interpretare e ricostruire, ai fini dell'identificazione, la parte mancante del volto”.

Come funziona Face Tracker? Prendiamo il caso della fuga di Hayat Boumeddiene, la compagna di Amedy Coulibaly, uno degli attentatori di Parigi ai primi di gemnnaio. La donna, nei giorni del massimo allarme, è riuscita a passare attraverso la frontiera francese e poi attraverso quella turca. Se fosse stato attivo un sistema come Face Traker, invece, in presenza di un allarme, la donna sarebbe stata automaticamente intercettata e segnalata già nel momento in cui metteva piede in un aeroporto francese.

Ma mettiamo anche il caso in cui non scatti l’allarme e la sospettata sia già salita su un aereo. Il momento in cui il suo compagno, Coulibaly, compie l'attentato e si inizia a ricercare la sua misteriosa fidanzata, scatta una serie di controlli. Oggi, per quanto possa sembrare incredibile, questi controlli vengono condotti “a mano”: si cerca insomma sui filmati, telecamera per telecamera. E si procede per tentativi, sperando che qualcuno riconosca il volto nei fotogrammi. Perdendo ovviamente tempo prezioso. Tanto è vero che che Hayat Boumeddiene è stata identificata nelle immagini delle telecamere del controllo passaporti all’aeroporto di Istanbul quando ormai era troppo tardi, e aveva fatto già perdere le tracce.

Spiega Silvio Leoni, amministratore di O.Zone, una delle tre aziende del consorzio che assieme a Fulltecnology e Securmatica commercializza la soluzione tecnologica, adottata da varie forze dell’ordine in ambito internazionale: “Con il sistema Face Tracker i flussi video possono essere verificati in un secondo momento dal software. Questo fa il lavoro automaticamente e in frazioni di secondo: sovrapponendo il volto del ricercato a quelli che compaiono nei video registrati e, dov’è necessario, ricostruendo il volto in tre dimensioni”.

Contrariamente a tutti gli altri sistemi di face recognition, il Face Tracker può controllare contemporaneamente più persone con un’unica telecamera: può cioè lavorare in un ambiente particolarmente denso di informazioni e di dettagli estraendo solo i volti dai fotogrammi e poi analizzandoli. Lo scenario tipico sono aeroporti, porti, stazioni, stadi, manifestazioni, scontri di piazza.

Face Traker è in grado anche di capire se un volto è camuffato con una maschera; raddrizza l'immagine ai fini dell'identificazione dei punti salienti del volto; ricostruisce il volto in 3D e propone su video la parte mancante di una faccia; sovrappone l'immagine che ha ricostruito e quella che ha nel database e identifica la persona sulla base di un punteggio probabilistico.

La videoanalisi è alla base anche di un altro sistema. Si chiama Sbts e monitora il flusso dei bagagli sui nastri trasportatori, in particolare negli aeroporti, i cosiddetti “leftbehind baggage”, ovverosia le valigie che, per un motivo o per l’altro, non vengono imbarcate e rischiano di perdersi.

“Il sistema” dice Leoni, che di Sbts è uno dei quattro co-inventori “ha anche una funzione che consente di verificare automaticamente non solo che i bagagli non si blocchino e non s’impiglino sulla linea bagagli, cosa che può accadere soprattutto con zaini, borse o alcuni tipi di trolley che restano sui nastri mentre l’aereo decolla, ma anche che nessuno tolga qualcosa dalla linea bagagli o che vi immetta qualcosa di pericoloso, per esempio una borsa che non ha passato, cioè, i controlli di sicurezza”.

In un aeroporto europeo, di recente, è stato condotto un test che ha messo in evidenza le carenze di alcune procedure. Su una linea bagagli in piena attività è stata filmata la scena di un operatore che è dovuto intervenire per sbloccare due valigie che si erano incastrate proprio all’imbocco della macchina dei raggi x, leggermente più stretta della linea bagagli. L’addetto alla movimentazione ha preso uno dei due bagagli, lo ha estratto dal nastro e gli ha fatto saltare la macchina rimettendolo, poi, sulla linea bagagli dopo lo scanner evitandogli, così, uno dei fondamentali controlli antiesplosivi. L’esperimento ha insomma dimostrato che chi maneggia le valigie sulle linee bagagli potrebbe immettere qualsiasi cosa sul nastro trasportatore.

Chi controlla se un operatore attivo in un’area “delicata” simpatizza per Al Qaida o per l’Isis? Un rischio concreto, visto che è stato appena scoperto che uno degli jihadisti che è partito silenziosamente dall’Italia per andare ad abbracciare la causa dell’Isis aveva lavorato proprio all’interno di una delle aree più delicate della sicurezza nazionale italiana. E ora ha in mano informazioni delicatissime.

 

 

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