Ho detto no al "pizzo" e lo Stato mi ha abbandonato

La lettera di un imprenditore che ha avuto la forza di combattere la criminalità organizzata ma che non ha trovato aiuto dalle istituzioni

Uno striscione comparso in un paese del sud dove la lotta alla criminalità è un'urgenza quotidiana (Credits: CARLO HERMANN/AFP/GettyImages)

Quella che segue è la lettera di una vittima dell’estorsione da parte della ‘ndrangheta calabrese, e insieme la denuncia dell’impotenza dello Stato. Panorama.it ha deciso di pubblicarla perché è una storia che merita di essere letta.

Mi chiamo  …….., ho 65 anni; sono cardiopatico e ho un disperato bisogno di aiuto. Chiedo Giustizia! Nessuno mi vuole ascoltare!! Sono davvero disperato. Ho provato a chiedere aiuto alle Istituzioni e tutto ciò che ho ricevuto è solo un silenzio assordante!

Mi pregio, con la presente parteciparLe, quanto appresso per dovere di giustizia come estrema ratio.

Nel 2004 in Calabria avevo, con la mia famiglia, un ristorante a …….. Era un semplice ristorante, doveva essere il futuro dei miei figli, tutti impegnati nell’iniziativa. Ma forse era stato realizzato in un posto sbagliato: perché fummo destinati all’attenzione della ‘ndrangheta del pizzo.

Un mattino nella buca delle lettere del locale trovai una busta gialla, contenente un foglio scritto a macchina, nel quale mi veniva richiesto il pagamento di denaro per la tranquillità del locale. Superato lo scoramento, discusso velocemente con i miei figli,  la mia decisione senza indugio fu quella della denuncia.

Ecco, tutto all’improvviso si è mostrato “un nemico invisibile”: un anaconda cosi lo definii d’allora. Una cosa che ti avviluppa e pian piano ti stritola, fino alla morte; è così  che ho sempre descritto il mio nemico invisibile, la ndrangheta.

La missiva fu da li a poco sul tavolo del Maresciallo dei carabinieri di ……. L’ho fatto e certamente lo rifarei ancora. Ma quante vicissitudini! Dagli appuntamenti a vuoto in

Aspromonte agli attentati al locale, alle macchine bruciate, alle pallottole, alcune esplose altre no, pervenute al mio domicilio con inclusa una lettera che specificava che erano destinate a tutta la mia famiglia. E poi statue ritrovate con un cappio al collo nell’atrio-posteggio del ristorante, 23 metri di vetrata belvedere sullo stretto cosparsi di letame di stalla, una finta bomba rilevata dal RIS di Messina posta su una balconata del locale, taglio del tubo dell’acqua e tanto altro. Per finire, sul cofano posteriore della mia auto i disegni grandi  di quattro croci e quattro casse, a mo’ di calvario.

Il tutto fu sempre e costantemente nel tempo denunziato ai carabinieri e alla Guardia di Finanza. In quel tempo, ricordo, campeggiavano nelle caserme e in Questura grandi manifesti promossi dal ministero degli Interni i quali evidenziavano a mo di slogan: DENUNCIA! LO STATO TI AIUTA E DIFENDE, mi sembra che il tenore fosse questo.

Da allora la mia è stata una non vita!

Nel 2006 all’apertura dell’anno giudiziario la mia famiglia fu menzionata coma simbolo di coraggio. Ma io non ero coraggioso, anzi tremavo. Ero disperato, quello sì, e lo sono ahimè tutt’oggi.

La mia scelta civile mi costò molto cara: fummo emarginati da tutti. I miei amici  di una vita non mi salutarono più: ghettizzato. I miei fratelli e sorelle si appiattirono… ero da allontanare per evitare vendette trasversali; ero uno zombi (cosi fui descritto in una delle tante lettere inviatomi) in quanto  avevo scelto i Carabinieri (LO STATO), ero il delatore, il confidente. È di questo che si nutre e gode l’arroganza di questi esseri.

Poi un manager ligure mi contattò proponendo il suo aiuto e invitandomi in Liguria. Da li in poco tempo, con l’organizzazione del nostro “angelo”, lascia  la mia terra, i miei ricordi, l’affetto dei miei genitori che da allora non ho più visto e oggi sono defunti entrambi.

Io, fuggito, scappato, il cittadino Italiano che ha seguito le direttive dello Stato Sovrano… “Denunzia chi ti  chiede il pizzo”, dicevano. L’aereo in un battibaleno ci portò  in Liguria: cercavamo la serenità, la tranquillità che avevamo perso in mesi di stress e battaglia.

L’impatto, notevole, fu da li  a poco superato e pian piano entrammo a operare  nelle aziende del nostro ‘Angelo benefattore’ il quale ebbe la capacità di lusingarci ostentando benessere, potenza economica, opulenza.

Le vicende di oggi in Liguria sono, ahimè, già a conoscenza del Prefetto di Genova  e del Procuratore della Repubblica e del Questore di Genova, del Comando GdF di Genova: perché il nostro “angelo” in gennaio è stato arrestato in quanto presunto autore del crac di una società di riscossione dei tributi e accusato di appropriazione di IVA. È stata per me l’ennesima batosta, e credo l’ultima. E noi siamo rovinati.

Pensavamo ed eravamo certi  tutti che in terra ligure avremmo ritrovato la possibilità di lavorare, tanta agognata. Ma no, era tutto un inganno.

Oggi non ho la forza fisica e mentale di otto anni fa, oggi ho da combattere  anche con la salute. La malattia è come un ladro che ti ruba la vita, e lo fa lentamente, te la toglie pezzo dopo pezzo. Tu resisti, lotti, ti opponi, ma poi ti guardi intorno e ti accorgi che tutto è cambiato, tutto diverso, nulla è più come prima, o come tu desiderassi che fosse».

Un ricovero improvviso, un mattino del gennaio 2010 in codice rosso, una diagnosi che mi piomba addosso come una condanna: “endocardite acuta ” in setticemia. Da allora tutto è cambiato! Oggi vivo con un defibrillatore  addosso.

La  mia domanda che sempre mi rimugina è, quando  le forze mi verranno meno, quando non sarò più nelle condizioni di combattere, cosa succederà?. Questa è la domanda che agita il mio sonno e spero i lettori. Da mesi chiedo solamente la gentilezza di essere letto o ascoltato da un magistrato, ecco cosa chiedo.

Alla  vicenda della mia vita,  ho inteso fornire  un’ulteriore chiave di lettura del mio dramma: accanto alla mia solitudine e alla sconfitta assume rilevanza centrale la perdita della mia dignità e del rispetto sociale conseguenti al fallimento! È una sconfitta morale tale da rendere il suicidio una scelta largamente preferibile. Lo sguardo dei miei figli (adulti) intriso di commiserazione, contribuisce a intaccare in modo spesso irreparabile la psicologia della mia crisi.

Più dell’effettivo danno economico, più dell’erosione del guadagno, più di ogni cosa al mondo, più dell’attuale indigenza, sono la vergogna e la perdita di autostima a ferirmi.

Perché le Forze dell’Ordine non mi ascoltano quando io mi rivolgo loro? Qualcuno mi aiuti, ne ho bisogno!  

Non dispongo delle capacità economiche  per essere tutelato da un avvocato. Non voglio e non cerco visibilità. Non pubblichi il mio nome, in Calabria c’è gente gente dalla memoria lunga.

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