La diffamazione, i giudici, i giornalisti ed altre cose

Sul caso-Mulé e la legge sulla diffamazione ecco l'intervento di Guido Salvini, oggi gip alla Procura di Cremona

Il Gip di Cremona, Guido Salvini, interviene sul dibattito legato alla legge sulla diffamazione (credits: ANSA/ RASTELLI)

Questo articolo di Guido Salvini è stato pubblicato sul sito online Getta La Rete . Salvini oggi è giudice per le indagini preliminari a Cremona. Non iscritto a nessuna corrente della magistratura, negli anni Ottanta e Novanta da giudice istruttore a Milano ha condotto grandi inchieste su Gladio e sul terrorismo nero e rosso, e ha riaperto l'inchiesta sulla strage di piazza Fontana.

LA DIFFAMAZIONE, I GIUDICI,  I GIORNALISTI E  ALTRE COSE….
di Guido Salvini                                                                                             

Repetita iuvant si sentiva a scuola. Vale anche le sentenze. Ma talvolta ripetere non serve a risolvere un problema, piuttosto a porlo con più forza. Si era appena concluso il caso Sallusti grazie all’intervento del presidente della Repubblica: una semi-grazia, tecnicamente una commutazione della pena detentiva in pecuniaria in base all’art. 87 della Costituzione, provvedimento non frequente che aveva suonato come una autorevole critica all’attuale legge sulla stampa e come un invito a modificarla il più presto possibile.

Sembrava ragionevole pensare che da quel momento fosse in vigore una tacita intesa, non più condanne alla reclusione per i giornalisti, tanto più condanne senza la sospensione condizionale della pena, in attesa della nuova legge. Una riforma che, nelle diverse proposte di tutte le parti politiche, avrà comunque come minimo comun denominatore l’eliminazione della pena detentiva.

Ed ecco a Milano la condanna per diffamazione a 8 mesi di reclusione senza condizionale per il direttore di Panorama Giorgio Mulè, a 1 anno del giornalista Andrea Marcenaro, sempre senza condizionale, e 1anno di un secondo cronista

L’accusa? Panorama aveva descritto in un articolo del dicembre 2009 il procuratore di Palermo Francesco Messineo come inadatto a gestire il suo ufficio, quasi plagiato dal suo aggiunto Antonio Ingroia e forse reso più debole, un procuratore «discusso» si legge nel capo d’imputazione, da alcune indagini che coinvolgevano suoi parenti. Gestione «senza carisma», che aveva provocato la spaccatura della procura in due campi in aperto e ormai pubblico conflitto

Un articolo quindi non incentrato su una notizia falsa o decisamente sbagliata; non  un articolo di cronaca, ma un articolo di critica, un diritto che in un paese democratico non può che avere confini molto larghi.

Ho letto l’articolo e anche la sentenza: l’articolo di Andrea  Marcenaro non fa rizzare i capelli. Non ci sono accuse volgari, personali, gratuite ma una critica, che può essere anche del tutto sbagliata e fuorviante, alle dinamiche interne di uno degli uffici più importanti d’Italia, uno di quelli, due o tre, le cui scelte processuali pesano, lo leggiamo ogni giorno, sulle scelte politiche del paese.

Risulta nella sentenza, tra gli addebiti principali a titolo di colpa o meglio di dolo, che nell’articolo non si fosse citato che le originarie accuse rivolte dal Consiglio superiore della magistratura a Messineo e le indagini che coinvolgevano alcuni suoi parenti si fossero chiuse qualche mese prima. Un commento quindi non completo.

Ma, a parte il fatto che ciò modificava ben poco in termini d’immagine di un capo e di conseguenze dell’appannamento del suo prestigio, la sentenza contro Panorama è stata pronunziata in un momento sfortunato. Per un singolare caso di sincronicità, che piacerebbe allo psicoanalista Carl Gustav Jung, il giorno in cui la sentenza di Milano è stata resa pubblica, il 14 giugno, ha coinciso con la formale apertura da parte del Csm nei confronti del procuratore Messineo del procedimento di incompatibilità ambientale,  in pratica il trasferimento punitivo di ufficio. E le incolpazioni sono del tutto simili a quelle originarie, citate nell’articolo, parenti compresi, i cui processi erano stati archiviati nel 2009 solo in parte, con in più la presunta rivelazione di segreti di indagine ad un amico. Con il risultato di far così scoprire che non si era concluso proprio nulla e che la perdita di prestigio del procuratore e, conseguenza di essa, l’azione del Csm  erano più che attuali.

Il procedimento d’incompatibilità ambientale - la morte civile per un giudice - è un procedimento, sia detto per inciso, odioso perché il Csm vi ha la duplice veste di accusatore e di giudice, secondo le migliori tradizioni illiberali e per l’accusato le possibilità di difendersi sono ridotte al minimo.

L’ho subito anch’io negli anni Novanta. Firmatario dell’incolpazione fu allora il prof. Giovanni Fiandaca, membro laico di sinistra al Csm, che oggi, forse meno condizionato rispetto a quando stava al Consiglio, dissente in un’intervista a Panorana dalla sentenza milanese. L’azione partì a causa di gelosie di magistrati più potenti di chi scrive, milanesi e non, guarda caso molti poi finiti in politica, e il martellamento del Csm, durato 6 anni, ebbe allora un ruolo non secondario nell’ostacolare le indagini su Piazza Fontana.

Comunque sia l’atto di accusa contro Messineo di oggi ripropone lo stesso scenario, sudditanza a  Ingroia, indagini avvenute nei confronti di suoi parenti con l’imbarazzo che ne è derivato, incapacità del procuratore di impedire lo scontro tra gruppi e fazioni interne all’ufficio sino ad esserne travolto. E, addebito più grave, la mancata cattura, come conseguenza di queste spaccature, di Matteo Messina Denaro.

Non penso nulla, non ne avrei titolo, sull’azione avviata del Csm che contiene comunque sul procuratore Messineo giudizi anche più severi rispetto all’articolo di Panorama. Ma non si può non registrare che esista, in incubazione da molto tempo dopo accertamenti e l’audizione di parecchi sostituti di Palermo.

Nessuno può pronunciarsi per ora sulla fondatezza di tali accuse, che giungono direttamente dall’organo di «autogoverno» dei giudici, ma si tratta nella sostanza di molte delle critiche che erano presenti nell’articolo di Panorama, segno che l’attenzione verso la gestione di Messineo dal 2009 a oggi non si era mai interrotta (anche se l’azione iniziale era stata momentaneamente archiviata) e forse la chiusura della parabola di Ingoia ne ha accelerato l’esito.

A nessuno quindi può sfuggire l’aperta dissonanza (ma la legge non sempre coincide con la giustizia e a volte nessuna delle due con la storia) tra una sentenza che giudica ai livelli massimi di diffamazione, sino a irrogare il carcere, un articolo che offre una scenario, e l’intervento dell’organo che ha potere supremo sui magistrati che fa proprio quello stesso scenario sino a prospettare l’allontanamento di colui che nel processo milanese era nella posizione di vittima ingiustamente offesa.   

È anche difficile disgiungere la sentenza contro Panorama e l’iniziativa del Csm: non solo tra di esse ma dal triste finale che ha avuto la doppia militanza di Ingroia. Con le sue acrobazie è riuscito a giudicare   indegne della sua presenza  due realtà tanto diverse come il Guatemala e la Valle d’Aosta, mancando di rispetto a entrambe come se l’impegno internazionale assunto per collaborare nel campo della giustizia potesse essere disdetto come una vacanza in un hotel e come se la Valle non fosse una sede giudiziaria come le altre ma un ricovero per giudici-pensionati che, per usare la sua malaccorta espressione, «scaldano la sedia».

Alla fine le acrobazie di Ingroia si sono concluse con un salto nel vuoto, e l’ex procuratore ha finito, senza rendersene conto, a tirare la corda sino a spezzarla riuscendo nella non facile impresa di perdere persino l’appoggio, in genere sollecito e protettivo, della magistratura associata e del Csm.

La temporanea candidatura al Parlamento di magistrati non era in sé una novità. Sin dal dopoguerra il Pci, ma anche altri partiti, avevano usufruito di magistrati candidati nelle loro liste ma in genere come «indipendenti», (Cesare Terranova, poi vittima della mafia, per fare un nome ) e con un ruolo tecnico e limitato nel tempo. La presenza dei magistrati in politica aveva  negli anni Ottanta cominciato a snaturarsi con la scelta di magistrati già ritenuti «vicini», in genere romani, destinati a giocare un ruolo già ben diverso, collocati  in posizioni chiave accanto ai ministri o addetti all’elaborazione di proposte di leggi finalizzate e utili in quel momento, le note leggi ad personam, scritte a somiglianza di casi specifici. Ma non era mai accaduto che un procuratore in attività fondasse un partito di opposizione in pratica a suo nome e vissuto come continuatore della sua attività giudiziaria e, mancata la vittoria e terminata anche  l’aspettativa, continuasse a occuparsi di ricostruirlo e ad animare congressi, dibattiti e cortei. Con il risultato, di questo e di altri casi noti, come quello di Luigi De Magistris, di porre all’attenzione dell’opinione pubblica più il problema della separazione della carriera giudiziaria dalla carriera politica che quello della separazione della carriera dei pubblici ministeri da quella dei giudici.

Subito dopo la sentenza contro Panorama Il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, come già nel caso Sallusti, quando d’improvviso aveva allargato le maglie del suo ufficio – sino a quel momento contrario - nell’applicazione della sospensione delle pene detentive definitive, ha fatto una mossa «politica» abbastanza tipica del suo stile di gestione della procura. Ha deciso di accentrare su di sè  le indagini di diffamazione, forse al fine di evitare altri casi da cui dover poi trovare un’impervia  via di uscita e prevenire cattiva stampa, proprio per reati di stampa, su un ufficio, sarebbe un paradosso, più abituato all‘appoggio dei media e anche alla piaggeria di qualche cronista embedded che alle critiche.

Ma certamente interventi singoli di messa al riparo di questo genere non bastano. Serve una riforma della legge sulla stampa che risale al 1948, quando i quotidiani si strillonavano nelle strade e internet era una parola sconosciuta.

Non auspico l’uscita della diffamazione dal diritto penale, la sua completa decriminalizzazione e la riduzione ad un affare civile. Non è così nella maggior parte dei Paesi europei e il processo penale pubblico ha un valore simbolico. L’onore e la reputazione restano beni essenziali spesso non solo per l’offeso, ma anche sul piano degli equilibri sociali e la diffamazione quando di fatto si trasforma in calunnia può anche uccidere.

Non si può confinare l’offesa all’onore solo a un processo civile. Un tempo, nelle classi alte, l’offesa all’onore si risolveva addirittura con il duello e lo scontro virtuale in aula fa parte  quindi del processo di civilizzazione. Spesso i processi per diffamazione hanno significati e conseguenze su più piani. Emile Zola infatti scrivendo il suo famoso J’accuse si fece processare proprio poter far riaprire, con quello che avrebbe detto in aula, il processo Dreyfus. In un processo civile mancherebbe buona parte del significato pubblico e simbolicamente diretto all’intera collettività di una sentenza penale e tra l’altro le stesse ragioni della difesa, per motivi intrinseci all’accertamento del danno civile, manca infatti il fair trial, rischierebbero di trovare meno spazio.  Il processo non può quindi che rimanere nelle aule penali ma ridefinito, con estinzione in caso di completa rettifica, maggior impegno nello svolgimento da parte delle procure di qualche indagine senza fermarsi ai dati formali, pubblicazione dei dispositivi di condanna davvero con lo stesso risalto e forse una responsabilità amministrativa aggiuntiva per l’editore ai sensi della legge 231|2001.

Non sarebbe nemmeno uno scandalo la sanzione accessoria della sospensione temporanea dell’attività per il giornalista nei casi più gravi e se recidivo: il diritto generale di manifestazione del pensiero non sarebbe compresso inibendolo per qualche tempo sui giornali ad un falsario. Ma di sicuro il carcere non serve.

Tornando a Panorama, una sentenza di primo grado è ancora materia semigrezza, adatta più alla riflessione che alla critica Nei giudizi di Appello e di  Cassazione non potrà non influire, in termini di rivalutazione della portata offensiva di molti passaggi dell’articolo, l’apertura del procedimento dinanzi al Csm e forse si svolgeranno in presenza di una nuova legge sulla stampa.

Ma le pene detentive e senza sospensione per diffamazione, riapparse quando il querelante è un magistrato che a differenza dell’imputato «gioca in casa», legittimano il sospetto di autoreferenzialità e della  presenza di qualcosa che, con una brutta parola oggi in voga, si chiama casta e che può esprimere il suo potere con l’Anm e le correnti per le quali «la magistratura ha sempre ragione».  Due sentenze sono ancora un indizio, direbbe un investigatore, una terza sarebbe una prova.

La «guerra civile» tra giustizia e parte della politica è aperta da quasi 20 anni. Sono guerre che alla fine nessuno vince. Non condannare al carcere i giornalisti del campo opposto sarebbe forse un primo passo per iniziare a chiuderla. E forse in casi simili vince davvero solo chi fa il primo gesto.

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