Le nomine nelle Agenzie fiscali bacchettate dai giudici

Il caso del dipendente scavalcato da un collega riaccende i riflettori sui concorsi chiesti (invano) dalla Corte Costituzionale per le nomine pubbliche

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L'ingresso di una sede dell'Agenzia delle Entrate - 11 aprile 2017 – Credits: ANSA/LUCA ZENNARO

Stefano Caviglia

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In attesa che la Corte dei Conti decida la sorte del nuovo direttore dell’Agenzia delle entrate Enrico Ruffini (la cui nomina non è stata finora registrata per il conflitto di interessi derivante dalla precedente posizione di amministratore delegato di Equitalia), una sonora bocciatura arriva dalla magistratura ordinaria al modo con cui le agenzie fiscali nominano i propri dirigenti.

Il caso sotto la lente

Il caso in questione è stato trattato dal Tribunale di Roma, che a fine maggio ha dato ragione un dipendente dell’Agenzia delle dogane scavalcato illegittimamente da un collega di un altro ufficio. Essendo la posizione in ballo assegnata per delega da un dirigente superiore, ha stabilito la sentenza, questi non aveva il diritto di scegliere un candidato proveniente da un ufficio diverso, per di più con meno titoli di quello che ha fatto ricorso.

A prima vista potrebbe sembrare una di quelle questioni solo formali tipiche della cavillosa e litigiosissima burocrazia italiana, ma le implicazioni sono di ben più ampia portata del singolo caso. Dietro questo contenzioso (e diversi altri che si preparano in varie città d’Italia) c’è la cruciale questione della discrezionalità con cui i vertici delle agenzie fiscali, Agenzia delle entrate in testa, scelgono da molti anni i propri dirigenti, saltando a pie’ pari qualunque forma di concorso pubblico.


La vicenda giuridica

La faccenda è diventata assai scabrosa quando la Corte Costituzionale, nel marzo del 2015, ha sancito che il vizietto di nominare i dirigenti con procedure fatte in casa viola l’articolo 97 della Costituzione (“Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede tramite concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”) e ne ha fatti decadere oltre 800, intimando alle agenzie fiscali di realizzare entro un anno e mezzo i relativi concorsi. Ne sono passati più di due, e di queste prove pubbliche non si vede neppure l’ombra.

Nel frattempo, per coprire le posizioni rimaste vuote in seguito alla sentenza della Corte, Agenzia delle entrate e delle Dogane hanno fatto ampio ricorso ad altre due tipologie contrattuali: le posizioni operative speciali (dette “pos”) e le posizioni operative a tempo (“pot”), che ovviamente non richiedono concorsi pubblici e spesso sono state assegnate proprio agli ex dirigenti decaduti. Come se non bastasse, per evitare che le pot venissero meno alla loro scadenza naturale (e dunque le posizioni restassero nuovamente vacanti) la maggioranza parlamentare ha dovuto prorogarle con provvedimenti ad hoc prima fino al settembre 2017 e poi fino a giugno 2018.

Tutto questo ovviamente non piace per nulla ai sindacati interni, che da molti mesi danno battaglia contro la proliferazione di “pos” e “pot”, chiedendo a gran voce lo svolgimento dei concorsi. “Situazioni del genere” dice il vicesegretario del Dirstat Paolo Boiano “dipendono dal fatto che né i vertici delle agenzie fiscali né il governo hanno voluto rispettare quanto stabilito nel 2015 dalla Corte Costituzionale, ovvero svolgere i concorsi e affidare nel frattempo la reggenza ai più elevati in grado. E l’incertezza che ne consegue non migliora certo l’efficienza di uffici fra i cui compiti c’è quello importantissimo della lotta all’evasione fiscale”. Insomma, il problema è piuttosto serio e l’unificazione appena decisa dal governo fra Agenzia delle entrate ed Equitalia non sembra in grado di farlo sparire.

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