Cronaca

Le foto hot sui social, il tradimento, il matrimonio

Due sentenze stabiliscono che non si può usare materiale social per dimostrare un tradimento. L'ennesimo schiaffo al matrimonio ed alla fedeltà

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Daniela Missaglia

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Buone notizie per gli adùlteri. Almeno così è se vi pare. Di pirandelliana memoria.
Due sentenze si fanno strada dalla Sicilia, entrambe legate dal medesimo filo conduttore: le foto o i messaggi compromettenti pubblicati sui social network non possono essere assunte come mezzo di prova che dimostri un tradimento del coniuge.
Con le dovute differenze e distinguo, i giudici siciliani si guardano bene dall’eliminare la rilevanza, fra i doveri scaturenti dal vincolo coniugale, dell’obbligo di fedeltà.
Eppure, nel momento in cui forniscono un assist ai partners fedifraghi, negando il valore di prova a certi scatti o asserendo la natura incorporea ed astratta delle chat incriminate su Facebook, finiscono per canalizzare un messaggio che può essere interpretato in modo sbagliato, indebolendo un istituto, il matrimonio, che da anni è in terapia intensiva con prognosi riservata. Già, perché i dati statistici illustrano un crollo complessivo di questa millenaria forma di unione, sostituita da soluzioni più ‘liquide’ e meno impegnative, come le convivenze.

Non solo: i matrimoni durano sempre di meno e mostrano patologie in crescita costante, tant’è che l’Italia si sta piano piano allineando con i numeri di separazioni e divorzi di società storicamente più ‘aperte’, come quelle nord-europee.
Certo, non è tutta colpa dei social - network, sia chiaro: l’evoluzione dei costumi, gli aneliti di libertà, l’affievolirsi della fede autentica ed un egocentrismo che mette l’Io al centro di qualsiasi piano valoriale ha un ruolo preponderante nel dissociare l’uomo del terzo millennio da un reticolo di obblighi e sacrifici ormai vissuto come anti-storico ed insopportabile.
Eppure, finché esiste, finché le norme sanzionano l’adulterio e ne derivano specifici addebiti, dovrebbe essere compito dei Giudici evitare valutazioni di natura personale che spogliano i codici di significato e conducono al FarWest di sistemi giuridici che non ci appartengono (come quelli anglosassoni, fondati su sentenze già pronunciate e non su norme scritte).
Siamo sempre lì: la discrezionalità uccide il diritto, lo soggettivizza, lo piega e modifica a seconda dell’orientamento individuale del Giudice e degli ausiliari di cui si avvale.
Sempre più spesso le sentenze diventano la sintesi di giudizi espressi da soggetti terzi come i Consulenti d’ufficio, i Servizi Sociali, i Giudici Onorari, il tutto in un meccanismo di deleghe e sub-deleghe che disperde ed annacqua l’unica vera protagonista di ogni vicenda giudiziaria: la legge, quella che, in teoria, il Giudice del procedimento dovrebbe applicare.

Ma torniamo alle sentenze siciliane: cosa rammostravano gli scatti pubblicati su Facebook, Instagram o similia? Che tipo di dialoghi erano riportati nelle chat prodotte dal coniuge tradito?
Questo è il punto: in assenza di contestazione sulla veridicità o genuinità di questi elementi prodotti, a mio avviso l’adulterio c’è ed è pienamente dimostrabile anche con scatti e chat, con tutte le conseguenze normative previste dal nostro codice.
Altrimenti lo si dica, e mi pare che già da anni si siano levate voci in questo senso: eliminiamo l’addebito, ossia, più semplicemente, la paleolitica colpa.
Del resto, a ben vedere, nella fine di un matrimonio vai a capire se è nato prima l’uovo o la gallina, ovvero il tradimento come causa anziché effetto della crisi. Ma questa sarebbe una valutazione troppo semplicistica.
Che dire di quel coniuge che scopre la doppia vita dell’altro sui social mentre in casa, come dottor Jekyll e mister Hyde, spergiura amore eterno, passione e fedeltà?
Ha qualche rilevanza, ancora oggi, la fiducia che si ripone in colui che ti è vicino nel letto tutte le notti?
Anche la fiducia non ha valore? Se così è allora si abbia il coraggio di andare fino in fondo, modificando anche la legge ed eliminando ogni dovere matrimoniale.
Quel che resterebbe è il nulla. Ma tant’è.
Ognuno faccia quel che gli pare, incoraggiante destino di una società che viaggia spedita verso il baratro del nulla interiore.

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