Cronaca

Le cosche fanno affari in Bitcoin

Mentre si parla di lotta al contante la criminalità grande e piccola da tempo guarda alle criptovalute

Bitcoin

Fabio Amendolara

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I magistrati che ci lavorano su da qualche tempo la chiamano familiarmente la «blockchain criminale». E oltre ad aver scoperto che gli evasori fiscali sono già corsi ai ripari tramite lo «spacchettamento» delle somme da far sparire ricorrendo a criptovalute e a monete virtuali, hanno anche svelato che gli stessi meccanismi sono già in fase sperimentale negli ambienti della malavita e del terrorismo internazionale. I criminali, insomma, aggirando la direttiva antiriciclaggio, hanno già trovato il modo di andare oltre la sbandierata guerra al contante, uno dei mantra del governo giallorosso.

L’inchiesta madre è stata ribattezzata «European ’ndrangheta connection». E, con grande sorpresa, gli investigatori hanno appreso che, nell’era del 2.0, i soliti boss da coppola e lupara, oltre a parlare un inglese fluente, dal cuore della Locride avevano proposto a un cartello della coca sudamericano un pagamento in bitcoin. L’affare si è concluso però con il classico bonifico fatto da una «testa di legno», ma solo perché doveva essere chiuso in fretta e il broker brasiliano ancora non si rendeva bene conto delle potenzialità offerte dalle nuove frontiere finanziarie.

«Abbiamo la prova» sostiene il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo «che le cosche hanno proposto ai loro referenti in Brasile il pagamento in bitcoin. Questo dimostra la capacità di evoluzione della ’ndrangheta. Le cosche calabresi sono già pronte, gli altri no».

E a sentire Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Napoli in corsa per coprire la poltrona di capo della Procura di Salerno, anche la camorra si è tuffata nel deep web. «In questo momento» afferma Borrelli «vengono usati strumenti di investimento che sono difficilmente accessibili alle indagini. È il caso dei bitcoin e delle sue possibilità di speculazione che sono strettamente connesse agli investimenti in criptovaluta».

A Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, per esempio, a febbraio è finito in manette, insieme ad altre cinque persone, Vladislav Stoica, uno «smanettone» del web che per i carabinieri era il capo di una banda di pusher. Aveva organizzato una sorta di Amazon dello stupefacente. Si prenotava la droga tramite un sistema informatico di messaggeria criptato, noto come Surespot. Si pagava in bitcoin e la «roba» arrivava direttamente a casa con un comune pacco postale.

Il bitcoin, insomma, risulta la prima moneta per i pagamenti realizzati per il commercio illegale: dalle truffe, allo scambio di materiale pedopornografico, fino alla droga e agli investimenti dei terroristi. «Anonimato, flessibilità e rapidità sono i vantaggi offerti dalle criptovalute. E non stupisce che anche Daesh, l’ex Stato islamico, provi a sfruttarli». Lorenzo Marinone, analista responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Cesi, Centro studi internazionali, ritiene che lo Stato islamico abbia diversificato le proprie entrate affidandosi alle criptovalute. Anche se non si può parlare di un successo. Secondo Marinone «le somme veicolate in bitcoin sono ancora marginali, come conferma anche l’ultimo report delle Nazioni Unite. Ma è possibile che sfugga qualcosa, che si veda solo una parte della punta di un iceberg che potrebbe essere, o diventare, enorme».

Nel frattempo, qua e là per l’Italia, c’è chi ha già tentato di prendere le misure per sfruttare le potenzialità del web occulto. Da Brescia un gruppo di ragazzi tra i 19 e i 27 anni, uno dei quali studente modello del Politecnico di Torino, aveva messo in vendita delle armi sul «Berlusconi market», una piattaforma online gestita, per mantenere l’anonimato, con falsi nomi di importanti politici, come Emmanuel Macron e Vladimir Putin. Con oltre 100 mila annunci diffusi via web, «i tre arrestati» spiega il comandante del Nucleo speciale frodi tecnologiche della Guardia di finanza Giovanni Reccia «facevano da intermediari tra i clienti e i venditori». Mettevano quindi a disposizione la piattaforma online. E i pagamenti? In bitcoin, naturalmente. Uno store online con gioielli di grandi marche contraffatti è stato poi sequestrato a Brescia. Lì c’erano i server di un venditore che aveva cominciato a commercializzare in rete i gioielli, ma anche documenti falsi. Per ricevere la merce era necessaria una transazione nella criptovaluta inventata nel 2009.

Un altro caso, a Torre Annunziata, provincia di Napoli. Qui i falsari del terzo millennio avevano provato ad alzare l’asticella, lanciandosi in un affare globale: stampavano banconote false poi spedite in tutto il mondo. L’attività di distribuzione è stata definita «intensa» e, stando agli investigatori, in pochi mesi ha fruttato 160 mila euro. Per i pagamenti in bitcoin, ha scoperto il Nucleo speciale di polizia valutaria, gli indagati si appoggiavano a una società di cambio di Malta. Anche in questo caso abbondavano gli annunci nel deep web.

C’era poi chi di grandi affari non si è mai occupato e tentava semplicemente di sbarcare il lunario. A Cernusco Lombardone, la Procura di Lecco ha scoperto infatti una piccola truffa con eBay. L’indagato pubblicizzava la vendita di un telefono cellulare di ultima generazione che, dopo l’acquisto, non veniva recapitato. Il truffatore si faceva «bonificare» gli importi su un conto corrente online intestato a un prestanome. Da lì partivano bonifici a favore della Kraken payward Ltd, piattaforma di scambio in bitcoin e analoghe criptovalute. E il denaro spariva. Decisamente molto più organizzata era la banda smantellata dalla Procura di Frosinone, che aveva scelto i bitcoin per l’attività di estorsione. I sette indagati «infettavano» il computer degli utenti, quasi sempre imprese o professionisti, con un virus criptolocker in grado di bloccare il sistema informatico.

Per riottenerne la disponibilità le vittime erano costrette a pagare un riscatto, rigorosamente in bitcoin. Circa 400 euro per ogni «attacco». In un anno, stando alle verifiche effettuate dagli investigatori, è transitato sulle carte prepagate degli indagati circa un milione di euro. Denaro che, anche in questo caso, dopo la trasformazione in criptovaluta è diventato anonimo e irrintracciabile. Senza spalloni e senza valigette 24 ore. Basta un semplice clic del mouse. Con buona pace di chi vorrebbe eliminare il contante. © riproduzione riservata

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