Cronaca

La passione nel proprio mestiere

Tanti giovani espatriano anche se in Italia il lavoro per loro non manca. Questione anche di etica del lavoro

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Giampaolo Pansa

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Chi comanda oggi in Italia? Per il momento nessuno. Il nostro Paese sembra una barca senza nocchiero, pronta ad affondare. Domani, forse, comanderà Matteo Salvini nella sua nuova divisa di dittatore leghista. Ma quando arriverà il domani che molti aspettano? E quando sarà arrivato esisteranno ancora degli italiani da comandare? Quelli delle vecchie generazioni, come la mia per esempio, saranno già morti e sepolti. Ma i giovani dove li scoveranno? Leggo sui giornali che molti di loro si stanno trasferendo all’estero, in altri Paesi europei, nell’illusione di trovare un lavoro migliore e meglio pagato che in Italia. In realtà il lavoro ce l’avrebbero qui, ma non lo vogliono accettare. In questi giorni mi è capitato di parlare a lungo con due imprenditori toscani, uno è il proprietario di una falegnameria importante, l’altro si occupa di impianti elettrici. Entrambi mi hanno detto la stessa cosa: non troviamo giovani disposti a imparare il nostro mestiere. Preferiscono fuggire a Londra per fare il pizzaiolo. Oppure puntare sul reddito di cittadinanza e su un po’ di lavoro nero. Ma così resteranno a carico nostro per tutta la vita.

Anche mio padre Ernesto, classe 1898, era povero. Ma cambiando molti lavori ha poi trovato quello giusto: l’operaio del telegrafo. Mia madre Giovanna aveva imparato a cucire quando aveva dieci anni ed era una piccinina sveglia. È diventata una sarta e una modista molto ricercata. E guadagnava più di mio padre, ma non lo faceva pesare. A me piaceva scrivere. E volevo fare il giornalista. La fortuna mi ha aiutato, ho vinto un premio importante per la mia tesi di laurea sulla guerra civile, e La Stampa mi ha assunto come praticante. Fu così che mi trovai alle prese con un direttore, il mitico Giulio De Benedetti, che aveva la fama di essere una carogna. Capace di mostrarsi cattivo pure con chi lavorava per lui. E persino con la figlia Simonetta, poi diventata la moglie di Eugenio Scalfari.

Il mitico Gidibì ogni domenica pubblicava un breve articolo di fondo, messo di spalla in prima pagina. Lo scriveva il sabato mattina nella sua villa sulle colline di Torino. Dopo averlo scritto lo leggeva alla figlia, poi le chiedeva: «È tutto chiaro? Hai capito che cosa voglio dire ai nostri lettori?». Per liberarsi di quella croce, Simonetta rispondeva subito di sì. E allora Gidibì le replicava: «Se hai davvero capito, ripeti quello che ti ho letto...». Quando la figlia non sapeva farlo, lui stracciava l’articolo e ne scriveva un altro.

Imparare il mestiere alla Stampa di Gidibì ti obbligava a convivere con una dittatura inflessibile. Accadeva così anche per i capiservizio. Le loro riunioni avvenivano in una stanza dove esisteva una sola sedia: quella del direttore. Lui ruggiva: «Restare in piedi aiuta a evitare i discorsi inutili!». I suoi giudizi erano senza appello. Un giorno Carlo Casalegno, il collega poi ucciso dalle Brigate rosse, responsabile della terza pagina, mi chiese di scrivere una recensione di un libro sullo sbarco alleato in Normandia nel 1944, appena uscito. Lo scrissi, lo corressi, lo riscrissi, poi lo portai a Gidibì. Lui lo lesse ringhiando, poi lo stracciò in pezzetti grandi come coriandoli e mi rivelò la sua sentenza: «Non mi piace. È soltanto una pessima cronaca dello sbarco in Normandia, evento al quale lei non ha di certo partecipato per ragioni di età».

Avevo appena 27 anni e Torino era una città difficile. Anche nei quartieri abitati da chi non era ricco si leggeva dappertutto: «Non si affitta ai meridionali». La mia giovane moglie di allora era lombarda, della Lomellina. Ed era costretta a spiegare di non essere dell’Italia del Sud. Ma veniva ascoltata con attenzione soltanto quando diceva di essere sposata con un giornalista della Stampa. Gidibì poteva andare fiero del sistema autoritario che aveva creato. Tutti stavano al loro posto. I praticanti come il sottoscritto, i redattori professionisti, i capiservizio, i capiredattori, e infine Lui, il Dio in terra. Quando entrava nel salone della redazione, tutti ci alzavamo e si smetteva di lavorare. Sino a quando Gidibì non ordinava: «Signori, seduti!».
Poteva sembrare un sistema ottocentesco. Ma non era così poiché contava sulla passione degli essere umani che lo tenevano in vita. I giovani come ero io allora venivano premiati con incarichi complessi che ci facevano tremare. Accadde così quando nell’ottobre del 1963 ci fu la catastrofe del Vajont. Mi fecero partire da Torino nella notte, con un viaggio interminabile in auto sino a Belluno. Cominciai a scrivere un articolo dopo l’altro, per molti giorni. Ma la passione per quello che dovevo raccontare ai lettori della Stampa mi sosteneva e mi impediva di sentire la fatica.

Vidi allora da vicino i famosi inviati speciali. Litigavano sempre fra di loro. Giorgio Bocca, il caposquadra del Giorno, arrivò a lanciare una bistecca addosso ad Alberto Cavallari, il numero uno del Corriere della sera. Poi arrivarono le ragazze jugoslave di un servizio che si occupava di recuperare i cadaveri sepolti dall’acqua caduta dalla diga del Vajont. Era un lavoro terribile e le ragazze slave cercavano di distrarsi amoreggiando con i giornalisti italiani. Ma i praticanti come me si resero subito conto che era merce soltanto per i big. A noi toccavano la gavetta e il lavoro duro.
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