Cronaca

La solitudine delle vittime

Il permesso dato al giovane che uccise una guardia giurata mostra come in Italia difendiamo troppo i carnefici e poco le vittime

Della-Torre-guardia-giurata

Mario Giordano

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«Vorrei anch’io il permesso di riabbracciare mio padre». Non riesco a togliermi dalla testa le parole di un ragazzo napoletano, si chiama Giuseppe Della Corte, e forse in questi giorni ne avrete sentito parlare in tv. Il papà di Giuseppe, Francesco, era una guardia giurata. È stato ucciso nel marzo dell’anno scorso, mentre lavorava: tre ragazzini, poco più che sedicenni, l’hanno aggredito con mazze e bastoni in una stazione e l’hanno pestato senza pietà. «Volevamo rubargli la pistola» diranno poi, senza alcun pentimento. Francesco è rimasto in coma 15 giorni prima di morire. E mentre lui era in agonia, i ragazzi assassini se la spassavano e ridevano alle sue spalle, senza sapere di essere intercettati. «Schiatta! Schiatta!», sghignazzavano. E poi: «Tanto non ci fanno niente».

Subito dopo li hanno arrestati e processati. Questa primavera sono stati condannati a 16 anni di carcere. Poco, troppo poco per un omicidio così. Ora inizia il processo d’appello. Ma qualche giorno fa, questo è il punto, uno di loro ha compiuto 18 anni. E il tribunale gli ha concesso un permesso premio. Il ragazzo è uscito di cella ed è andato a festeggiare il compleanno in un locale lì vicino, circondato dagli amici. Torte, cotillons e tavole imbandite. I social hanno rilanciato le foto. Il ragazzo assassino, neo diciottenne, si pavoneggia mano nella mano con la sua fidanzatina. La riabbraccia. E per questo che Giuseppe dice: «Anch’io vorrei il permesso di riabbracciare il mio papà». Purtroppo, però, quel permesso non lo potrà avere. Mai più.

Giuseppe ha una sorella, che si chiama Marta che studia giurisprudenza. Marta dice di aver scelto quella facoltà perché ha fiducia nella giustizia. Ma non è facile aver fiducia nella giustizia quando vedi l’assassino di tuo padre che fa festa, e a te rimangono solo ricordi, foto, lacrime e dolore. Tu l’hai festeggiato il tuo compleanno? hanno chiesto a Marta. No, ovviamente. Quest’anno Marta non ha festeggiato il compleanno. L’assassino di suo padre, invece sì. E ancora una volta, fra feste fatte e non fatte, si ha l’impressione che in questo Stato convenga essere criminali piuttosto che vittime.

Per le vittime, infatti, non c’è mai nulla. Per le vittime non c’è mai attenzione. Non c’è un filo di emozione, né condivisione, tanto meno aiuto pratico. Chi è vittima rimane solo, vittima due volte, dei delinquenti e della solitudine in cui viene abbandonato. Per i criminali, invece, no. Per loro ci sono mille attenzioni. Le attenuanti. Le tutele. I percorsi di recupero. I permessi premio. La riabilitazione. Il reinserimento sociale. Il criminale non viene mai lasciato solo. E se ha un desiderio si cerca di esaudirlo, foss’anche quello di festeggiare il compleanno in faccia alle proprie vittime.

È tutto perfettamente legittimo, per carità. Il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ha mandato gli ispettori nel tribunale che ha concesso il permesso premio, ma vi anticipo già come finirà. Come finisce sempre in questi casi: in nulla. Si troverà che sono state rispettate perfettamente le leggi, che le regole non sono state violate. Ma mi domando se questo non sia ancora più grave. Se non sia ancora più grave, cioè, dover dire a Marta e Giuseppe che quello che stanno vivendo non è frutto di un errore, una svista, un’infrazione. Ma è proprio quello che prevede lo Stato. Che si dimentica chi è vittima. Non chi è carnefice.

E poi mi domando anche se questo sia davvero il modo di aiutare i carnefici. Se questo sia davvero il modo per aiutarli a capire quello che hanno fatto, premessa necessaria per poter essere realmente reinseriti nella società. Marta e Giuseppe hanno raccontato che durante tutto il processo gli assassini del padre non hanno mai chiesto scusa sul serio. Solo parole di circostanza. Fredde. E quando raccontavano il delitto (orrendo) lo facevano con cuore duro. Il giudice li ha definiti «ragazzi indifferenti al male». È stata riconosciuta l’aggravante della crudeltà. Avete capito bene: indifferenti al male, crudeltà. Ma per loro queste rimarranno parole vuote. Come potranno infatti capire l’orrore che hanno commesso, se dopo poco più di un anno possono andare già in giro a festeggiare? Ho l’impressione che dopo tanto parlare di rieducazione, ci sarebbe un gran bisogno di tornare a parlare di punizione. Perché, dopo un errore, se non c’è pena, non c’è comprensione. E se non c’è comprensione non ci può essere rieducazione. Resta solo l’offesa alle vittime. Condannate due volte, loro sì: al lutto e all’umiliazione. n

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