SICILIA: PRIMA SEDUTA ARS, IN AULA BATTIATO ASSENTE ZICHICHI
Cronaca

La Sicilia come fallimento della Storia

Ferrovie ferme alla monorotaia, crolli stradali, malversazione pubblica. La Sicilia è ancora l'isola dello sviluppo negato

Non è più uno spazio della geografia ma un fallimento della storia. In Sicilia l’89 per cento della rete ferroviaria è monorotaia, 40 mila le frane accertate, 90 per cento i rifiuti conferiti in discarica, 7 miliardi il debito denunciato, 50 mila i dipendenti ricoverati nel più grande ospedale da campo dell’amministrazione pubblica. Non parlate più di metafora, ma di sciagura nucleare: la Sicilia è la Fukushima d’Italia.

E infatti la politica o è immoralità o macchietta, l’antimafia una patacca, la sanità è scienza di mammane più che di ostetriche, perfino la cultura qui è stata convertita come cassa integrazione per diavoli. Dopo il crollo del viadotto Himera sull’autostrada Palermo-Catania, l’intero territorio è smembrato in due blocchi come in Corea quando il 38° parallelo separava i sovietici dagli americani, come a Suez quando il canale divideva la civiltà della contemplazione da quella della ragione. Solo il mese scorso la Corte dei Conti ha reso pubblica la black list della politica siciliana, dissezionato la carne infetta dell’isola "criminale". Nel 2014 sono state 141 le istruttorie per peculato, 114 i dipendenti pubblici indagati per malversazione: corruzione, patenti facili, agevolazioni per ottenere invalidità civili, abusi di quella legge 104 che da norma di civiltà si è mutata in furbizia da mascalzoni. A Priolo, in provincia di Siracusa, i consiglieri comunali, secondo i magistrati della Corte dei Conti, si sono aumentati l’indennità del 417 per cento provocando un danno erariale di 650 mila euro.

 

Esiste un luogo nella cartografia dei paesi attardati dove la modernità non solo sta arretrando ma viene combattuta come faceva in Giappone la dinastia dei Togukawa. Per spiegare meglio lo squilibrio con cui la Sicilia organizza i trasporti e pianifica la mobilità, basti ricordare che in dieci anni la Regione ha speso in infrastrutture ferroviarie solo 1 euro e 50 centesimi per ciascun abitante, 100 milioni in sei anni per le strade provinciali, ma ha devoluto 150 milioni di euro, solo nel 2014, per foraggiare il trasporto su gomma. Due soltanto sono i treni diretti che da Roma oltrepassano lo stretto di Messina, e non certo per la pressione della Regione ma solo per la compassione di Trenitalia. Chi ha voglia di comprendere cosa sia l’autonomia in Sicilia sappia soltanto che la Regione che vuole più poteri da Roma ha lasciato fino a oggi a Roma la competenza sui propri binari.

La Sicilia è stata l’unica regione a non aver sottoscritto in questi anni il contratto di servizio con le ferrovie, la sola a non prenderne il comando. Giovanni Pizzo, assessore alle infrastrutture che finalmente ha firmato il contratto con Trenitalia, è già stato contattato dalla Dia: «Mi vogliono dare la scorta e solo per aver parlato di bandi, gare. Le società di autotrasporto non mi hanno neppure voluto rivelare il numero dei biglietti staccati adducendo come pretesto la privacy». È siciliana, la tratta ferroviaria, e lo scrive il rapporto Pendolaria 2014, che ci mette fuori dall’Europa e ci avvicina agli slum di Nairobi. Per collegare Ragusa e Palermo i treni impiegano 6 ore e 40, per mettere insieme Catania e Palermo 3 ore e 18.

«E adesso che pure Cuba si è aperta al mercato è rimasta solo la Sicilia come ultimo luogo di socialismo reale dove al salario non corrisponde il lavoro» dice il presidente dell’Enac, Vito Riggio. Oggi i siciliani implorano Riggio affinché faciliti l’istituzione di un volo da Catania a Palermo. «I siciliani vorrebbero infatti risolvere tutto con gli aerei, come se questi possano risolvere le disavventure culturali. Dal punto di vista ingegneristico quel volo è una sciocchezza» dice il presidente dell’Enac. I tempi? «Tra imbarco e sbarco si farebbe prima con l’autostop». Da Palermo a Catania solo dopo la frana, che sembra aver liberalizzato il mercato, i treni sono diventati sette al giorno. E non si capisce perché siano pure improvvisamente “veloci”: «La ragione? Treni più rapidi come il Minuetto, alcuni lavori sulla tratta, ma soprattutto la riorganizzazione degli orari che ricordo sono concordati con la Regione, la stessa che decide quante fermate e quali treni utilizzare» dice Stefano Biserni di Rfi che assicura di abbassare il tempo della tratta Palermo-Catania a 2 ore 50.

Qui la soglia della velocità si è fermata a 80 km/h ed è salutata come il passaggio dal carbone all’elettricità. In Sicilia gli investitori privati hanno smesso di scommettere come si fa nei luoghi insicuri, dove scarsa è la democrazia e i territori sono travolti dalle scorrerie. C’è infatti tutta una accolita di forconi che lotta a favore della lentezza, del ritardo culturale, che usa l’ambientalismo come gli untori si servivano delle bende per contagiare il morbo e diffondere la pandemia. In Sicilia si sta ampliando la scuola quadri del rancore, gli specialisti in sabotaggio. Chi ha provato a scomettere su quest’area è fuggito come si fugge dalle casematte. Sono ancora sette, lo ricorda sempre la Corte dei Conti, i capigruppo dei partiti che sono in attesa di giudizio e accusati di aver utilizzato 2 milioni di euro di fondi per comprare gioielli, auto di lusso, fumetti di Diabolik, pasta fresca, lavanderia, vino.

Solo una settimana fa, in un intervento in aula a metà tra la tragedia e il pittoresco, un deputato dell’Udc, Giuseppe Sorbello, (sospeso per una condanna in primo grado ma reintegrato) ha denunciato la simonia delle cariche: «Io sono forse uno dei pochi che non ha avuto niente…Molti di quelli che hanno cambiato casacca in questo Parlamento hanno avuto nomine a iosa di parenti, di amici e amici degli amici». E infatti con furia pasticciona il presidente Rosario Crocetta è riuscito ad autorizzare prima un finanziamento di 10 milioni di euro al gruppo di sanità privata Humanitas, che fa capo alla famiglia del consigliere regionale Pd, Luca Sammartino, poi lo ha sospeso (male) con il risultato di affidarlo nuovamente.

Attraverso un golpe borbonico passato in consiglio regionale, la Sicilia ha ripristinato le province, resuscitato 300 tra consiglieri e assessori, tutta una schiuma di cacicchi in sedicesimi. Come se ciò non fosse sufficiente c’è pure l’antimafia che qui è stata ormai assegnata per competenza agli psicanalisti di scuola junghiana, quelli che cercano di indagare il ruolo della libido. Usata come amplesso dalla politica che ne fa blasfemia, l’antimafia in Sicilia è un festa pride, il travestimento per confondere la mafia e l’antimafia. In quest’isola che non ride più, l’unico sorriso che le era rimasto, quello dell’ignoto marinaio dipinto da Antonello da Messina e reso letteratura da Vincenzo Consolo, è stato spedito a Milano per Expo, e chi davvero ama l’arte non può che sperare che a Milano ci rimanga. Ebbene, la Sicilia non è più un ostacolo della storia ma la dimostrazione della sua fine come scriveva il politologo Francis Fukuyama. Insomma, va detto. Non basta più commissariare questa isola ma bonificarla, transennarla con il nastro giallo che segnala i pericoli. La Sicilia è la centrale Italia, il magazzino di stoccaggio delle scorie nucleari.


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