La rivolta dei dirigenti (sulla carta) della pubblica amministrazione

Sarebbero "idonei" ma vengono superati dai colleghi promossi senza concorso: i casi dell'Agenzia delle entrate e dell'Autorità Anticorruzione

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Il ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia – Credits: ANSA/CLAUDIO PERI

Stefano Caviglia

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Come può funzionare una burocrazia i cui metodi di reclutamento dei dirigenti sono regolarmente contestati e spesso bocciati da sentenze della magistratura amministrativa? Fra i tanti paradossi italiani ce n'è anche uno che di solito passa sotto silenzio ma produce danni sia sul piano economico che su quello morale: le abituali anomalie per la nomina dei dirigenti pubblici. Un male che non risparmia neppure i centri più strategici dell’Amministrazione, come l’Agenzia delle entrate e perfino l’Autorità nazionale anticorruzione.

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Ne sanno qualcosa gli oltre 250 funzionari pubblici che negli ultimi anni hanno ottenuto l’idoneità (ma non il relativo incarico) al ruolo di dirigenti, seguendo la procedura classica: preselezioni, due prove scritte, una prova orale e infine inserimento in una graduatoria. Alla fine di quest’anno, dopo anni di attesa, perderanno anche quel fragile titolo, la cui durata triennale è già stata prorogata più volte.

Così, vedendo la ghigliottina pronta a calare sulla sudata idoneità, il piccolo esercito dei dirigenti mancati si è organizzato, dando vita a un comitato che ora prova a farsi sentire. Tre le rivendicazioni fondamentali che spera di riuscire a far valere prima della fine di dicembre: proroga della validità dei titoli al 2018; ripresa dello scorrimento delle graduatorie concorsuali (nel frattempo bloccate anche perché non si sa ancora dove mettere i dirigenti delle province); creazione di un ruolo unico in cui ciascun idoneo possa essere pescato da tutte le amministrazioni e non solo da quelle in cui ha superato la prova.

"Chi ha studiato per preparare un concorso" osserva uno dei promotori del comitato, Dario Messineo "si è fidato dello Stato. Tradire questa fiducia significa mandare un messaggio devastante ai dipendenti pubblici e più in generale al Paese". Sarebbe facile obiettare che nei paesi seri i concorsi si bandiscono solo per i posti disponibili e che il conseguimento di una semplice abilitazione crea aspettative fatalmente aleatorie. Se non fosse per un piccolo particolare: mentre i vincitori di concorso aspettavano, altri sono diventati dirigenti al posto loro, sfrecciando in corsia di sorpasso.

Come? Soprattutto ricorrendo all’articolo 19, comma 6 della legge 165 del 2001, una norma scritta negli anni ’90 per consentire alla Pubblica amministrazione di pescare all’occorrenza anche dall’esterno e di cui lo stesso autore, l’allora ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini, ha appena contestato l’applicazione proprio in una intervista pubblicata da noi (LEGGILA QUI)

Situazioni anomale ce n’è davvero in quantità e la cosa più sorprendente è che, nonostante le contestazioni diffuse e diverse sentenze della giustizia amministrativa, vanno avanti da anni come se niente fosse.

Chi potrebbe immaginare che perfino all’Anac di Raffaele Cantone, continuamente invocata contro sprechi e corruzione, siano al lavoro ben 9 dirigenti su 45 (fra cui Lorenza Ponzone, rinviata a giudizio per corruzione nell’inchiesta sulla Tav) entrati con un concorso dichiarato nullo dal Consiglio di Stato? La faccenda, a quanto pare, è così imbarazzante che la stessa Autorità esita a pubblicare il ruolo dei dirigenti, atteso ormai da mesi, nel timore che questo semplice atto sia impugnato da quanti si considerano danneggiati.

Spicca in questo campo la baldanza dell’Agenzia delle entrate che, non contenta di esser stata bacchettata duramente un anno e mezzo fa dalla Corte Costituzionale con la retrocessione di 800 dirigenti nominati senza concorso, continua a produrre perle di disinvoltura burocratica. Ad esempio quella che a gennaio 2015, subito prima della sentenza della Corte (attesa da mesi), ha portato alla promozione di uno dei quasi sicuri retrocessi, Claudio Borgnino, da vicedirettore a direttore della rivista telematica Fisco Oggi. Per farlo i vertici dell'Agenzia non hanno sentito il bisogno di dar vita ad alcuna procedura pubblica (che il prescelto ben difficilmente avrebbe potuto superare, non essendo neppure laureato), scatenando i prevedibili malumori dei colleghi più titolati.

Qualcosa del genere è successo anche a fine luglio scorso, con la nomina del nuovo portavoce della direttrice Rossella Orlandi, Sergio Mazzei, uno degli 800 già promossi sul campo e successivamente bocciati dalla Corte Costituzionale. Anche lui è stato messo in aspettativa come funzionario interno per poi essere assunto dall'esterno a tempo determinato al livello superiore. A differenza del collega è almeno laureato, ma non ha comunque mai fatto un concorso da dirigente. E la cosa più sorprendente è che nella delibera di nomina, a sostegno della promozione, effettuata ancora una volta senza lo straccio di un “interpello” (procedura pubblica semplificata rispetto al concorso) viene citata una precedente sentenza della Corte dei conti, la 36 del 2014, che sembrerebbe più adatta a censurare la nomina medesima, visto che il suo contenuto è la bocciatura di un'altra promozione per mancanza di requisiti. Come stupirsi se i funzionari i cui titoli non sono stati presi in considerazione, rimasti ancora una volta a bocca asciutta, sono a dir poco arrabbiati?

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