Cronaca

La nuova ferocia dei giovani

Il caso di Manduria, lo stupro a Viterbo dimostrano che qualcosa si è rotto nell'anima di questo paese

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Fin dai miei primi giorni ho convissuto con uno zio paterno, Mario, nato con la sindrome di Down. Mi ha tenuto in braccio ancora neonata con dolcezza e con nessun altro avrei potuto essere più al sicuro. L’ho compreso quando ho visto con quale amorevolezza cullava la mia cuginetta e la piccolina di una coppia nostra vicina di casa. Si sarebbe fatto uccidere per proteggerle. Mario aveva momenti di rabbiosa reazione soltanto verso i maschi adulti della famiglia, ovvero il vecchio padre e i due fratelli. Con la mamma e la zia, con le sorelle e con le donne in genere è stato sempre affettuoso e delicato. Insomma ne subiva il fascino, come un qualsiasi maschio.

Il nostro casolare stava poco distante dal paese e vivevamo in una comunità larga formata da non poche famiglie contadine sparse sui vari poderi. Era abituale frequentarsi, specie nelle lunghe sere dell’inverno. Il più assiduo a recarsi dai vicini era Mario che, nel dopocena, vi rinunciava soltanto se nevicava o diluviava. La nebbia invece non lo fermava, tanto che più di una volta i fratelli hanno dovuto uscire a cercarlo perché si era fatto tardi e lui non tornava. Aveva perduto l’orientamento, come il vecchietto nel film Amarcord di Fellini.

Tutti gli volevano bene e gli portavano rispetto. Nessun adulto e nessun bambino mai lo ha deriso o maltrattato. Erano tempi nei quali il diverso o il tipo strambo erano considerati esseri umani come gli altri. In paese esistevano due barbieri. Uno di loro era abbastanza strano, però i clienti si accomodavano sulla sua poltrona senza timore e lo lasciavano fare con il rasoio. Al massimo poteva capitargli come al bambino che, a metà della tosata, si era sentito chiedere: «Quanti soldi hai?». Siccome aveva metà delle monete necessarie, era stato spedito a casa a prendere il resto e poi Carobbi aveva finito il lavoro.

La vicenda di Manduria di Taranto ha ridestato questi ricordi. E insieme mi sono chiesta che cosa si sia rotto nell’anima di questo Paese e nello spirito delle sue comunità. Nei sentimenti profondi delle famiglie che in numero sempre maggiore hanno rinunciato e rinunciano ai loro doveri di educatori e, quando è necessario, di repressori. La comunità di Manduria che ha finto di non vedere e le famiglie dei torturatori di quel pover’uomo non sono innocenti. Tanto che i genitori meriterebbero la revoca della patria potestà per inadempienza educativa.

E che dire dei due manigoldi di 19 e 21 anni di Viterbo che hanno stuprato una donna resa incapace di opporsi? Per lei deve essere stato come precipitare all’inferno. Perché subire uno stupro non è soltanto un’esperienza tragica, credo sia come morire pur restando vive.
Ammettiamo pure che la giovane abbia commesso la leggerezza di seguire quei due nel loro circolo privato, peccando di fiducia. Ma non ha altra colpa. Alle avances ha risposto no e tanto doveva bastare. Invece la brutalità dei due ha preso il sopravvento. E allora sarò anch’io brutale e vado oltre quel che si è letto circa i fatti di quella serata. Dopo un cazzotto in faccia per stordirla e renderla incapace di reagire, i due bruti si sono avventati su di lei. Se indossava i pantaloni glieli hanno sfilati insieme alla biancheria. Se portava la sottana, denudarla è stato ancora più semplice. Le hanno allargato le gambe e, mentre si liberavano dei loro pantaloni, i due forse hanno tirato a sorte a chi toccava per primo.
Poi è iniziata l’orgia di piacere. Si sono dati il cambio, perché entrambi dovevano divertirsi. Magari realizzando la vecchia fantasia malata di abusare di una donna in loro totale balia. Quante volte sono entrati dentro di lei conta poco. Conta invece che, mentre uno si dava da fare, l’altro riprendeva la scena con il maledetto cellulare. Con l’intenzione probabile di scaricarla in rete, secondo la più disgraziata delle abitudini.

Adesso lei ha paura. E come potrebbe non averne considerando tutti i contorni della storia. Con quel padre che dice di non avere visto il film dello stupro, ma che si era subito affrettato a consigliare al figlio di distruggere il cellulare. Ma perché quel suggerimento se non aveva visto nulla? E comunque sia, quell’invito indicava come garantirsi l’impunità con la difesa più vigliacca: «Lei era consenziente». Quel che si è affrettato a dichiarare l’avvocato. Che pena, questo padre! Mi piacerebbe sapere come avrebbe reagito contro i due bruti se, a parti invertite, a essere stuprata fossero state sua figlia o sua sorella o sua moglie.

Di fronte al Circeo del 2019 vissuto dalla giovane di Viterbo, quel che ancor più sconcerta e fa vergognare me è il silenzio delle donne che si dice contino. Le cosiddette intellettuali. Le sindacaliste. Le giornaliste. Ma soprattutto le parlamentari. E le signore sindaco o assessore o consigliere o presidente di qualcosa. Tutte ligie e genuflesse nei confronti degli uomini politici che le hanno scelte e capaci di parlare soltanto di galera e di aumento delle pene o di castrazione chimica.
Povere signore delle istituzioni! Donne assuefatte al silenzio, salvo l’essere sempre pronte a ripetere a macchinetta gli slogan e le idee dei loro capi! A tutte quante vorrei chiedere: «Quando ritroverete l’orgoglio di voi stesse e vi deciderete a mettere quel poco potere che avete al servizio di noi tutte?».
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