La difesa dell'ambasciatore: "Non sono un pedofilo"

Il numero uno della Farnesina in Turkmenistan, arrestato ad aprile nelle Filippine con l’accusa di abusi sessuali su minori, si difende: «Il governo di Manila sfrutta la situazione solo per ottenere più aiuti. E la Farnesina dovrebbe fare di più»

Daniele Bosio, 46 anni, al momento dell'arresto – Credits: ANSA FOTO

Ignazio Ingrao

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"Rischia di essere solo una questione di soldi. Temo che le autorità filippine vogliano dimostrare che fanno di più per combattere pedofilia e traffico di minori. Così otterranno più fondi dagli organismi internazionali da distribuire anche alle ong locali che mi hanno denunciato".

Daniele Bosio non usa mezzi termini. Ambasciatore d’Italia in Turkmenistan, 46 anni, è stato arrestato il 5 aprile a Manila con l’accusa di abusi sessuali e traffico di minori. È rimasto in carcere per 40 giorni prima di essere rilasciato su cauzione. Rinviato a giudizio è costretto a rimanere nelle Filippine in attesa del processo. Intanto la Farnesina lo ha sospeso. Rischia fino all’ergastolo. Bosio era stato visto dalle attiviste di una ong in compagnia di tre bambini di strada in un parco acquatico. Ma il diplomatico si difende: «Ho solo offerto loro una giornata di svago». Panorama lo ha raggiunto telefonicamente a Manila.

Ambasciatore, il 10 settembre il processo entra nel vivo. Quali testimoni porterà in sua difesa?
Non molti, perché desidero che il processo duri il meno possibile. Citerò il preside della scuola nel quartiere della grande discarica di Manila dove ho fatto volontariato. E porterò alcuni giovani che ho aiutato quando erano minorenni.
Aveva l’autorizzazione dei genitori ad accompagnare i tre bambini?
Agli atti c’è la deposizione giurata dei genitori che hanno autorizzato i figli a venire con me.
Ha fatto la doccia con i bambini?
Assolutamente no. Erano in condizioni igieniche terribili, li ho lavati e ho dato loro vestiti puliti perché altrimenti non li avrebbero fatti entrare in piscina.
È vero che la polizia ha trovato immagini pedopornografiche sul suo cellulare?
È un’invenzione dei giornali. Non hanno trovato nulla né nello smartphone né nella macchina fotografica.
Si sente vittima di un errore giudiziario?
Dietro questa storia c’è molto più di un errore. C’è la volontà di cavalcare un caso eclatante per mostrare che nel paese si sta facendo qualcosa nella lotta contro la pedofilia e il traffico di bambini.  
A quale scopo?
Le Filippine sono indietro nella classifica stilata da UsAid e da altri organismi internazionali per la lotta agli abusi: sfruttare il caso di un diplomatico aiuta a salire nella classifica e ottenere così più aiuti.
Ha criticato la Farnesina per non aver fatto abbastanza. La pensa ancora così?
Il ministero degli Esteri tratta il mio caso come quello di qualsiasi altro italiano processato all’estero. Ma il mio ruolo diplomatico può aver spinto le autorità ad alzare il tiro proprio per la visibilità che il caso ha assunto.
Che cosa chiede al governo italiano?
Abbiamo proposto appello contro il rinvio a giudizio presso il ministero della Giustizia delle Filippine. Vorrei che si sollecitasse questo pronunciamento e che il governo e il ministero degli Esteri ora agissero con tutta la determinazione e il peso dell’Italia.
Si sente come i marò in India?
Non si può fare il paragone:
i marò erano in servizio, io ero in vacanza. Ma non ho fatto nulla di cui vergognarmi.
 

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