La Cassazione su Totò Riina: cosa ha detto davvero

La sentenza tutela i diritti fondamentali, tra cui la morte dignitosa, che valgono per tutti. La vendetta non ha nulla a che fare con il diritto

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Il boss della mafia, Totò Riina – Credits: Ansa

Anna Germoni

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La sentenza emessa dalla Cassazione nei confronti di Totò Riina nel sostenere il “diritto a una morte dignitosa” sta dividendo l'Italia. Sui social monta la rabbia, il desiderio di vendetta, di “vederlo marcire in galera”. I familiari delle vittime di mafia sono in rivolta. L'indignazione popolare, appena diffusa la notizia, sembra non riconoscere lo Stato di diritto sancito dalla nostra Costituzione che vieta la pena di morte.

In rete, la gente tuona contro i giudici supremi, rievocando e sbandierando un sistema giudiziario da Medioevo, non capendo che lo Stato deve applicare le leggi, per tutelare il detenuto Totò Riina come il detenuto Mario Rossi. La Giustizia è una materia molto delicata che non può essere delegata alle piazze o alla pressione mediatica. Negare i diritti fondamentali, seppure al capo dei capi di Cosa nostra, è una contraddizione in termini. I diritti si chiamano fondamentali perchè sono il fondamento dell'umanità, tutta.

Ma cosa dice effettivamente la Cassazione?

Non parla di liberazione del boss. Non chiede un provvedimento di clemenza. Ma critica il tribunale di Sorveglianza di Bologna che "ammette esso stesso sulla base di un ragionamento illogico e contraddittorio le deficienze strutturali e dunque l'incompatibilità con lo stato di salute del ricorrente" relative alla "necessità del condannato di avere a disposizione un particolare letto rialzabile che per le sue dimensioni non si riuscirebbe materialmente a far entrare nella camera di detenzione".

Inoltre “non potendo ammettere che la mera assenza delle condizioni materiali di cura possa assurgere a possibile causa della scarcerazione di un soggetto di tale risaputo spessore criminale”. (Qui il testo della sentenza)

Quali sono le patologie di Riina?

I giudici supremi bacchettano il Tribunale di Sorveglianza di Bologna che pur ricordando i molti ricoveri presso l'ospedale di Parma (tanto è che nel processo Stato-mafia, Riina non è mai presente in videoconferenza ma quasi sempre nella struttura ospedaliera ndr) afferma che "è in gravissime condizioni di salute", "soggetto di età avanzata, affetto da plurime patologie che interessano vari organi vitali, in particolare cuore e reni, con sindrome parckinsoniana in vasculopatia cerebrale cronica".

L'ospedale di Parma, sembra non essere attrezzato per le cure necessarie. Quindi la Cassazione annullando la decisione dei giudici bolognesi per "difetto di motivazione" chiede il rinvio e di spiegare meglio la sua decisione, perché la caratura criminale del boss, da sola non può giustificare tale trattamento disumano.

I giudici supremi, richiamano dunque i colleghi di Bologna nel far rispettare le norme e i criteri da applicare sanciti dalla nostra Costituzione e dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che vietano la pena di morte.

Ma lo fa nell'interesse di tutti i detenuti. Diritto a morte dignitosa, per tutti i reclusi, compreso Riina. Questo è lo Stato di Diritto. Questo è lo Stato.

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