Cronaca

La carne di Cosa Nostra nei supermercati di Palermo

Bloccata l'ascesa del boss Pietro Formoso, uomo d'onore di Misilmeri e fratello di Giovanni e Tommaso autori della strage di via Palestro nel 1993 a Milano

carne ansa

Nadia Francalacci

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Dalle stragi del 1993 al business dei gioielli e della cocaina passando dalla carne imposta a peso d’oro ai supermercati di Palermo.

La famiglia Formoso di Misilmeri, comune alle porte di Palermo, ha "firmato" gli affari di quasi un quarto di secolo di Cosa Nostra.   

Era la sera del 27 luglio 1993 quando due rappresentanti della famiglia Formoso, Tommaso e Giovanni, considerati “uomini d’onore” di Misilmeri, confezionarono assieme a Cosimo Lo Nigro, la bomba che avrebbe ferito a morte il capoluogo lombardo.

Con un ordigno occultato all’interno di una Fiat Uno rubata pochi minuti prima e parcheggiata in via Palestro, di fronte alla Galleria d’arte contemporanea di Milano, uccisero 5 persone.

La loro “latitanza” durò fino al 2002 quando furono incastrati da alcuni collaboratori di giustizia che li indicarono come gli esecutori materiali dell’attentato.

Sono trascorsi quasi 25 anni da quella strage, e il 9 aprile i carabinieri e i finanzieri di Palermo, sono riusciti finalmente a far luce sul ruolo determinante, all’interno di Cosa Nostra, di un altro componente della famiglia Formoso: quello di Pietro.

Chi è il boss Pietro Formoso

Pietro Formoso, 69 anni, non era mai, incredibilmente, emerso nelle indagini su Cosa Nostra e non era mai stato collegato in alcun modo al periodo stragista. Di lui si conosceva solo la sua abilità nel gestire il traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Non a caso era considerato lo specialista del settore della cocaina.

Ma l’inchiesta “Gioielli di famiglia” che ha portato in carcere sei persone con l’accusa di associazione mafiosa, estorsione e frode fiscale, ha tracciato un nuovo profilo di Pietro Formoso, ovvero quello di un boss in forte ascesa capace di “competere” persino con Matteo Messina Denaro.

Al centro del nuovo business di Pietro Formoso, infatti, non ci sono solo gli stupefacenti ma anche il mercato dell’oro e delle pietre e soprattutto quello della carne.  

“Formoso è uomo d’onore e quindi appartiene a pieno titolo alla famiglia mafiosa di Misilmeri - spiega a Panorama.it il colonnello Antonio Di Stasio, comandante Provinciale dei Carabinieri di Palermo- fino ad oggi, nonostante le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia che lo avessero indicato quale elemento di spicco mafioso misilmerese e palermitano, nonchè punto di riferimento del traffico internazionale di stupefacenti proveniente dalla Spagna e dalla Colombia, non era mai stato accusato di associazione mafiosa o di delitti aggravati dal metodo mafioso".

Il business della carne

Eppure a lui faceva capo anche il mercato delle carni. Infatti, era proprio il boss Pietro Formoso a decidere quale filetto o bistecca doveva finire nel piatto dei siciliani.

Secondo le indagini, il boss sarebbe riuscito a “piazzare”, con i metodi mafiosi, delle partite di carne di una ditta amica nei supermercati della città e della provincia palermitana a un prezzo più caro di quello di mercato.

Un “ingresso” strategico per il clan di Misilmeri in un settore, quello alimentare, che fino ad oggi era appannaggio esclusivo del super latitante Messina Denaro.

Estorsioni ed evasione fiscale

Tra le accuse che i magistrati palermitani hanno mosso nei confronti di Formoso c'è anche quella di aver estorto 100 mila euro ad un imprenditore palermitano per l'acquisto di pietre preziose che, di fatto, erano già state pagate.

Ma il modus operandi del boss, era emerso anche nel corso di altri approfondimenti per operazioni sospette in materia di antiriciclaggio svolti dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Finanza.

Nel corso dell'operazione del 9 aprile, infatti, sono state sequestrate anche somme di denaro depositate su conti correnti riconducibili ad imprese individuali operanti proprio nel settore della vendita all'ingrosso di carne e della vendita di oro ed oggetti preziosi, che avevano omesso il versamento dell'Iva e dell'imposta sul reddito, per un importo totale di circa 850.000 euro.

"Formoso - conclude Di Stasio- è una figura centrale non solo in questa indagine ma nell’intero organigramma mafioso siciliano".

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