L'ultimo pentito della trattativa? Osanna Provenzano

Il teste chiave nel processo è lo stesso uomo che dichiara di «avere un posto nel regno dei cieli» e che il capo dei capi «è un grande uomo»

Stato-mafia:perizia medica su Provenzano

Anna Germoni

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«Grande uomo Bernardo Provenzano, nel senso della grande umiltà in cui viveva», «Provenzano è un pentito…pregava tre volte al giorno», «è una persona normale come tutte le altre», «nonostante tutto aveva sentimenti, aveva un cuore». Questi giudizi benevoli e cordiali nei confronti del boss di Corleone, sono stati pronunciati da Stefano Lo Verso, l’ultimo pentito di Cosa nostra che ha favorito la latitanza di Provenzano, da gennaio 2003 a ottobre del 2004.

Ma il collaboratore di giustizia è anche uno dei testimoni chiave del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, in cui sono imputati insieme uomini delle istituzioni e boss, nonché teste fondamentale nel dibattito per favoreggiamento alla mafia, in cui sono accusati due ufficiali dell’Arma, Mario Mori e Mario Obinu. Il boss di Ficarazzi entrato nelle “grazie” di Provenzano, entra ed esce dal carcere per associazione mafiosa e detenzione di armi. Non è mai stato al regime di carcere duro, tanto è che «il processo Mori lo seguivo in tv», e «ho preso spunto». Ed è proprio quando è recluso a Spoleto nel 2005 che, a suo dire, riscopre la “fede”, anche se decide di collaborare con la giustizia dopo sei anni «dall’associazione con Dio» perché era «sempre emarginato da tutti, dai politici, ero emarginato che non potevo lavorare, tanto che mi cacciarono dal Comune di Ficarazzi, poi a dicembre ho subito altro colpo…da quel momento in poi ho preso la decisione».

A dicembre del 2010 il tribunale di Palermo gli confisca i beni, per un valore complessivo di 2 milioni e 748 mila euro, tra cui 11 terreni per un’estensione complessiva di oltre 12 chilometri quadrati e 10 appartamenti tra Ficarazzi e Palermo. Così il 14 gennaio del 2011 Lo Verso bussa alla porta della procura di Palermo e chiede di poter parlare con il magistrato Di Matteo, «perché si fida solo di lui», anche se al primo interrogatorio chiede lumi sul suo stato patrimoniale e solo al sesto incontro, decide di svelare al pm, che vi era un piano della mafia di Bagheria per ucciderlo. Questo è quanto emerge nel processo a carico dei due ufficiali dell’Arma, per la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Ed è proprio l’avvocato Basilio Milio, legale di entrambi i militari, che durante le sue conclusioni difensive ha dimostrato con dati processuali alla mano, la totale inaffidabilità del pentito specificando che perfino la Corte d’Appello nel condannarlo a cinque anni per associazione mafiosa, una settimana prima della sua deposizione, non gli ha concesso la speciale attenuante prevista per i collaboratori di giustizia.  

Il pentito di Ficarazzi che in passato non ha esitato a «tagliare la gola» al cugino Giuseppe Lo Verso, e che «per fortuna non è morto»,  racconta di «parlare con Dio», di avere «un posto nel regno dei cieli» e che i suoi «beni (sequestrati dalla Procura di Palermo ndr) sono tutti di provenienza lecita». Si lancia in giudizi primitivi e fantasiosi, «la mafia è capace di condizionare il 25-30% dei voti in Sicilia» e si inerpica in affermazioni generiche che cozzano con la logica: Provenzano gli confida senza svelargli l’identità che «era protetto da un potente dell’Arma», (questo dato emerge dopo 5 mesi di «non so nulla», nonostante il pm Di Matteo, di cui Lo Verso «si fida ciecamente» gli abbia chiesto più volte se il boss beneficiava di protezioni delle forze dell’ordine durante la sua latitanza) mentre gli riferisce tranquillamente i nomi dei politici Andreotti, Dell’Utri, Cuffaro, Romano, Schifani e Pisanu, appellato come «il ministro sardo»  che erano «al servizio» della mafia. In più il padrino di Corleone gli rivela che «cinque persone erano dietro le stragi: Provenzano, Riina, Andreotti, Lima e Vito Ciancimino», e che «Lima è stato ucciso (il 12 marzo 1992ndr) perché era a conoscenza delle stragi».  L’avvocato Milio durante la sua arringa dice: «Mi aspetto, e lo dico a futura memoria, che di qui a breve arriverà qualche altro ricordo, a distanza di 20 anni, ovvero qualche altro documento o ancora qualche altro cialtrone di pentito che per barattare vantaggi e/o sconti di pena si dichiarerà disposto ad essere reclutato». 

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