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Cronaca

Italia rimandata in violenza domestica

La cronaca racconta la crescita dei casi ma le norme di oggi a difesa delle donne restano solo promesse non mantenute

Per usare il gergo scolastico, l'Italia è stata rimandata a settembre sulla violenza domestica e, date le motivazioni della Corte di Strasburgo, se non è una sonora bocciatura, ci siamo andati molto vicini: possiamo dire che abbiamo un grosso debito da recuperare nel minor tempo possibile.

La Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato il nostro Paese a pagare un risarcimento per non aver fatto quanto necessario per evitare una immane tragedia occorsa nel 2013 allorchè un muratore della provincia di Udine, violento e spesso ubriaco, aveva ucciso il figlio adottivo della consorte, a sua volta accoltellata gravemente.

La donna aveva già più volte segnalato e denunciato il marito, già dall'anno precedente, per le violenze perpetrate da quest'ultimo, minacce, botte, stupri, molestie ma l'uomo era rimasto sempre a piede libero e, addirittura, talune accuse avevano generato solo ammende o archiviazioni.

Fino alla fatale notte in cui, ubriaco, si era scagliato con un lungo coltello sulla moglie e sul di lei figlio che, nel tentativo di difendere la madre, veniva ucciso.

Elisaveta, questo il nome della donna, aveva dovuto poi subire persino l'onta di vedere successivamente ridotta dalla Cassazione la pena del marito in quanto, non avendo l'assassino legami di sangue con il figlio adottivo della moglie, non era configurabile l'aggravante che aveva determinato la condanna comminata in primo e secondo grado.

A questo punto Elisaveta ha citato lo Stato Italiano avanti la Corte Europea dei Diritti Umani che, a margine di questa terribile vicenda, ha strigliato - e giustamente - il nostro Paese per avere, sostanzialmente, creato una situazione di fattuale impunità, privando di valore le precedenti denunce.

L'Italia è stata ritenuta colpevole di violazione, tra gli altri, del diritto alla vita ed il Comitato dei Ministri di Strasburgo ha chiesto al governo italiano di attuare una serie di misure e fornire entro marzo 2021 informazioni su quanto fatto.

Non solo: è stato imposto di creare rapidamente un sistema completo di raccolta dati sugli ordini di protezione e dati statistici sul numero di domande ricevute, i tempi medi di risposta delle autorità, il numero di ordini effettivamente attuati.

L'Europa si mostra preoccupata per l'escalation della violenza domestica nel nostro paese che, nonostante gli interventi normativi 'di facciata', spesso sbandierati come risolutivi, all'atto pratico è rimasta inerte: i c.d. codici rosso si attivano con colpevole ritardo ed i violenti rimangono impuniti, almeno fino a che non compiano i gesti più estremi.

Solo allora vengono messi in condizione di nuocere, quando però ormai è troppo tardi.

Se è ben vero che i casi dei papà e delle mamme che, per vendetta, si accaniscono sui figli scontano la difficoltà di prevenire certi gesti - a meno di vivere in una società alla Minority Report - è anche vero che la stragrande maggioranza dei femminicidi sono preceduti da segnali che tracciano sempre il medesimo copione dove l'epilogo è pienamente intuibile.

La violenza domestica potrebbe quindi essere adeguatamente contrastata ma troppi sono gli intoppi e i bestiari che accadono in concreto: si pensi solo, tornando all'assurda vicenda di Elisaveta, che quando il marito la sequestrò e stuprò assieme ad alcuni compari, la pattuglia che intervenne lungo la strada a soccorrere la donna si limitò a multare l'uomo per porto illegale del coltello, invitando la vittima a tornare a casa.

Tutto ciò costituisce solo la punta dell'iceberg di un sistema che, pur lastricato di norme e protocolli d'intervento, all'atto pratico rimane lettera morta.

Pitagora diceva che il legislatore dovrebbe essere l'eco della ragione e il giudice l'eco della legge ma, in tema di violenza domestica, le vittime continuano a sentire solo silenzio.

Info: danielamissaglia.com

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