Gli Istigatori

Il linguaggio della politica in Italia e l'odio contro l'avversario

Luigi Preiti spara ai carabinieri in Piazza Colonna (Ansa)

Ci sono stagioni che segnano un’epoca. E date figlie di quelle stagioni. Come il 18 marzo 2013, il giorno del «gran rifiuto». Quando Gessica Rostellato, trentenne ragioniera padovana, entra in Parlamento inviata dai 105 grillini che l’hanno votata alle parlamentarie del Movimento 5 stelle. La cosa migliore del suo primo giorno in Parlamento è stata quella di negare la stretta di mano a Rosy Bindi. «Ma presentiamoci, così cominciamo a conoscerci» le avrebbe detto la presidente dimissionaria del Pd. La reazione di Rostellato si può leggere sulla sua pagina Facebook (immagine in alto):  «Io ho tirato dritto e me ne sono andata ma ti pare che ti do la mano e ti dico pure “piacere”??? No guarda, forse non hai capito: “NON È UN PIACERE!!!”».

Errori di punteggiatura a parte, si potrebbe anche sorridere, se non ci fosse da piangere. E se questa escalation ventennale dell’odio politico non fosse culminata domenica 28 aprile davanti a Palazzo Chigi, quando il quarantanovenne disoccupato Luigi Preiti ha cercato di sparare contro un parlamentare qualunque o un neoministro nel giorno dell’insediamento del governo Letta-Napolitano, guarda caso il governo del «peggior inciucio», ferendo gravemente due carabinieri. Un crescendo di cui molti portano la responsabilità morale, non escluso il guru del M5s Beppe Grillo. Che, per esempio, il 14 novembre 2012 si era rivolto ai poliziotti italiani invitandoli a rivoltarsi contro gli odiati politici, mentre in un comizio elettorale elettorale a Bologna, il 3 febbraio, aveva invitato Al Qaeda a bombardare il Parlamento.

Qualcuno assolverà queste frasi come le provocazioni di un comico, sorvolando sul fatto che la delegittimazione dell’avversario politico è un cimento con cui numerosi maître à penser si sono misurati nel cosiddetto ventennio berlusconiano. Come il giurista Franco Cordero, che una decina di anni fa diede alle stampe il suo pamphlet Le strane regole del signor B., in cui il leader del centrodestra Silvio Berlusconi veniva marchiato con lo stigma dell’innominabile e identificato, al posto del nome, con una lettera puntata o con l’epiteto di «caimano», un altro copyright del professor Cordero.

Da allora, per i partigiani in servizio permanente effettivo della Repubblica e del Fatto quotidiano, Berlusconi è diventato semplicemente «B.». In questo modo un popolo di lettori è stato allevato all’odio, titillato con articoli grondanti disprezzo per l’uomo che da quando è sceso in politica non va riconosciuto come avversario, ma semplicemente esecrato ed eliminato. Ne sta pagando il fio il fondatore della Repubblica Eugenio Scalfari, accusato dai suoi lettori di alto tradimento per avere appoggiato il governo di larghe intese immaginato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Vattene in pensione, vecchio senza dignità» ha scritto tale Lola Vacca su Twitter; «Braccia rubate ai giardinetti» ha scritto un altro. I suoi vecchi fan gli rinfacciano persino peccati ormai prescritti, come una legislatura da deputato del Psi. Scene da un regolamento di conti nel campo della sinistra che non risparmia nessuno. Barbara Spinelli, editorialista aventiniana della Repubblica, in un’intervista al Fatto ha scelto le categorie del ricatto e del tradimento per spiegare la nascita del nuovo governo Letta:

«Una parte del Pd» ha scritto «è forse ricattabile, a cominciare dalla vicenda Monte dei Paschi di Siena». Spinelli (vedere anche l’articolo a pagina 71) sostiene di parlare, ovviamente, a nome della «maggioranza delle persone che non vuole l’accordo con B.». Quel popolo della sinistra che, eccitato dai suoi cattivi maestri, in questi giorni ha occupato, da Nord a Sud, le sezioni del Pd contro il governo di larghe intese. O ha accerchiato fuori da Montecitorio il «bocconiano rosso» Stefano Fassina, responsabile economico democratico e ala sinistra del partito, apostrofandolo con epiteti come «traditore» e «amico di Berlusconi». Per non parlare dell’assedio al ristorante dove cenava il neoministro Dario Franceschini, colpevole di avere votato per la rielezione di Napolitano e per questo bollato come «venduto» da un gruppo di facinorosi. «La cartina di tornasole del periodo che stiamo vivendo è proprio l’aggressione a una persona mite come Franceschini» sottolinea l’europarlamentare leghista Mario Borghezio. Il quale nel 2005 venne malmenato su un treno e costretto in ospedale per diversi giorni.

«Oggi vivo sotto scorta e posso considerarmi un privilegiato». Infatti le ronde antinciucio e anticasta cacciano le loro prede a tempo pieno. Vittime sacrificali i cui nomi e le cui storie sono affisse sui moderni manifesti stile «wanted», gli editoriali di Marco Travaglio. Che per raccontare l’elezione di Napolitano ha puntato sullo sberleffo macabro in odore di vilipendio: «Il cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie (…) sceglie un becchino a sua immagine e somiglianza». Anche Dario Fo (premio Nobel per mancanza di prove, direbbe Travaglio) e Gino Strada (il chirurgo che salva vite in sala operatoria e taglia teste appena dismesso il camice bianco) hanno scelto la strada del razzismo e così nelle loro parole l’avversario politico Renato Brunetta diventa per la sua altezza fisica «esteticamente incompatibile con Venezia» o bisognoso di un seggiolino per fare il ministro, mentre Renato Schifani, l’ex presidente pdl del Senato, «ha un cognome onomatopeico» (cioè fa rima con schifo).

Ma a distribuire patenti di moralità ci sono anche star televisive come Lucia Annunziata («Quelli del Pdl sono impresentabili ») e magistrati come Antonio Ingroia, che ha bollato il governo Letta come «indigeribile», i ministri del centrodestra come «personaggi tristemente noti» e Berlusconi come «vergogna». Offese che in certi ambienti e certi luoghi diventano subito parole d’ordine. In particolare sulla Rete. Dove i grillini si distinguono per livore. Non si trattiene Sonia Toni, ex moglie di Beppe Grillo, giornalista e ambientalista arrabbiata, autrice di un libro recentemente segnalato da Striscia la notizia (Grillo e Antonio Ricci si conoscono da tempo). La donna, nel 2008 candidata al Senato con l’Unione democratica per i consumatori di Willer Bordon, sul suo profilo Facebook si rivolge al presidente della Repubblica con queste parole: «Napolitano vergognati». Poi se la prende con i personaggi del Pd che «con la faccia come il culo vanno al governo insieme a Berlusconi su ordine del capo dello Stato». E sull’attentato davanti a Palazzo Chigi usa parole ardite: «Attenti, cari politici che da decenni state distruggendo Italia e italiani. Arriva un momento in cui la gente non ne può più perché gli è stato rubato tutto e quando una persona non ha più niente da perdere, o si uccide oppure uccide».

L’estremismo è una bestia incontrollabile che, una volta alimentata, crea altro estremismo. E ci sarà sempre qualcuno più irriducibile di te pronto a considerarti nemico al primo cedimento. E così i bersagli si tingono di tutti i colori. Un’atmosfera d’odio ben nota a Stefano Esposito, 44 anni, senatore del Pd, da sempre impegnato in una battaglia «sbagliata», la costruzione della Tav, per cui ha ricevuto minacce e persino pallottole: «Secondo una certa sinistra» dice «basta avere idee riformiste e opporsi a un movimento di piazza per essere additati come pubblici nemici. Sono stato attaccato per le mie opinioni da intellettuali o presunti tali come il magistrato Livio Pepino, il sociologo Marco Revelli e Marco Travaglio. Alla fine il risultato per noi “traditori” è un pericoloso isolamento».

Intorno ai politici la tensione tensione sale. A Genova, nelle scorse settimane, un precario di 34 anni ha preso a schiaffi sia il sindaco Marco Doria sia l’ex vicepresidente della regione Nicolò Scialfa, malmenato per un’inchiesta sul suo partito, l’Italia dei valori. Le cronache giudiziarie, in particolare quelle relative alle spese dei consiglieri regionali, esacerbano gli animi. Davide Boni, ex assessore leghista della Lombardia, accusato di corruzione, è stato aggredito verbalmente da un gruppo di giovani davanti alla scuola del figlio: «Io ho fatto finta di niente, ma mio figlio, 10 anni, non ce l’ha fatta, si è girato e mi ha difeso». Il capogruppo del partito padano alla Regione Liguria Edoardo Rixi aggiunge: «Dopo l’arresto dell’ex tesoriere Francesco Belsito, a un banchetto mi hanno tirato delle manette giocattolo e mi hanno danneggiato la macchina ». L’ex assessore alla Sicurezza della Regione Lazio, Giuseppe Cangemi, ammette che dopo il caso di Franco Fiorito, il Batman laziale, la situazione è peggiorata: «Io e il compianto Teodoro Buontempo abbiamo dovuto proteggere da un’aggressione l’ex presidente Renata Polverini durante una partita di beneficenza». L’ex ministro ed ex presidente del Lazio Francesco Storace chiosa: «Oggi per fare politica ci vuole coraggio. Io guido la macchina da solo e ho capito che bisogna guardarsi più dal singolo. aggressore che dal gruppo, infatti chi agisce in solitudine è davvero esasperato».

Qualcuno non disdegna l’idea della legittima difesa, come il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, di Sel, o come il collega medico Carmine Esposito, primo cittadino di Sant’Anastasia (Napoli), detentori di porto d’armi. «Il disagio sociale è una bomba atomica e i sindaci sono lasciati soli dalla politica e dalle istituzioni» si giustifica Esposito.

Così capita che da giugno 2010 l’assessore al Lavoro della Campania, Severino Nappi viva sotto scorta. Motivo di tensione gli scontri con i disoccupati organizzati. Minacce di morte sono giunte pure alla mamma quasi novantenne. «Ho dovuto cancellare il nome dal citofono, ho la volante sotto casa, devo avvisare la polizia degli spostamenti di tutta la mia famiglia» si sfoga. Ma se l’aria è pesante è colpa anche dei politici, del loro alzare i toni. Alberto Monaci, 72 anni, presidente pd  del consiglio regionale toscano, per i giornali è l’uomo che ha soffiato il posto da grande elettore del presidente della Repubblica al sindaco di Firenze Matteo Renzi: «Io non ho rubato il posto a nessuno» protesta. «Dispiace che Massimo D’Alema abbia definito un errore non mandare Matteo a Roma. In questa situazione di esasperazione bisogna misurare le parole». Il monito vale pure per Renzi: «La sua campagna per la rottamazione non ha certo rasserenato l’atmosfera». Con questi presupposti le armate dell’odio trovano ogni giorno nuovi adepti. Per rendersene conto basta una scorsa al web, dove i «compagni che sbagliano» d’un tempo con Preiti si sono trasformati nei «disperati che sbagliano»: il bersaglio, in questo caso.

Su Twitter e Facebook in poche ore sono nati tre gruppi che inneggiano a Preiti e c’è chi lo definisce «eroe della democrazia». Livori da tastiera presenti in Rete già da mesi. Su Facebook un anno fa è nato il gruppo «Con che arma vorreste ammazzare il vostro politico»: ha per logo una mitraglietta Skorpion e decine di «mi piace». A volte anche i commenti del blog di Grillo finiscono fuori linea: «Potrei uccidere se mi trovassi di fronte uno che alberga a mie spese in Parlamento» ha scritto il 5 aprile Caterina, disoccupata. Quel giorno, di fronte all’ennesimo suicidio da crisi, un altro utente si è chiesto: «Possibile che nessuno di questi disperati abbia la generosità di uccidere un politico?». I rancorosi di professione non rispettano neppure i malati. Costantino M. scrive: «Rosy Bindi è il tumore dell’Italia, facciamo una chemio intensa ». Metafora in linea con quella usata dal leader di Sel Nichi Vendola, per il quale «il Pd ci ha restituito il cancro Berlusconi». «Mi dispiace si usi una malattia per imbarbarire il linguaggio della politica, questa è mancanza di rispetto per chi come me ha dovuto fare la chemioterapia» dice l’eurodeputata Susy De Martini: «Si ricordino questi signori che la violenza verbale può causare gli stessi danni di quella fisica, come insegna l’omicidio del commissario Luigi Calabresi». Che divenne un bersaglio mobile grazie a un appello firmato da alcuni di quegli intellettuali che oggi vorrebbero vedere Berlusconi al cimitero. Come mandante di quel delitto è stato condannato Adriano Sofri, che oggi scrive sulla Repubblica: «Se gridi ai politici “siete tutti morti. Sei un morto che cammina” non stai certo sobillando ad ammazzarli. Ma una volta che uno di loro sia morto e non cammini più, ci resterai male». Se lo dice lui, c’è da credergli.

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