Cronaca

L'Isis, Meriem e non solo. Storie di pentimenti.

Ormai sono migliaia le persone che vogliono lasciare l'Isis dopo aver raggiunto la Siria, come la ragazza della provincia di Padova. Ma è quasi impossibile.

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Nadia Francalacci

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“Il caso di Meriem è un segnale forte della fragilità del Califfato e andrebbe analizzato per i giovani “aspiranti” combattenti”.
La vicenda della studentessa marocchina di 19 anni residente a Arzegrande, in provincia di Padova, che mentre frequentava quarta superiore ha deciso di diventare "sorella Rim", nome di battaglia scelto da lei stessa per divenire "soldatessa dell'esercito informatico" al servizio della jihad islamica, è rimbalzata sulle cronache italiane dopo che una sua telefonata è stata intercettata dagli uomini dell’antiterrorismo dei Carabinieri del Ros.

Meriem chiedeva di rientrare in Italia. In sostanza, chiedeva aiuto per riuscire a lasciare i territori della Siria, spogliarsi dei panni della sorella Rim e di rientrare in quelli di Meriem. Cosa, però, non affatto semplice se non impossibile, sia sotto il profilo logistico e sia per il controllo esercitato dagli stessi terroristi sui combattenti che hanno raggiunto il Daesh.

Meriem non è un caso isolato, non è la sola che vuole tornare a casa. Ci sono centinaia di giovani che dopo aver raggiunto i territori della Siria, vogliono rientrare.

A febbraio 2015, Rashid ex miliziano tornato in Francia, racconta dei suoi sei mesi a Raqqa come poliziotto dello Stato islamico: “L’Isis? Solo atrocità, non è Islam. Ci svegliavano tutti i giorni a colpi di kalashnikov. Poi parla di prime colazioni a base di datteri, allenamenti sportivi, footing, nuoto nell’acqua dell’Eufrate, e infine lavaggio del cervello durante i corsi di «dottrina» politica e religiosa. Così è stato fino al giuramento finale all’Isis: lo abbiamo fatto sotto a un capitello. Bisognava ripetere con un emiro parole rituali con cui ci impegnavamo a prestare fedeltà al “solo vero califfo dei musulmani”, a cui dovevamo ascolto e obbedienza».

Un pentito di 26 anni che ha pagato un trafficante per portarlo in Turchia ricorda: “L’Isis vuole uccidere chiunque dica di no. Tutti devono essere con loro. Pensavo tutto il tempo: se mi arrestano, se mi fermano, mi taglieranno la testa”.

Un altro ex combattente, Hassen, ha spiegato: “Mi sono unito all’Isis per dare assistenza umanitaria ai siriani e avere una possibilità di vivere sotto il califfato e la legge islamica. Ma non tutto nello Stato Islamico è fatto di parate militari e vittorie”.

Perché il "pentimento" dopo poche settimane? Che cosa accade?
“Viene meno l’identificazione forte nell’Isis, quella basata sul credo religioso e su il rispetto assoluto di leggi e regole, quella solidità che è tanto paventata dall’Isis e che li ha spinti a combattere in prima linea al fianco dei terroristi – spiega a Panorama.it, Silvio Ciappi, psicologo e criminologo – questi “soggetti liquidi” parafrasando sempre Bauman, che non sono che uomini o donne molto fragili, prendono coscienza di una realtà diversa da quella immaginata e auspicata e soprattutto si rendono conto che hanno subito una spoliazione progressiva dell’identità”.

Si spieghi meglio..
La “pedagogia nera” utilizzata dall’Isis, ovvero un’imposizione, una costrizione a determinati tipi di atteggiamenti e comportamenti non fa parte nel vivere occidentale, non è applicata alle nostre generazioni. Quindi, soggetti come Meriem che hanno vissuto ‘all’occidentale’ e che si sono integrati di questa società, subiscono una perdita progressiva dell’identità attraverso l’assunzione di comportamenti specifici e rituali, attraverso rigidissime regole che diventano liturgie ossessive e violente che non sono poi molto differenti da quelle utilizzate nelle sette o nelle organizzazione estremistiche. In sostanza c’è l’annullamento dell’Io che è una morte psicologica, civile e fisica.

Analizzare bene il caso di Meriem, parlare del pentimento della sorella Rim, potrebbe essere fondamentale per quei giovani “liquidi” che continuano ad identificarsi con una realtà che non è esiste - conclude il psicologo Ciappi- con un mondo che impone in modo violento la privazione di se stessi, della propria mente, della propria identità.

Circa 20 mila combattenti, un quarto di essi europei, si sono uniti ai ranghi dello Stato Islamico negli ultimi due anni ma fra il 25 e il 40% di essi sono già tornati in Europa.

“Il pentimento della Sorella Rim non è certamente un caso isolato" ci spiega Margherita Paolini, esperta di intelligence e geopolitica "ma il suo rientro in Italia, così come quello di molti altri ‘pentiti’, non è certamente una cosa semplice da attuare. Non è facile, se non impossibile, potersi svincolare una volta giurato fedeltà dall’Isis. La pena è quella della morte. Chi si pente viene considerato un traditore e per questo viene ucciso dagli stessi terroristi. Il trattamento riservato da una donna è quello di essere stuprata tante e poi tante volte, spesso fino alla morte”.

Poi c’è l’aspetto logistico.“Gli aspiranti combattenti impiegano settimane per raggiungere gli altri nelle aree di combattimento, figurarsi quanto può essere complicato il percorso inverso in territori dove non esistono collegamenti e frontinere ma solo sbarramenti di gruppi criminali. Gli uomini o le donne che si pentono e vogliono abbandonare le file dell’Isis possono provare anche a consegnarsi nelle mani degli altri miliziani ma gli uomini verranno sempre considerati traditori e per questo uccisi, le donne stuprate ancora di più”.

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