Brega Massone: come si difende l'imputato più odiato d'Italia

 Dalla sua cella, per la prima volta, parla Pier Paolo Brega Massone, il chirurgo milanese condannato in primo grado per 4 omicidi volontari e per avere effettuato interventi inutili per incassare le parcelle

Pier Paolo Brega Massone in udienza accanto alla moglie – Credits: Ansa

Annalisa Chirico

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Anche i mostri hanno diritto alla difesa. E Panorama dà spazio alle ragioni di Pier Paolo Brega Massone, l’ex primario della clinica Santa Rita di Milano al centro di una vicenda giudiziaria senza precedenti in Italia. Era un luminare della chirurgia toracica, oggi è per tutti un uomo accusato e in parte già condannato di avere effettuato su pazienti anziani e malati terminali, "con una serialità impressionante", operazioni chirurgiche del tutto inutili e dannose al solo scopo di ottenere il profitto dei rimborsi del Servizio sanitario nazionale.

Brega Massone, in primo grado, ha avuto inflitto un ergastolo con tre anni di isolamento diurno per l’omicidio volontario di quattro pazienti e per lesioni in una quarantina di casi. Questa condanna si somma a quella a 15 anni e mezzo per concorso in 79 casi di lesioni, truffa e falso, ancora in attesa di verdetto in Cassazione. C’è poi la pena non scritta, tutta italiana, che lo tiene in carcere da 6 anni (salvo due pause di 9 mesi complessivi) in regime di carcerazione preventiva. Perché non c’è alcuna condanna definitiva.

È la moglie Barbara Magnani che, su richiesta di Panorama, dà voce al marito "per spezzare" dice "il circuito perverso del processo mediatico che non gli lascia scampo". Così, a colloquio con la consorte, il detenuto risponde alle domande poste da Panorama, offrendo al lettore la "sua parte di verità".

Dottor Brega Massone, lei è probabilmente l’imputato più odiato d’Italia: come convive con questa idea?
È un macigno pesantissimo, costruito dalla procura e ingigantito dai media. L’accusa in realtà non si fonda su prove reali o su una perizia super partes, ma unicamente su parole stralciate dalle telefonate. Convivo con questo macigno perché non mi riconosco nel "Mostro" e continuerò a non riconoscermi tale fintantoché a definirmi così saranno solo i consulenti pagati della procura. In molti casi costoro hanno omesso che i pazienti mi erano stati inviati con un’indicazione chirurgica definita da altri medici; non hanno visionato direttamente le radiografie; non hanno visitato i pazienti. I miei consulenti sono professionisti validi, lavorano gratuitamente e solo per convinzione, e sostengono la bontà del mio operato.

Insomma, la sua condanna sarebbe soltanto una questione di consulenze?
Lo è innanzitutto. È normale che io sia stato condannato all’ergastolo senza aver ottenuto una perizia super partes? Se i giudici sono così convinti della mia colpevolezza, perché non sentono anche consulenti diversi da quelli della procura? In sede civile alcuni medici hanno condotto perizie che mi scagionano, sebbene per quegli stessi casi io sia stato condannato in sede penale da un tribunale che non ha accolto quei risultati.

Una sentenza di primo grado le attribuisce senza dubbi l’omicidio volontario di 4 pazienti.
Il Tribunale di Milano ha creduto alle accuse sulla base di perizie condotte da un medico di base senza alcuna esperienza in chirurgia toracica. Ma in entrambi i processi hanno sempre respinto la mia richiesta di una perizia super partes. Gli atti medici sono stati valutati dai magistrati: domani i medici giudicheranno forse gli atti dei giudici? In udienza il giudice ha affermato che "la medicina non è una scienza". Con quale sicumera mi è stato dato l’ergastolo?

Salvo una breve pausa, lei è in carcere dal 9 giugno 2008. Le pesa?
Mi hanno condannato il giorno stesso dell’arresto, per me non esiste la presunzione d’innocenza. È stata messa in atto una strategia mediatica studiata a tavolino. La mia carcerazione è stata voluta per impedirmi la difesa.

È così difficile difendersi dal carcere?
È impossibile: le celle sono di 8 metri quadrati per 3 o 4 persone. Non c’è lo spazio per computer o cartelle, non si può interloquire facilmente con consulenti e legali. Il carcere ti tortura psicologicamente e fisicamente. Mia madre è morta mentre ero in cella, anche se i termini per la custodia cautelare erano scaduti da 4 mesi. La Cassazione ha dichiarato illegittimo l’atto con cui la Procura generale e la Corte d’appello di Milano l’avevano disposta. Ma mia madre non tornerà.

Crede che nel suo caso le esigenze cautelari abbiano assunto una dimensione spropositata?
Per tenermi dentro mi hanno contestato il rischio di reiterazione del reato, sebbene mai nessun direttore sanitario mi avrebbe riammesso in una sala operatoria. Hanno addotto il pericolo di fuga, ma io ho sempre presenziato a tutte le udienze e non ho approfittato dei periodi di libertà. Fuggire per me sarebbe un’ammissione di colpa. Ho una figlia e una moglie alle quali voglio dimostrare la mia integrità morale. Non mi sono mai stati concessi neppure i domiciliari.

Nelle intercettazioni alcuni colleghi le chiedono conto di operazioni a loro parere inutili: è uno scenario che fa orrore. A lei fa orrore?
I giornali hanno riportato soltanto stralci tagliati ad arte dalla procura. Mi hanno attribuito tante falsità. Le percentuali dei miei interventi su casi rivelatisi poi benigni rientrano nella media di tutte le casistiche operatorie: dal 10 al 40 per cento. Nel mio caso sono finiti sotto accusa strumentalmente tutti i pazienti appartenenti al 10 per cento di benignità; tutti gli altri, un migliaio, sono stati tralasciati. Un esempio: ho operato 50 pazienti con distrofia bollosa e due mi vengono contestati; ho operato un centinaio di versamenti pleurici e circa 20 mi vengono contestati. Nessuno ha voluto ascoltare telefonate e testimonianze che avrebbero offuscato l’immagine del "Mostro".

Lei è in pace con se stesso?
Nella mia carriera avrò commesso certamente errori, come succede a chi lavora, ma ho sempre agito in scienza e coscienza per il bene dei pazienti.

Secondo i pm, lei non avrebbe mai avuto un ripensamento e le mancherebbe "il senso dell’umana pietà".
La requisitoria dei pm è stata teatrale, a sicuro effetto mediatico. Io chiedo ancora perché i giudici non abbiano voluto concedermi una perizia super partes. I miei consulenti sostengono l’esatto opposto di quelli dei pm. Se il giudice è terzo, perché non ha un dubbio? La letteratura scientifica è a mio favore, ma i giudici non hanno voluto considerare neanche quella. Il senso dell’umana pietà, in termini scientifici, vuol dire "palliazione": evitare inutili sofferenze e assicurare una morte dignitosa a chi è già destinato.

La accusano anche di un’avidità senza limiti. Come risponde a questo?
Forse il pm non aveva fatto i conteggi esatti prima di avanzare le accuse per dolo economico. La mia équipe di chirurgia toracica aveva come compenso il 9 per cento lordo di ogni Drg (il sistema di calcolo della spesa attribuito a ogni diverso tipo di operazione, ndr), mentre il 91 per cento era trattenuto dalla clinica nella figura del suo amministratore unico che ha patteggiato 4 anni e 4 mesi. Il pm mi ha definito "megalomane", ma non c’è psichiatra che certifichi la mia megalomania. Il pm sostiene che, "checché ne dica il mio commercialista" io avrei incassato 300 mila euro sulla base del fatto che la clinica aveva avuto 3 milioni.

Perché, non è così?
Il 9 per cento è pari a 270 mila lordi, da dividere fra i 3 componenti dell’équipe. Al netto delle tasse, l’importo percepito da noi 3 era di 151 mila euro. Poniamo pure che io in qualità di primario ne prendessi il 65 per cento: la mia retribuzione sarebbe stata di 98 mila euro.

Quindi?
Quindi, secondo l’accusa, per guadagnare 1.000 euro in più al mese io avrei deliberatamente rischiato quanto mi è successo. Non è un caso che nelle fasi finali del processo lo stesso pm abbia precisato di non aver quantificato il lucro sostenendo che io avrei effettuato gli interventi più "per megalomania" che per trarne profitto.

Può essere che lei abbia commesso qualche errore?
Posso aver sbagliato. Ma ho sempre agito in buona fede, certamente non per i motivi che vengono addotti. Per una bassa percentuale della mia casistica operatoria sono stato sottoposto a una gogna mediatica senza precedenti. Ho sempre cercato di fare il mio lavoro con la massima dedizione, alcuni me lo hanno riconosciuto in tribunale. Altri hanno avuto reazioni diverse, li comprendo perché chiunque resta turbato quando un tribunale formula accuse così pesanti. I pazienti non c’entrano. Quando finalmente un giudice "illuminato" mi concederà la perizia super partes, potrò dimostrare loro che non hanno sbagliato a riporre in me la fiducia e la vita.

Una donna ha raccontato in lacrime ai cronisti di essersi dovuta rivolgere a diversi specialisti per ricostruire il seno dopo i suoi interventi...
La procura e i giudici hanno nascosto la verità ai giornali. Nei confronti della signora in questione non provo rancore, ma profonda tristezza per il modo in cui ha distorto la verità. La signora mi ha chiesto i danni, e com’è prassi nel procedimento civile ho ottenuto la perizia super partes affidata a 2 professori. Entrambi, dopo aver esaminato la documentazione e il seno della signora, mi hanno scagionato per tutti e tre gli interventi per i quali invece sono stato condannato in sede penale.

C’è un ragazzo affetto da tubercolosi che lei avrebbe operato per un tumore al polmone. Ma il tumore non c’era.
Non esistono pazienti con tubercolosi diagnosticata che il chirurgo operi per un "sospetto tumore". Esistevano invece pazienti con noduli polmonari sospetti o indeterminati, che al termine dello studio preoperatorio meritavano un accertamento istologico sicuro. È quanto accaduto in questo caso. Quei pazienti seguirono il percorso perché nessun esame precedente risultò positivo per la tubercolosi. Solo il prelievo istologico da me effettuato consentì la diagnosi certa di tubercolosi, che fu regolarmente denunciata e trattata. Non si può partire dalla fine della terapia per trovare colpe.

Come trascorre il tempo in carcere?
Ho passato giornate a cercare di ricordare, di ricostruire le cartelle cliniche. Solo nel 2013 l’amministrazione penitenziaria mi ha concesso l’uso di un computer. Il carcere è uno spreco di risorse umane gettate in una cella e dimenticate, nell’assoluta mancanza di rispetto per la persona e a danno dell’utilità pubblica.

Che cosa le manca di più, in cella?
La mia famiglia. Non mi è mai stato permesso, nemmeno in regime di custodia cautelare, di usufruire del regime domiciliare, mentre i miei due colleghi, Fabio Presicci e Marco Pansera, hanno goduto di libertà assoluta. Non ho potuto beneficiare nemmeno dei permessi che la legge prevede per un detenuto recidivo. Non mi è stato concesso di veder crescere mia figlia: aveva 5 anni quando sono stato arrestato, ora ne ha 11. Ho perso tutto di lei.

Lei denuncia accanimento nei suoi confronti. Ma come se lo spiega?
La storia della "Clinica degli orrori" ha scatenato un boom mediatico e io sono finito nel tritacarne senza possibilità di replica. I giornali cercavano solo notizie contro di me. Una mia paziente, per pubblicare uno scritto in mia difesa, ha dovuto pagare lo spazio su un giornale.

Ha mai pensato di farla finita?
No. Non posso arrendermi, per me stesso e per la mia famiglia. Devo continuare a lottare, nella speranza che prima o poi arrivi un giudice a far luce su un caso divenuto molto delicato non solo per me ma per l’intera classe medica.

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