Cronaca

Immigrazione: quando l'integrazione funziona

Da Belluno e Treviso le storie controcorrente di profughi accolti e inseriti in piccole comunità del Nord Italia

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Redazione

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Ali ha 18 anni e guarda orgoglioso la cancellata della scuola che ha appena finito di dipingere. Viene dal Mali ma da qualche mese la sua città d'adozione è Belluno; risiede in un appartamento in cui vivono altri quattro ragazzi, gestito da una cooperativa. Fa parte della pattuglia di oltre 70 profughi che hanno lasciato le pianure assolate dell' Africa occidentale per approdare in questo angolo verde delle Dolomiti. Grazie alla volontà del sindaco Jacopo Massaro, Belluno è una sorta di "isola felice" tra le barricate che in questi giorni si stanno facendo al Nord sul tema dell'accoglienza. Settanta profughi possono apparire poca cosa, ma se si raffrontano con una realtà complessiva di 36mila abitanti, che incide per il 5% sulla popolazione veneta, diventano un piccolo miracolo di integrazione.

Ricetta vincente

La ricetta, spiega Massaro, appena rientrato in municipio dopo l'ennesima riunione in Prefettura per definire il piano delle nuove accoglienze, è semplice: gruppi ristretti di profughi, accolti in appartamenti gestiti da cooperative che hanno tra i loro compiti primari anche l'insegnamento dell' italiano e delle "regole" elementari, a cominciare dal rispetto della donna. Al sindaco è parso naturale proporre agli immigrati di rendersi utili gratuitamente per ricambiare l'accoglienza. Una opportunità che non è caduta nel vuoto. E così è ormai diventata una immagine consueta in città vedere uno di questi ragazzi (in larga parte tra i 18 e i 25 anni, alcuni di origine eritrea) dipingere i cancelli delle scuole o piastrellarne i bagni, pulire i parchi e le fontane e provvedere al decoro urbano. "A breve - annuncia il sindaco - falceranno le aree verde dopo aver partecipato ad un corso a questo scopo". Neppure le donne sono rimaste con le mani in mano: si occupano dell'Archivio di Stato e del doposcuola. C'è persino chi fa il giro delle scuole per raccontare agli studenti il proprio percorso di dolore e la scelta, difficile, di abbandonare la casa d'origine. C'è un solo argomento tabù: i lunghi, difficili giorni dell'orrore trascorsi sui barconi, aggrappati alla speranza. "Quando li raccontano si mettono a piangere - sottolinea il sindaco - o si rifiutano di parlarne, per esorcizzare il trauma".

La partita di calcio

Oggi il simbolo tangibile del "laboratorio"  di integrazione avviato a Belluno è rappresentato dalla partitella di calcio che ogni settimana nel fazzoletto verde della parrocchia Don Bosco viene giocata da due squadre, in cui locali e ospiti si mescolano per rincorrere un pallone. "Voglio che si sappia che oltre il 90% dei profughi - precisa Massaro - non vuole rimanere in Italia ma ripartire perché all'estero hanno dei familiari che li aspettano. Ma è l'Italia che li trattiene anche 18 mesi per concludere la procedura di attribuzione o meno dello status di rifugiato"

Il caso di Treviso

Sono mosche bianche i privati che aprono le loro case ai disperati dei barconi. Storie singole, che però aprono una fessura di luce sui modi diversi di affrontare "l'emergenza profughi". L'ultimo caso arriva da Treviso, dove un docente al liceo classico cittadino, Antonio Silvio Calò, ha accolto in casa un gruppo di sei profughi. In Veneto, dove è forte l'opposizione all'accoglienza da parte di molti sindaci e del governatore Luca Zaia, stanno giungendo in queste ore contingenti numerosi di immigrati, smistati dai centri di accoglienza di Sicilia e Calabria. Calò, insegnante di storia e filosofia, ci ha ragionato solo un po' e poi ha aperto la porta di casa. Nella sua abitazione a Povegliano (Treviso) ha fatto sistemare sei giovani provenienti dalla Nigeria e dal Gambia, tra i 20 e 30 anni di età. E per poter continuare a svolgere il proprio lavoro a scuola, ha assunto una donna trevigiana disoccupata, incaricandola di accudire i nuovi ospiti.

Opportunità di arricchimento

Direttore scientifico dell'associazione Jacques Maritain, Calò si dichiara "cristiano credente" e sottolinea che questa esperienza è maturata all'interno di un progetto di collaborazione con l'associazione trevigiana 'Hilal' fondata e gestita da immigrati di fede islamica. "È una straordinaria opportunità di arricchimento" spiega. "I miei vicini di casa, tutti trevigiani doc - aggiunge il professore -, hanno capito perfettamente mettendomi subito a disposizione la loro solidarietà". Calò vive con la moglie, anch'essa insegnante, ed il minore dei quattro figli. Utilizzerà il contributo governativo per garantire uno stipendio alla signora che si occuperà della gestione della casa e dei profughi.

La nonnina padovana

Il gesto di questo docente trevigiano ricorda molto lo slancio della nonnina padovana, Mara Gambato, 90 anni, che all'inizio di maggio, vedendo in tv le immagini drammatiche dei barconi nel Canale di Sicilia, decise di fare la sua parte: traslocare in un appartamento più piccolo per mettere a disposizione la sua villetta di Sarmeola di Rubano ad un gruppo di profughi, sotto la gestione di una cooperativa. Nel caso di Povegliano, il proprietario di casa ha addirittura deciso di allargare momentaneamente la "famiglia". La permanenza dei giovani africani non ha un orizzonte temporale. "Lavoreremo da subito - spiega Calò - per un progetto di inserimento nella società trevigiana, a meno che qualcuno di essi non abbia già una destinazione verso altri paesi europei. È qualcosa che stiamo verificando in queste ore. Da quanto mi risulta, quando sono andato ad offrire la mia disponibilità alla Prefettura, non c'erano altre offerte in questo senso. Ma è chiaro che questo è possibile solo se si può contare sul supporto di una cooperativa, come nel nostro caso, o di strutture come la Caritas". Calò dissente sul concetto di emergenza: "parliamo di profughi da piu' di 20 anni, la soluzione non ci sarà fino a quando l'Occidente non si impegnerà seriamente sulla stabilizzazione dell'Africa". Infine un accenno alla linea dura dei governatori del Nord. "Vorrei invitare Luca Zaia a casa mia - conclude - e sono sicuro che, a porte chiuse, su molte cose ci troveremmo d'accordo". (ANSA)

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