Il romanzo di Manganelli, poliziotto per amore

Alcune pagine del libro inedito che il capo della polizia meditò durante 'un insolito maggio' texano

Il romanzo di Manganelli, un poliziotto per amore

– Credits: Getty

Pochi mesi prima che se ne andasse ho incontrato Antonio Manganelli nel suo ufficio al Viminale.

Ci conoscevamo dalla fine degli anni Ottanta, lui già affermato funzionario di polizia, io cronista in erba a Palermo. Nel nostro ultimo incontro, il «Capo» era stato vero e sincero come è sempre stato il nostro rapporto. Tacerò delle sue confidenze ma soprattutto – per carità di patria – delle delusioni e delle miserie umane che alcuni gli avevano riservato. Mi piace ricordarlo con i lettori di «Panorama» attraverso uno scritto che mi aveva affidato.

È la prefazione di un romanzo (dal titolo provvisorio «Il delitto dei fiori bianchi») buttato giù da Manganelli durante la degenza in ospedale a Houston e di cui mi aveva chiesto un parere. Basta leggere queste righe per avere idea di che persona straordinaria fosse il «Capo». (Giorgio Mulè)

Perché un libro

di Antonio Manganelli

"Ero arrivato a Houston da poche ore e già mi chiedevo se sarei uscito vivo dalla Grande Sfida.
La lastra del radiologo aveva raccontato una verità terribile e io ero pronto al percorso di guerra. Per vincerla.

Mi soffocava il caldo asfissiante di un maggio insolito, che si alternava al gelo dell’aria condizionata, che schiaffeggiava supermercati e ristoranti, ospedali e case private.
La sera non prevedeva refrigeri e ponentini.

Affacciato alla finestra dell’albergo, avevo anzi la sensazione che un grande phon di aria calda mi avvolgesse prendendosi cura di me.
Si prendevano certamente un’insolita cura di me le luci dei lampioni in strada, immersi in un quadro tutto verde, pieno di fiori e di profumi. Mi ricordavano qualcosa del passato, forse
una storia lontana di tempi vissuti da investigatore. Mi davano serenità.
Storie di indagini. Oltre trent’anni di vita. Forse avrei dovuto raccontarle. Forse avrei dovuto raccontare qualcosa a qualcuno perché il filo dei ricordi annodato all’esperienza non
si spezzasse.
La prospettiva di tanti giorni di un’estate anomala, ingoiato in un grattacielo «Oncology Centre»: avrei potuto iniziare a ritrovare un pezzo del passato.

Non sapevo perché, ma sapevo che dovevo cominciare. Subito.
La prima notte americana fu insonne. Chiusi gli occhi e chiamai a raccolta i ricordi. Si srotolavano storie criminali, omicidi e rapimenti, intuizioni, successi investigativi, amarezze,
delusioni, dolori profondi.

Comunque, emozioni.

Iniziai a scrivere di getto. Frammenti di storie vissute, personaggi incontrati e amati, o disprezzati, o ammirati, o scivolati nell’indifferenza.
Tecniche e tecnicismi codificati o frutto della creatività dell’investigatore.

Prendeva corpo il pretesto di una storia non vera, un romanzo, tessuto di episodi vissuti e di personaggi e tecniche di indagine veri.

Non so a chi o a cosa serva questo romanzo. So che è una traccia dell’amore che ho messo sempre nel mio lavoro. Forse altre tracce seguiranno allacciate ai ricordi, perché l’ispettore
Galasso (protagonista del libro, ndr) è un modo di vivere, di ragionare, di diffidare e di condividere.

La quotidianità di Galasso è la vita di chi è poliziotto per mestiere, per vocazione e anche per amore.

Oggi, che riesco a ricordare finalmente col sorriso quella interminabile notte texana, voglio dedicare queste pagine a chi ha condiviso con me una vita di strada e di emozioni e a chi mi
è stato e mi è vicino, a chi ha gioito con me, a chi ha sofferto con me e comunque ha saputo perdonare gli errori che ho commesso."

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