Il processo Stato-Mafia va in ferie

Cresce l'attesa per la decisione della corte sull'audizione di Giorgio Napolitano

Massimo Ciancimino al processo sulla trattativa Stato-Mafia (Credits: Michele Naccari/Ansa)

di Massimo Bordin

Il grande processo sulla trattativa Stato-mafia è andato in ferie. Lunghe. Alla fine dell’udienza dello scorso 4 luglio il presidente della corte d’assise Alfredo Montalto ha dato appuntamento a tutti il prossimo 26 settembre. Il processo resta a Palermo e alla stessa corte di assise che, malgrado le eccezioni preliminari presentate dai difensori nelle udienze precedenti, ha deciso di tenerselo. L’ultima udienza è stata dunque occupata dalla lettura – c’è voluta quasi un’ora – della lunga e complessa ordinanza con la quale i giudici respingevano tutte le eccezioni difensive, di fatto aderendo alle tesi della pubblica accusa che ne aveva confutato la fondatezza. Marco Travaglio ha subito sobriamente scritto che le tesi della difesa sono state «fatte a pezzi». Un’evidente esagerazione. In realtà è molto raro che le eccezioni di competenza territoriale, o ancor più funzionale, vengano accolte. La questione della competenza è molto complicata, tanto è vero che viene citata in 58 articoli del Codice di procedura, ma alla fine della fiera prevale quasi sempre il criterio secondo il quale il giudice che si è visto assegnare il processo se lo tiene stretto. Del resto proprio la estrema complessità della materia offre appigli a tesi anche opposte.

Resta da segnalare comunque qualche bizzarria che la decisione della corte ha inevitabilmente prodotto. Principalmente due. La prima riguarda non i difensori ma la parte civile che rappresenta i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili. I parenti delle vittime avevano deciso di non far presenziare i loro avvocati alle udienze dove si è discusso della questione. «Non vogliamo mettere i bastoni fra le ruote a nessuno, ma che il processo debba svolgersi a Palermo e non a Firenze proprio non ci convince». Dunque ad avere dubbi sulla competenza palermitana non erano solo gli avvocati degli imputati, che però propendevano per Roma come sede naturale del processo. Per ironia della sorte una richiesta di spostamento del dibattimento a Firenze è stata presentata in aula dall’avvocato di Totò Riina.

La seconda singolarità sta nel fatto che l’unico imputato di omicidio, Bernardo Provenzano, è stato stralciato nel corso dell’udienza preliminare ma il processo resta in corte d’assise anche se nessuno degli imputati ha imputazioni che lo giustifichino. In proposito la pubblica accusa e la difesa di Massimo Ciancimino hanno citato una recente sentenza della Cassazione che giustifica l’anomalia e la corte ha aderito alla loro interpretazione.

Resta però un aspetto che sarà anche previsto dal codice ma fatica a conciliarsi col buon senso. L’omicidio Lima è, nelle decisioni della corte, fondamentale per radicare il processo a Palermo e per farlo svolgere in corte d’assise, ma non per consentire la costituzione di parte civile ai familiari del parlamentare democristiano, negata in una udienza precedente. Alla fine di settembre si comincerà a entrare nel merito e accusa e difesa presenteranno ai giudici la loro strategia processuale, a cominciare dalle richieste di testimoni, che si prevede saranno tanti, almeno un paio di centinaia. Su uno di loro in particolare c’è grande attesa per la decisione della corte: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, citato dalla pubblica accusa.

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