I nuovi jihadisti fai-da-te e 2.0

Il profilo dei nuovi aspiranti shahid secondo Giulio Vasaturo, criminologo ed esperto di terrorismo interno ed internazionale per l'Università Sapienza di Roma. Gli americani scoprono il nemico in casa

– Credits: GETTY IMAGES

Paolo Papi

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«Non conosco gli atti che hanno portato la Procura distrettuale di Venezia ad aprire un'indagine su questi cinque presunti reclutatori islamisti residenti in Veneto ma su una cosa, e non da oggi, noi analisti concordiamo, come dimostra il fallito attentato alla caserma Santa Barbara a Milano: esiste da anni un problema di proselitismo e reclutamento terroristico sul nostro territorio che non passa più solo attraverso alcune moschee e i luoghi di culto islamico dove predicano gli imam estremisti».

Giulio Vasaturo, criminologo ed esperto di terrorismo interno ed internazionale per l'Università Sapienza di Roma, non sembra sorpreso di quanto emerso in questi giorni, con l'apertura di nuovi filoni di inchiesta sul radicalismo islamico che, in tutto l'Occidente, sembra aver tratto nuova linfa (e arruolato nuove leve) dalle macabre imprese dello Stato islamico del Levante in Siria e in Iraq. «La vicinanza di territori attraversati dalla guerra, come la Siria e Gaza, nel cuore del bacino del Mediterraneo, rende più semplice il reclutamento di nuovi martiri,  anche se non mancano cittadini europei che si spingono a combattere sino in Iraq».

Dottor Vasaturo, quali sono i canali del reclutamento?
Sono tre. Quello tradizionale, legato alle moschee che ospitano le comunità religiose più radicali. Specie quando l'imam è su posizioni fondamentaliste. È un canale che era più importante qualche anno fa ma che ora, grazie allo straordinario lavoro dei nostri apparati di sicurezza, ha perduto centralità. Quello, nuovo, delle carceri - che i nostri investigatori conoscono bene - e che qualche volta diventano centri di reclutamento soprattutto quando dietro le sbarre finiscono personaggi legati all'estremismo. Ma il canale di gran lunga più pericoloso, anche quantitativamente, è quello del web dove gli aspiranti shahid incontrano su siti specializzati, forum e social network, uomini dediti al proselitismo. Una sorta di jihad-fai-da-te dove l'elemento chiave è l'utilizzo della rete.

Ma quanti sono gli shahid reclutati per combattere in Siria o in Iraq o pronti a farsi esplodere sul nostro territorio?  Non stiamo ingigantendo un problema marginale?
Sono poche decine, rispetto alla stragrande maggioranza della pacifica comunità islamica. Sicuramente pochi, rispetto agli altri Paesi europei, grazie al lavoro di presidio e indagine fatto negli anni, sul territorio, dalle nostre forze dell'ordine e dai nostri apparati di intelligence. Sono pochi, ma abbastanza - se abbassiamo la guardia - per fare danni: occorre vigilanza

Allude anche alle nuove ondate migratorie da Paesi devastati dalla guerra come la Libia e la Siria?
Anche. Ma è un problema che ha ormai una dimensione europea. Mi auguro davvero che Frontex Plus di cui stanno parlando in questi giorni a Bruxelles ne possa tenere conto. Le nuove ondate migratorie possono portare con sé anche problemi di sicurezza. E si badi che io non criminalizzo i migranti verso i quali credo che sarebbero utili - anche per la nostra sicurezza -  politiche di accoglienza e integrazione, se resteranno sul nostro territorio. Ma sarebbe assurdo negare che dalla Libia possano arrivare sulle nostre coste anche uomini legati al jihad. È lì, secondo me, uno dei fronti più pericolosi

C'è un profilo del jihadista fai-da-te del nuovo millennio? Sono tutti giovani e proletari?
No. Rispetto al terrorismo rosso degli anni 70 c'è una sostanziale differenza che è proprio legata al profilo interclassista di questi nuovi shahid. Non sono solo operai o disperati quelli che vogliono arruolarsi. In Italia e in tutta l'Europa. La chiave per capire non è sociologica, legata alle difficoltà sociali e lavorative della comunità musulmane emigrata, ma più a una lettura religioso-identitaria, molto forte anche a prescindere dal fatto che questi nuovi terroristi abbiano alle spalle una famiglia tradizionalista o islamista. E non va dimenticato nemmeno che tra coloro che si potrebbe arruolare ci sono anche persone disturbate, come dimostra il caso di quel ragazzo che ha massacrato la colf all'Eur. Voleva arruolarsi nell'esercito di Israele per combattere contro i palestinesi ma il suo caso apre uno squarcio su un mondo. La verità però è che, per combattere contro questi nuovi fenomeni, occorre fare un lavoro di vigilanza sul territorio ma anche evitare di creare ghetti e comunità chiuse.  Pensi al modello di integrazione di Ginevra: funziona perché è una città cosmopolita e multiculturale ma il controllo rimane forte. Prevenzione e dialogo devono procedere insieme

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