Jolly-Grigio radar collisione
Cronaca

"I miei cari sul fondo del mare da anni, e nessuno se ne occupa"

Nel 2011 nella collisione con la nave Jolly Grigio morirono un pescatore e suo figlio. La vedova denuncia: "Lo Stato vuole recuperare i cadaveri dei migranti, e non si è mai occupato di noi"

"I migranti sì, gli italiani no. Come fa il Governo Italiano a non vergognarsi? Adesso vuole stanziare fior fior di milioni di euro per recuperare i migranti in fondo al canale di Sicilia e non ha mai voluto dare degna sepoltura agli italiani che hanno fatto la stessa fine. Ma che Paese è questo?".

Immacolata Ramaglia, moglie e madre di due pescatori travolti e uccisi l’11 agosto 2011 da un mercantile della Linea Messina, il Jolly Grigio, non riesce a trattenere la rabbia. "Troppe parole senza senso, troppa ipocrisia- continua a sfogarsi con Panorama.it, la vedova – il Governo vuole mostrare all’Europa un volto che in realtà non possiede".

La mattina del 11 agosto di quattro anni fa, il peschereccio Giovanni Padre, davanti alle coste di Ischia, viene travolto al mercantile Jolly Grigio durante una battuta di pesca. Una collisione violenta che squarciò di due la piccola imbarcazione facendola colare a picco ad una profondità di 500 metri. Solamente uno dei tre occupanti si salvò. Il marito e il figlio di Immacolata, invece, rimasero intrappolati nel relitto. E lì, si trovano ancora. Lo Stato non ne ha voluto sapere e per la moglie non era economicamente possibile un immediato recupero.

"Come posso non essere arrabbiata ed offesa davanti a tanto buonismo di facciata? Nessuno ha mai fatto niente per mio marito e mio figlio - prosegue Immacolata Ramaglia – che oltre ad essere due uomini con la stessa dignità dei migranti erano due cittadini italiani e due lavoratori".

La vedova infatti precisa che il marito Vincenzo 42 enne e il figlio Alfonso di appena 21 anni non si trovavano in mare per una gita, ma per lavoro. “Mio marito e mio figlio stavano lavorando onestamente quando sono stati uccisi – continua Immacolata – e quindi io mi domando come può uno Stato che parla così dei poveri migranti non pensare, con la stessa compassione ai miei familiari?”

Recuperare il relitto e i corpi è un’operazione costosa che la Linea Messina non ha mai voluto accollarsi. La donna però ha combattuto per molti mesi: “Non mi sono mai arresa e ho chiesto, a suo tempo, anche al Presidente Caldoro. Anche da lui, però, ho ricevuto una risposta sconvolgente: “Non c’è il capitolo di spesa”. Adesso sentire il Presidente del Consiglio, Renzi parlare così, mi fa salire la rabbia”

“Vorrei che Matteo Renzi mi contattasse- continua – vorrei proprio parlarci e chiedergli che cosa avrebbe fatto, se dentro al peschereccio Giovanni Padre ci fosse stato uno dei suoi figli. Voglio parlarci”.

Tra la rabbia e l’indignazione emergono anche i ricordi e quei sogni che non si realizzeranno mai più.

“Quando l’11 agosto del 2011 la Jolly Grigio della società Ignazio Messina, guidata da un timoniere sotto l’effetto disostanze stupefacenti, si scontrava con il motopeschereccio Giovanni Padre, io non ho perso solo mio figlio Alfonso di 21 anni e mio marito Vincenzo di 42 ma con loro ho perduto il senso di tutta la mia vita. Alfonso si sarebbe sposato l’anno successivo mentre con mio marito avevamo programmato un viaggio in Belgio nel mese di settembre. Doveva essere il nostro viaggio dopo una vita di sacrifici immensi. Adesso, sono rimasta sola con mio figlio Umberto, senza più un progetto e soprattutto senza alcuna speranza di piangere neppure su due pezzi di legno”

“ Io non sono razzista, che sia chiaro, ma non posso tollerare che il mio Paese tratti i suoi morti come uomini di seconda “categoria” rispetto ai migranti”

Ma il caso del peschereccio Giovanni Padre non è il solo. Le famiglie dei pescatori italiani che muoiono nello svolgimento del loro lavoro e vengono ingoiati dalle profondità del mare, sembrano essere “accompagnati” dalla solitudine e dalla dimenticanza dei vari Governi. E talvolta al danno e al dolore si aggiunge la beffa.

È il caso del motopeschereccio Padre Pio affondato, dopo una collisione, davanti alle coste di Napoli. La famiglia non solo ha dovuto recuperare a proprie spese i corpi dei congiunti, adesso, si è vista “recapitare” a casa anche una richiesta di pagamento dal Ministero dell’Ambiente, per “Costi di intervento antiquinamento” . L'importo da pagare è di 2.988 euro e 38 centesimi.

Una cifra che è stata giustificata per l’utilizzo in loco, durante la fase del recupero, di 4 unità navali di una ditta convenzionata con il Ministero. E per la quale i familiari, compreso il figlio del pescatore morto, nato quindi giorni dopo il disastro navale, oggi sono obbligati a pagare perentoriamente entro e non oltre 30 giorni”

“Davanti a questo trattamento e a queste “dimenticanze” mi chiedo davvero se esiste lo Stato italiano per i suoi cittadini o se c’è solo per i migranti”, conclude Immacolata Ramaglia 

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