Cronaca

Dentro l'Hotel Charly di Lido di Fermo, dove vivono i terremotati di Visso

Tra i tanti sfollati del sisma dell'agosto 2016, una trentina di compaesani vive da quasi due anni in un albergo della costa marchigiana. Con la hall trasformata in piazza, i corridoi in strade. Sperando di tornare un giorno al loro paese

Dario Gerichievic

Laura Della Pasqua

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La hall ha sostituito la piazza del paese. I corridoi hanno preso il posto delle strade. E nelle stanze sono stipate le cose che i terremotati sono riusciti a portare via. Nei pochi metri quadrati dell'albergo hanno ricreato un Comune in miniatura. L'Hotel Charly a Lido di Fermo, vicino a Porto sant'Elpidio, località della costa marchigiana divorata dalla speculazione edilizia, ospita ancora, a quasi due anni dal sisma che ha devastato il Centro Italia, una piccola comunità di abitanti di Visso, uno dei borghi più colpiti dal terremoto e più indietro nella consegna delle casette.

 

Fino a qualche mese fa qui erano alloggiate oltre 100 persone provenienti anche da Camerino, Valfornace, Tolentino. Ora sono circa una trentina, gli ultimi nella lunga lista d'attesa per le agognate Sae, i prefabbricati che avrebbero dovuto servire per tamponare l'emergenza. Il gruppo più numeroso è quello degli abitanti di Visso. Per sopravvivere, prima alla disperazione e poi alla noia di lunghe giornate sospese nell'attesa di poter tornare nel borgo, hanno ricreato al Charly una sorta di piccola Visso. La sala caffè è il bar del paese dove s'andava a giocare a carte e a guardare lo struscio. E come in ogni bar che si rispetti, c'è il personaggio più eccentrico, che ha viaggiato e che racconta storie - sempre le stesse - ma ogni volta arricchite da un pizzico di fantasia. O l'intellettuale che ama la lirica e talvolta solfeggia qualche aria.

Da due Natali e due Pasque lontani da Visso

Nella piazza-hall, gli anziani da una parte e le coppie quarantenni dall'altra, si riuniscono in gruppi distinti. Poche le "sinergie": restano due mondi che il terremoto ha reso ancora più distanti, gli uni abbarbicati ai ricordi, gli altri sospesi in un limbo, tra voglia di ricominciare e tentazione di mollare tutto, questa volta per sempre.

Nilde Zega è al Charly con il marito Bruno, "da due Natali e due Pasque". Hanno quasi settant'anni e mentre Nilda parla di quel giorno indimenticabile, quello della grande scossa, non trattiene le lacrime. Dopo il sisma è riuscita a portar via, oltre a qualche vestito, anche la macchina da cucire. "Mi fa sentire a casa" dice. "Solo che qui non faccio altro che allargare le gonne mie e i pantaloni di mio marito. Mangiamo troppo e ci muoviamo poco. A Visso avevo il giardino e l'orto, non stavo un attimo seduta. E poi facevo parte di un gruppo di anziani, che aveva tante attività". Con la speranza negli occhi, abbozza un sorriso: "Il sindaco ha promesso che ci darà una struttura di legno dove riunirci". Qui, Nilde, inganna il tempo, oltre che con ago e filo anche con il bricolage. "Alcuni volontari vengono di tanto in tanto a farci visita e insieme dipingiamo oggetti da regalare ai bambini".

Nella hall si parla di casette, sradicamento, stanchezza

La coppia fa gruppo con altri coetanei e una signora di quasi settant'anni, di Valfornace, comune vicino Visso. Angela Ferranti è appena uscita dalla messa domenicale, è un fiume in piena: "Non ne possiamo più di stare qui. Io avevo il mio orto, gli animali. Ora passo il tempo davanti alla tv e al massimo faccio quattro passi sul lungomare. Sono sola, mio marito è morto e anche se ho fatto nuove amicizie, mi sento sradicata".

Nella hall-piazza del Charly, Dario Gerichievich, ottant'anni, passa per essere un tipo singolare. Scapolo, intellettuale, pezzi di vita vissuti in giro per l'Europa, la passione per la lirica. Fa gruppo con tutti e con nessuno. "Siamo qui come fossimo turisti per caso" dice. "Sono capitato a Visso per caso nei primi anni Ottanta e me ne sono innamorato. Da giovane ero portiere d'albergo, ho vissuto a lungo in Svizzera e Visso con quell'aria fresca me la ricordava. Ho casa, o meglio, avevo casa, in centro storico, ora è un cumulo di macerie. Ma sono stanco di sentir parlare solo di casette e traslochi, di lamenti sul tempo che fu. Così quando le chiacchiere nella hall si fanno pesanti io me ne vado sul lungomare. Ho fatto nuove amicizie. E qualche volta per alleggerire il clima dei ricordi mi faccio una cantata, qualche bella aria operistica".

C'è anche chi si è adattato a stare a Lido di Fermo

Al momento del pranzo, la piccola comunità si divide tra i tavoli con i posti assegnati dalla consuetudine. In un angolo si ritrovano le stesse due persone che di solito ingannano il tempo giocando a carte nella sala del caffè. Franco Ciccarelli e Bice Simoni non sono di Visso ma l'uno di Camerino e l'altra di Marzoli, una frazione di Fiordimonte. Lui è scapolo, lei vedova, si fanno compagnia da quando sono qui, circa 16 mesi. "Ci siamo adattati a stare qui e per certi aspetti si sta anche meglio. La pizzeria è a due passi mentre dal mio paese dovevo guidare per chilometri" dice Bice. Franco invece parla sempre di ciò che lo assilla: trovare un locale dove depositare i mobili in attesa della ricostruzione, "che chissà quando verrà".

Gino Palombi di Camerino ha trasformato la sua auto in una sorta di magazzino dove ha ammucchiato parte della merce salvata dal terremoto. "Avevo una fabbrica che produceva fili per moto. Ora cerco di vendere queste rimanenze a qualche cliente, qui sulla costa".

I quarantenni, due coppie e una figlia adolescente, non si separano mai. Riccardo Corradini lavora come amministrativo all'istituto scolastico comprensivo di Visso. Con la sua compagna, ha già fatto due spostamenti. Prima erano in un campeggio a Porto Potenza Picena, ma a maggio scorso hanno dovuto fare i bagagli per lasciare il posto ai villeggianti. "Ci avevano promesso che le prime casette sarebbero state consegnate a chi lavora o ha figli, invece la priorità l'hanno avuta gli anziani. Così ogni mattina mi alzo all'alba e guido fino a Visso" racconta Riccardo. La compagna, Francesca Spagnolo, che prima era senza lavoro, qui ha trovato un'occupazione part time, come addetta a un archivio. "Stavo impazzendo, sempre a rimuginare sul futuro".

300 km al giorno per tornare a Visso

Al tavolo con loro, come ogni domenica a pranzo, ci sono gli altri due quarantenni, moglie e marito. Anche loro fanno i pendolari con Visso. Alberto Carloni fa il barbiere mentre Simona Salvi è postina. "Trecento chilometri al giorno" ci tiene a dire, "e sempre con una valigia in mano perché talvolta invece di tornare qui mi fermo da mia madre a Camerino così evito di guidare troppo a lungo". Alberto avrebbe voluto riparare, a proprie spese, la casa lesionata ma glielo hanno impedito. "Avrei rischiato una denuncia per abuso edilizio".

Durante il giorno i discorsi sono sempre gli stessi: come si può vivere in una casetta di 40 metri quadrati, dove collocare i mobili della vecchia abitazione.

L'adolescente che non si aggrappa ai ricordi

A non aggrapparsi ai ricordi ci pensa la figlia adolescente. Chiara, 18 anni a dicembre, ha lo sguardo rivolto al futuro anche se sullo smartphone conserva le foto di come era Visso prima del sisma. "Sono sempre stata orgogliosa di vivere in quello che è considerato uno dei più borghi d'Italia, ma ora mi va stretto. Non vedo l'ora di finire le superiori e poi andare via. Forse a Firenze, all'Accademia delle Belle arti o a Milano, dove c'è già mia sorella". Per andare a scuola fa tre ore di pullman al giorno, ma è riuscita ad adattarsi alla vita d'albergo. Anzi, per alcuni aspetti il Lido le ha aperto nuovi scenari. "Qui il centro commerciale per fare shopping è a due passi e poi c'è una discoteca, tanti giovani. Ho fatto nuove amicizie. Che ci sto a fare a Visso?". Non è l'unica a porsi questa domanda. Riccardo Corradini ci lascia così: "Torno lì perché ho un lavoro statale, ma potrei chiedere il trasferimento. Chissà che non lo faccia davvero...". 


(Articolo pubblicato sul n° 18 di Panorama in edicola dal 19 aprile 2018 con il titolo "TerremHotel")


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