Cronaca

Trent'anni di galera, ora il dubbio

Per tre decenni sono stati i mostri, ora il caso si riapre

(Ansa/Matteo Guidelli)

Che cosa succede se, dopo 30 anni, si scopre che il «mostro» non è mai stato il mostro? Se si scopre che tre persone hanno trascorso 27 anni in carcere da innocenti? E quale indennizzo materiale sarà sufficiente a rimborsare l’immagine sbiadita di tre ragazzi appena diciottenni, ammanettati e marchiati a fuoco prima che venisse buttata la chiave della loro cella? Se lo stanno probabilmente chiedendo i giudici della quarta sezione della Corte d’appello di Roma, che ha appena deciso di accettare la revisione di un processo storico, quello per la strage di Ponticelli, un fattaccio di cronaca nera del 1983 che liberò emozione e sgomento.

Il 3 luglio due bambine, Barbara di 7 anni e Nunzia di 10, vennero trovate uccise e carbonizzate, dopo essere state legate e violentate, sul greto di un canale a Ponticelli, un quartiere a est di Napoli. Erano gli anni bui del terrorismo, della Nuova camorra organizzata, della ricostruzione post terremoto. Un delitto così orrendo esigeva una svolta rapida, con giornali e tv che martellavano sulla ricerca dell’assassino e la politica che voleva, doveva trovare per forza una soluzione. Di mostri ne furono individuati tre. Le indagini, condotte dall’allora pubblico ministero Arcibaldo Miller, dopo essersi concentrate su alcuni sospettati (tra cui quello da molti considerato il vero responsabile) portarono in galera tre ragazzi: Luigi Schiavo di 21 anni, Giuseppe La Rocca e Ciro Imperante di 18. Incensurati, amici tra loro, i tre furono accusati da testimoni.

A nulla valse loro sostenere insistentemente la totale estraneità al duplice delitto; non servì neanche che al processo il fratello di La Rocca, Salvatore, raccontasse di essere stato torturato nella caserma Pastrengo dai carabinieri perché si decidesse a fare le sue accuse. L’ergastolo arrivò nel 1986 e fu confermato in Appello e in Cassazione. Nel corso degli anni i tre non hanno mai smesso di lottare, ma per due volte la richiesta di revisione del processo era stata respinta. Poi, un giorno del 1987, Enzo Tortora telefona all’allora senatore Ferdinando Imposimato. L’ex magistrato ascolta il presentatore ed ex detenuto, vittima di un clamoroso errore giudiziario: «Ci sono tre ragazzi in carcere a Spoleto, condannati all’ergastolo per la strage di Ponticelli» dice Tortora. «Ma loro sono innocenti, ne sono sicuro. Lavoraci e saprai di certo trovare le prove per scagionarli».

Imposimato comincia a interessarsi al caso; raccoglie notizie e, dopo la parentesi parlamentare, torna a indossare la toga, questa volta da avvocato. Nel 2010, con Eraldo Stefani, collega del foro di Firenze tra i più conosciuti proprio per lo sviluppo delle indagini difensive, decide di assumere la difesa dei tre di Ponticelli. Eraldo Stefani arruola anche suo figlio Francesco, giovane avvocato.

Per due anni conducono indagini tra Napoli e decine di altre città, aiutati da consulenti, periti, tecnici, investigatori privati. Ogni nuovo testimone viene ascoltato e verbalizzato e ognuno, in calce, conferma la sua disponibilità a ripetere le sue dichiarazioni ai giudici. Alla fine le indagini difensive si condensano in qualche migliaio di pagine, un faldone alto come due vocabolari. Dentro ci sono le dichiarazioni di sette tecnici e 40 testi, la maggior parte dei quali mai sentiti durante i precedenti processi. Il malloppo di nuove testimonianze che ha convinto la corte d’appello ad accettare la revisione si basa su questi tre elementi.

L’ora del delitto viene spostata molto più avanti. Non più intorno alle 20, com’è sempre stato creduto, ma dopo mezzanotte. Ci sono diversi testimoni (mai ascoltati, né in fase istruttoria né in dibattimento) che dicono di essere passati sul luogo del ritrovamento dei corpi dopo le 20 e di non avere visto nulla; ce ne sono altri che hanno visto le fiamme del rogo appiccato ai corpi solo dopo mezzanotte

Questa scoperta farebbe cadere tutto l’impianto accusatorio, che si regge soprattutto sulla testimonianza di Carmine Mastrillo. Costui, infatti, raccontò di avere incontrato i tre condannati (che pure disse di non conoscere) la sera del delitto, in discoteca, alle 20.30. Spiegò che si erano vantati con lui di quel che avevano appena fatto, descrivendone i particolari. Nelle testimonianze raccolte dalla difesa, in tanti confermano gli alibi di Schiavo, La Rocca e Imperante, proprio mentre le bambine venivano realmente uccise, e questo renderebbe irreale l’incontro in discoteca fra Mastrillo e i tre condannati

Oltre alle dichiarazioni di Salvatore La Rocca, il fratello di Giuseppe che denunciò le percosse subite per convincersi a firmare il verbale di accusa contro suo fratello, gli avvocati allegano altre inedite testimonianze di vessazioni psicologiche, se non di vere e proprie torture, che descriverebbero il clima di quei giorni. Si parla di schiaffi e sputi, ma anche di mazze da baseball, di acqua e sale fatta inghiottire con l’imbuto, di privazione del sonno. Addirittura c’è una persona, che faceva parte dello staff investigativo dell’epoca, che racconta della confidenza fattagli in seguito da un suo superiore. Gli disse: «Sono contento che anche tu hai delle perplessità, perché ci sono stati molti errori. Volevano i mostri a tutti i costi e i mostri hanno trovato».

Dice l’avvocato Eraldo Stefani: «Un nostro testimone racconta che quel pomeriggio era certamente con uno degli imputati. Ma, durante gli interrogatori subiti nella caserma dei carabinieri, venne torturato e alla fine firmò un verbale in cui disse che “non era tanto sicuro di avere passato quella giornata insieme all’imputato”. Quando ho verbalizzato la sua drammatica testimonianza, mi ha anche detto che era contento di potersi togliere un così grande peso, dopo 30 anni, perché lui è senza alcun dubbio sicuro che quel giorno era sempre stato insieme con uno degli imputati. Già solo questa testimonianza vale una revisione del processo. Però ce ne sono moltissime altre».

Gli avvocati sono in grado di dire anche chi è il vero colpevole? Stefani non vuole scoprirsi: «Gli atti processuali offrono una lettura approfondita di questo aspetto e le nostre indagini offrono un impressionante ampliamento del quadro indiziario. Basta leggere attentamente le carte, la strada per individuare il vero colpevole è molto chiara». Il 16 maggio c’è la  prossima udienza. I magistrati si troveranno di fronte anche i tre «mostri»: nel frattempo hanno messo su famiglia e continuano a stare insieme nella città umbra che ha offerto loro una nuova vita. Sono ancora uniti, esattamente come succedeva a Napoli prima del 1983. E com’è stato per tutti i 27 anni del carcere.

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