Cronaca

Gioventù rimossa

L'editoriale del Direttore di Panorama, Maurizio Belpietro, dedicata all'inchiesta sui militari italiani tornati con problemi seri dalle missioni internazionali e dimenticati

soldati italiani

Maurizio Belpietro

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Li chiamano effetti collaterali. Cioè, conseguenze non previste. Un po’ come quando si prende una pillola per curarsi da una malattia e si finisce vittima di un altro disturbo. Nei casi che vi racconta Fausto Biloslavo a pagina 12 non si tratta però di una terapia medica che porta con sé reazioni indesiderate. Bensì di conseguenze della guerra sulla vita dei nostri soldati. Sì, parliamo di quei giovani militari che mandiamo al fronte per difendere la pace. Sono migliaia, più di 6.500, dislocati nel mondo in zone di conflitto. Afghanistan, Iraq, Libano, Kosovo, Libia, Niger: 38 missioni internazionali in 24 Paesi, molti dei quali, per non pochi italiani, sono difficilmente rintracciabili sulla cartina.

Dei ragazzi che spediamo in queste missioni di pace (le chiamiamo un po’ ipocritamente così, forse per minimizzare il pericolo) sappiamo poco o nulla. Non abbiamo informazioni sull’addestramento, men che meno sull’equipaggiamento. Zero informazioni sulle loro aspirazioni per il futuro, sulle loro fatiche in luoghi non proprio confortevoli. Silenzio assoluto sui rischi che corrono. Ogni tanto fanno notizia perché uno di loro rimane ferito e, in qualche caso, muore. Attentati, incidenti, contaminazioni. Tutto dimenticato molto in fretta. Ma in realtà, oltre al notiziario scarno delle vittime di guerra in tempo di pace, c’è altro. Non solo i morti per esposizione alle bombe arricchite con l’uranio impoverito, una contaminazione negata dai governi del passato che però ha lasciato una scia di morti di cui solo recentemente si parla (il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha promesso di togliere il segreto sulla faccenda e di riconoscere i morti come vittime delle missioni di pace). Ci sono anche le ferite interne, quelle che non si vedono, ma stanno nascoste dell’animo.

Dopo la guerra del Golfo, le truppe inviate da George Bush per combattere Saddam Hussein tornarono con una malattia difficile da curare: la sindrome da combattimento. Qualche cosa del genere si era già vista in passato, dopo la guerra del Vietnam, ma allora si badava più alle mutilazioni fisiche che a quelle psichiche. Al massimo i reduci erano giudicati persone che non erano più capaci di reinserirsi nella vita normale. Gente fisicamente in forma, uscita indenne dai massacri della giungla. E tuttavia incapace di adattarsi alla routine di tutti i giorni. In realtà, lo choc per gli spari e le bombe, per i morti e la prigionia, andava oltre le ferite nel corpo. Sotto ce n’erano altre da curare. Gli studi hanno dimostrato che sono migliaia i militari americani tornati dalla guerra (anche dalla «Desert storm», nel Golfo) con disturbi psichici. Molti di loro sono finiti in cura, altri non ce l’hanno fatta e vivono ai margini o, peggio, si sono suicidati.

E in Italia? I soldati che abbiamo mandato a stabilizzare i Paesi in guerra, che hanno visto i loro compagni morire e hanno rischiato loro stessi di essere uccisi? Nessuno ne parla, ma tra quei 6.500 ragazzi armati fino ai denti che mandiamo a presidiare gli avamposti della pace, c’è chi torna traumatizzato per sempre. Fausto Biloslavo li ha incontrati e ha parlato con loro. Sono oltre duecento, persone che si svegliano ogni notte perché non riescono a dormire, inseguiti da incubi che non li mollano mai. Ogni giorno sentono l’odore della polvere da sparo, del sangue, della morte. Scampati ad attentati e sparatorie, quando chiudono gli occhi rivivono tutto: il momento dell’esplosione, il fragore, la distruzione, le urla dei feriti, le lamiere contorte e le macerie, il fuoco che brucia tutto, anche i compagni di pattuglia.

Di questi effetti collaterali non parla nessuno. Vittime della pace. Vite sconvolte, segnate da una sindrome che non ha nome. Gli attacchi di panico, il pensiero ricorrente del suicidio, i divorzi, i tentativi di curare il dolore con l’alcol, la paura che ti assale persino quando qualcuno stappa una bottiglia di spumante vicino a te. Per molti di questi soldati il futuro è nel congedo, per altri è un posto in ufficio, parcheggiati all’inferno della memoria. Di recente, all’ospedale militare di Roma, il Celio, hanno aperto un reparto che si occupa di loro, di queste vittime di una reazione indesiderata e non prevista: la paura. Loro non sono Rambo. Sono solo militari. Ragazzi arruolati a volte per un ideale, altre per necessità. Gioventù bruciata senza volerlo. Di cui però ci siamo dimenticati. redazione@panorama.it © riproduzione riservata

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