Cronaca

Genova, ponte Morandi: a che punto siamo. Promesse e realtà

A tre mesi dal crollo del ponte Morandi, il 15 dicembre inizierà la demolizione dei monconi. A quando il nuovo ponte?

Ponte Morandi

Eleonora Lorusso

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La demolizione di quanto resta del viadotto Morandi inizierà il 15 dicembre ed il nuovo ponte sarà pronto entro la metà del 2019. Ad annunciarlo il Sindaco di Genova e commissario straordinario per la ricostruzione, Marco Bucci. A tre mesi dal crollo del ponte sul Polcevera, finalmente arriva una data per l’avvio dei lavori per distruggere i monconi della vecchia struttura, operazione necessaria e precedente all’avvio della costruzione del nuovo ponte. Quando ormai anche i genovesi avevano perso fiducia, protestando in più occasioni per i ritardi, sono arrivate le parole di Bucci: “Penso che prima di Natale cominceremo i lavori di demolizione dei monconi del ponte Morandi” ha confermato il primo cittadino, indicando entro la fine di novembre la realizzazione del progetto da sottoporre alla Procura, in modo che questa possa includere eventuali osservazioni.

Si tratta di un primo passo, che però conferma lo slittamento dei termini entro i quali la città di Genova potrà avere un nuovo ponte.

Nuovo ponte entro la metà del 2019

I genovesi dovranno aspettare. La nuova struttura non potrà essere pronta nella prima parte del 2019, data auspicata dallo stesso Bucci nelle scorse settimane. La notizia dello slittamento era già nell’aria e manca l’ufficialità, ma si tratta di una conseguenza inevitabile, dati i necessari tempi di lavorazione.

E’ stato il Sottosegretario ai Trasporti nei giorni scorsi a mettere le mani avanti: “Si era detto un anno dal dissequestro, se sarà un anno e mezzo non mi lamenterò” aveva dichiarato Rixi, aggiungendo: “Si poteva fare meglio? Forse, ma l’Italia non è la Svizzera e comunque abbiamo fatto meglio del precedente governo dopo le alluvioni. Il viceministro ha anche puntato il dito contro le opposizioni, che avrebbero rallentato l’iter di approvazione del decreto Genova: “Chi adesso vuole bocciare il decreto o modificarlo al Senato si prende la responsabilità politica di bloccare oltre 500 milioni per Genova”.

L’opera ai cinesi?

Su un punto, invece, il Governo sembra non voler cedere: l’eventuale affidamento dei lavori di ricostruzione a ditte straniere e, in particolare, cinesi. L’ipotesi è emersa in occasione del viaggio a Shanghai del Sindaco-commissario.  “Se non siamo in grado di dare a un’azienda italiana la ricostruzione del viadotto, rischiamo un enorme danno di immagine. Sarebbe clamoroso a livello internazionale” ha affermato Rixi, spiegando di non essere contrario a “cercare investimenti all’estero, ma serve reciprocità. Non credo che ai cinesi interessino le concessioni autostradali e comunque sarei contrario” ha detto il Sottosegretario, concludendo: “Non voglio mica fare la fine della Grecia”, con un riferimento all’ingresso (o svendita?) dei colossi cinesi nella gestione del porto del Pireo.

Il no dei sindacati

In una nota congiunta, i sindacati degli edili Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil di Genova e della Liguria hanno bocciato ogni ipotesi di coinvolgimento di aziende straniere nei lavori: “Il commissario alla ricostruzione Marco Bucci deve garantire la priorità ai lavoratori del territorio nella realizzazione di Ponte Morandi, un’opera che può portare centinaia di posti di lavoro. Non abbiamo bisogno dei colossi cinesi per ricostruirlo, il nostro tessuto economico è in grado di procedere con grande professionalità”.

Parole che alludono ai contatti con la China Communication Construction Company, l’impresa statale di Pechino, big nel settore delle costruzioni.

Che fine ha fatto Autostrade?

Fin dal giorno dopo il crollo del ponte Morandi, il Governo si era detto contrario all’affido dei lavori di ricostruzione ad Autostrade per l’Italia, ipotizzando il ritiro della concessione. L’ultimo a minacciare questa possibilità è stato il premier Conte il 6 novembre, ospite di un programma tv. Finora, però, non sono seguiti gesti concreti. L’idea è che si stia lavorando a una soluzione “consensuale”. Autostrade, infatti, dovrebbe pagare l’opera, ma si attende la conversione del decreto in legge, col passaggio alle Camere.

Ad oggi, dunque, Aspi è sempre concessionaria dei tratti sia a est che a ovest dell’ex ponte Morandi e vorrebbe ricostruirlo, tanto da aver presentato un apposito progetto spiegando di essere in grado di realizzarlo in 9 mesi, “decorrenti dalla sua approvazione e dalla disponibilità delle aree” come chiarito in una nota. Ma diversi dirigenti e tecnici della stessa Aspi sono coinvolti nelle indagini.

Il punto sulle indagini

Anche sul fronte investigativo e giudiziario i tempi si sono allungati. L’incidente probatorio in corso in tribunale a Genova non potrà terminare entro dicembre, dunque la conclusione slitterà (almeno) a gennaio 2019. Nei giorni scorsi anche Paolo Berti, direttore delle Operazioni centrali di Autostrade per l’Italia si è avvalso della facoltà di non rispondere in tribunale. E’ indagato ad altre 20 persone e due società (Autostrade stessa e Spea del gruppo Atlantia). L’unico dipendente di Autostrade ad aver reso una testimonianza finora è stato Mario Bergamo, ex direttore delle Manutenzioni.

Intanto le attenzioni della Guardia di Finanza si concentrano su alcune telefonate ritenute “di rilevante interesse investigativo” tra la Centrale Operativa Autostradale (il COA) e gli uffici dell’azienda, riferite ad alcune ore prima del crollo stesso.

Il piano B

Data la delicatezza dei rapporti al momento tra il Governo e Aspi, c’è l’ipotesi che Autostrade non paghi per i lavori, soprattutto se si arrivasse al ritiro della concessione. Per questo lo Stato ha stanziato 360 milioni di euro in 10 anni, dei quali 72 per la demolizione e lo sgombero delle macerie, mentre la quota restante servirebbe alla realizzazione del ponte. Il ministero dei Trasporti si aspetta che Autostrade faccia fronte alla spesa, ma nel caso in cui ciò non accadesse e Aspi facesse ricorso, sarebbe proprio lo Stato a finanziare i lavori.

Su questo punto, però, le opposizioni danno battaglia, avanzando dubbi sulla congruità della cifra. Non a caso, nel liquidare il decreto, la commissione Bilancio del Senato ha ripreso le osservazioni dell’Ufficio di bilancio: “Non risulta pienamente evidente il metodo di quantificazione della somma oggetto dell’eventuale anticipo statale attivabile in caso di inadempienza del concessionario”.

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