Delitto di Garlasco: "Un mosaico di indizi contro Alberto Stasi"

Dopo nove anni anni e due processi, ieri sono state pubblicate le motivazioni della Cassazione sull'omicidio di Chiara Poggi

ANSA/DANIEL DAL ZENNARO – Credits: Ansa

Nadia Francalacci

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Stasi è colpevole. La Corte di Cassazione, ieri 21 giugno 2016, dopo nove anni, ha finalmente messo la parola “fine” sull’omicidio della giovane studentessa di Garlasco, Chiara Poggi, stabilendo definitivamente e al di la' di ogni ragionevole dubbio la responsabilità di Alberto Stasi.

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Dunque la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni di carcere inflitti nel processo d'appello bis all'ex studente bocconiano.

Gian Luigi Tizzoni, legale dei genitori e del fratello di Chiara Poggi ha sottolineato come nelle motivazioni, siano state giustamente evidenziate anche “delle anomalie” come quelle relative alla fase iniziale delle indagini, con particolare riferimento alla decisione dell'ex maresciallo dei carabinieri di Garlasco, Francesco Marchetto, di non sequestrare la bici nera di Stasi.

In questo modo, per il legale "è stato condizionato gravemente l'accertamento della verità". La bici, infatti, è stata sequestrata solo nel 2014, dopo 7 lunghissimi anni, durante il secondo processo d'appello.

Ecco tutti gli indizi che, secondo la Cassazione, compongono un “mosaico” che portano ad indicare Alberto Stasi come l’unico possibile assassino di Chiara Poggi.

Il “raptus omicida” e poi le bugie
L'ex studente bocconiano, in quella mattina di agosto del 2007, col paese semideserto ando' in bicicletta dalla sua fidanzata Chiara Poggi, si fece aprire la porta della villetta di Garlasco, un fatto abituale che non mise la ragazza sulla difensiva, poi in un "raptus omicida" la uccise a martellate "con rabbia ed emotività", buttandola poi per le scale della cantina. Dopo ha "reso un racconto incongruo, illogico e falso" sul ritrovamento del cadavere, contrastante con l'assenza di tracce di sangue sulle sue scarpe

Troppe incongruenze nel racconto di Stasi

Agì sicuramente in 'raptus omicida' ma poi, agli inquirenti, raccontò una serie di bugie. Al centro delle false dichiarazioni rese agli investigatori, proprio le scarpe che indossava troppo pulite per essere ‘arrivato’ successivamente sul luogo del delitto e aver scoperto il cadavere della fidanzata. Ma nonostante ad oggi non esista ancora un movente chiaro, nè una prova regina, ma ‘solo’ un "mosaico" di indizi, secondo la Cassazione, ciascun indizio risulta integrarsi perfettamente con gli altri come tessere di un unico puzzle che hanno contribuito a creare un quadro d'insieme convergente verso la colpevolezza di Alberto Stasi oltre ogni ragionevole dubbio. Nonostante le sue bugie.

Raptus ma non ci fu crudeltà

Quel che è stato accertato e confermato dalla Cassazione, è che non ci fu premeditazione da parte di Alberto, ma 'dolo d'impeto', una "violenta reazione emotiva" maturata nel rapporto tra i due.
L'accusa non ha sufficientemente dimostrato - secondo i giudici - la volontà di "infliggere sofferenze gratuite a Chiara", per questo a Stasi non è stata riconosciuta l'aggravante, così come fu per Parolisi nell'omicidio della moglie Melania Rea, del quale i giudici citano il precedente.

Troppi errori nelle indagini

La Cassazione rimarca l'andamento delle indagini "senz'altro non limpido, caratterizzato anche da errori e superficialità". Come "la scelta 'anomala' di non sequestrare nell'immediatezza la 'bicicletta nera da donna' della famiglia Stasi, descritta dalle due testimoni, e la posizione "quantomeno opinabile" assunta, a questo proposito, dal maresciallo Marchetto. Ma - secondo il collegio - la Corte d'appello di Milano nel processo bis si è correttamente fatta carico della "mancanza di tale tassello", valorizzando gli altri elementi

Stasi si sente vittima come Tortora

Stasi si sente una vittima della giustizia, proprio come lo fu il giornalista e presentatore tv, Enzo Tortora. Lo dice lui, Stasi, in una pacata lettera ad un quotidiano pochi giorni dopo la sentenza, dove accostava il suo caso a quello di Tortora definendosi "vittima di errate decisioni e aspettative" per consegnare un colpevole all'opinione pubblica.

Alberto Stasi adesso si trova nel carcere di Bollate, dove sta scontando la sua condanna.

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