Cassazione: 7 condanne e 4 assoluzioni su Bolzaneto

Si è chiuso il processo per le violenze alla caserma della Polizia nei giorni infuocati del G8 di Genova, del 2001. Ecco i racconti di chi visse quell'inferno

Un manifestante fermato dalla Polizia a Genova, nei giorni del g8 del 2001 (Credits: LUCA ZENNARO/ ARCHIVIO ANSA / DEF)

Dopo 8 ore di camera di consiglio i giudici della quinta sezione penale della Corte di Cassazione hanno confermato le 7 condanne per le violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001. I sette condannati sono sia agenti sia medici. I giudici hanno però assolto quattro persone, tutti facenti parte delle forze dell'ordine, i cui reati erano stati prescritti. La Cassazione ha poi confermato tutte le altre prescrizioni.

Ecco alcuni dei resoconti riportati da Panorama in un articolo del 2001 dei fermati di Genova (e condotti alla caserma Bolzaneto) a confronto con le descrizioni rese dai manifestanti di Napoli, «deportati» all'epoca nella caserma Raniero.  

A NAPOLI

«Siamo alla caserma Raniero e un corridoio di poliziotti ci accoglie con sputi, insulti, spintoni. Entro in uno stanzone. Sul fondo 5 o 6 ragazzi inginocchiati, faccia al muro, vengono presi a calci; così forti da farli saltare da terra. Tocca anche a me. Anche le provocazioni e gli insulti sono pressanti: se ti giri per vedere, giù con calci e pugni. Entro in bagno e vedo un lavandino pieno di sangue e sangue fresco schizzato sulle pareti».

C. P.

«Durante la perquisizione, cinque agenti mi hanno picchiato selvaggiamente: calci, pugni, ginocchiate, gomitate e sputi. Mi hanno colpito in ogni parte del corpo e in particolare al volto, alle gambe, ai testicoli e allo stomaco, con una gomitata che mi ha lasciato senza respiro. Non contenti, hanno pure orinato sul mio giubbotto. Poi hanno danneggiato miei oggetti personali, rotto il mio cellulare e strappato i miei soldi».

G.N.

«Un ciccione in borghese mi prende: "Aspetta di entrare nella stanza della tortura". Pochi istanti dopo mi trovo dentro un bagno piccolo con quattro (credo) della Digos. "Spogliati, merda comunista". "Tira fuori tutto dalle tasche, figlio di puttana". Mi arriva un ceffone in pieno volto, poi un calcio nello stomaco: tento di parare i colpi, ma non è facile. Mi sento stritolare i testicoli e poi mi ficcano la faccia dentro un lavandino pieno di piscio: "Bevi, bastardo, oppure affoga". Poi giù calci e pugni, finché non mi trovo per terra a urlare».

N.S., giornalista di Indymedia.

A GENOVA

«A Bolzaneto, chiuso il cancello scorrevole, ci hanno fatto scendere fra due ali di agenti. Picchiavano come fossero sotto l'effetto di droghe: ne ho visti tanti sotto l'effetto degli stupefacenti, io, e quei poliziotti erano proprio nello stesso stato. Ci hanno tenuti in piedi, davanti a un muro, senza poterci muovere, a gruppi di quattro o cinque. Quando provavi a girarti, ti arrivava un pugno nello stomaco, poi un altro, e un altro ancora. Siamo rimasti lì fino alle tre del mattino, senza avvocati, senza cibo, senza acqua».

Enrico Scaccialuga, genovese  

«Accuso la polizia italiana di avermi torturato. Tortura mentale. Sono rimasto a Bolzaneto per qualcosa come 28 ore. Non ci lasciavano dormire, ci hanno dato in tutto due biscotti dopo 12 ore. Un poliziotto mi ha preso a schiaffi e sputi mentre mi spogliavo per essere perquisito. Un altro, in bagno, non voleva che usassi il rubinetto e mi ha dato un calcio. Ci hanno costretto a stare in piedi contro un muro, con le braccia sopra la testa e le gambe divaricate: nella mia cella per un'ora e un quarto, e in almeno altre due o tre occasioni. Era come nel Cile di Pinochet».

Jonathan Blair, 38 anni.

«Per circa cinque ore, a turno, i militari ci hanno usato violenze di vario genere: la testa contro il muro, calci sui testicoli, schiaffi, colpi al torace, gas urticante in faccia. E insulti continui: "Comunisti di merda", "Froci", oppure ci dicevano "Perché non chiamate Bertinotti o Manu Chao?". Ci facevano sentire Faccetta nera, suonata con le suonerie dei loro cellulari. Ci hanno cantato una litania che ho memorizzato: "Un, due, tre, viva Pinochet; quattro, cinque, sei, a morte gli ebrei; sette, otto, nove, il negretto non commuove, sieg heil apartheid"».

Evandro Fornasier, torinese

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