È bufera sul funerale-show celebrato nel cuore di Roma in onore di Vittorio Casamonica capo del clan omonimo (in fondo al post i dettagli dell'accaduto). Con il mondo politico allarmato dai "segnali mafiosi", interpretati come una "sfida allo Stato". "Roma sfregiata, fatto inquietante", hanno attaccato dal Pd mentre Sel ha investito del caso il Parlamento chiedendo al ministro Alfano spiegazioni sull'aspetto legale della vicenda, chi è stato il regista dell'operazione, chi ha concesso le autorizzazioni.

L'imperativo categorico, delle istituzioni capitoline e della politica, è sanare la ferita, ricucire lo sfregio inferto a Roma ma anche alla Chiesa, sotto gli occhi del mondo.

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Intanto è partito lo scaricabarile, il tutti contro tutti. Con le opposizioni  all'attacco del sindaco Ignazio Marino, del prefetto Franco Gabrielli e del ministro dell'Interno Angelino Alfano entrato nel mirino anche di qualche Pd che come Federico Gelli che si è unito a Lega Fi e M5s nel chiedere al titolare del Viminale di presentarsi in Parlamento per fornire spiegazioni.

Nella capitale non potevano non sapere - è il loro ragionamento - e se non sapevano, è ancora piu' grave. Quindi, come continuano a incalzare dai social network i grillini Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, è meglio sciogliere il comune e mandarli a casa perchè ieri è stato celebrato il "funerale della legalità".

Sotto accusa anche il prefetto Gabrielli che si è cosparso il capo di cenere: sì - ha riconosciuto - sono stati commessi degli errori, ma guai a parlare di connivenza. Connivenza no ma certo delle grosse responsabilità emergono, insinuano tra gli altri come Maurizio Gasparri e Fratelli d'Italia quando osservano che quell'elicottero poteva essere pilotato da terroristi e invece di petali di rosa sganciare bombe.

Cresce l'attesa per il consiglio dei ministri già convocato per il 27 agosto con all'ordine del giorno proprio il caso Roma (slittato, prima della pausa estiva, gia' un paio di volte). Lo stesso sindaco Marino ha detto di attendersi molto dalla riunione di palazzo Chigi: in quella sede Alfano terrà la sua relazione e spero che il governo indichi quali azioni ulteriori intraprendere contro la mafia.

Nel frattempo il Pd si è messo in moto: riprendiamoci la "Don Bosco" , è il messaggio del commissario Matteo Orfini che per sanare la ferita ha annunciato un presidio Dem e una manifestazione il 3 settembre proprio nella piazza del funerale-choc (titolo della iniziativa: "Per la legalita' e contro le mafie"). Con l'occasione, Orfini ha attaccato quegli "sciacalli senza scrupoli" al lavoro anche quando le circostanze richiederebbero alla politica di "essere unita", di fare fronte comune. In solitaria continua a veleggiare il leghista Matteo Salvini che ha trovato nuovi argomenti per attaccare la Chiesa ("l'8 per mille di un boss fa piu' gola").

Che pero' il sistema della sicurezza e dell'intelligence nella Capitale abbiano mostrato una incredibile defaillance lo hanno pensato, e denunciato, un po' tutti. Ed e' soprattutto questo che ha mosso i componenti Pd della commissione parlamentare Antimafia i quali hanno chiesto alla presidente Rosy Bindi (che si e' subito attivata) di convocare quanto prima il prefetto Gabrielli. Mentre Renato Brunetta ha sollecitato una seduta straordinaria del Copasir denunciando la "totale impotenza dei servizi di sicurezza interni"

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21 Agosto

La telefonata del sindaco al prefetto

Il sindaco Marino ha chiamato il Prefetto perché siano condotti accertamenti con estremo rigore. Si è anche attivato il ministro dell'Interno Angelino Alfano che ha chiesto a Franco Gabrielli una "relazione dettagliata" sulla vicenda. 

"Roma trasformata in un set del padrino è uno sfregio", ha attaccato il commissario del Pd romano Matteo Orfini". Quanto accaduto "è una offesa a Roma e dimostra che la mafia a Roma esiste", ha affermato il vicesindaco Marco Causi. Considerazioni condivise da Rosy Bindi presidente della commissione Antimafia, allarmata dal "clima di consenso che ha accompagnato una simile messinscena". 

Il funerale

Su una carrozza antica con intarsi dorati, trainata da sei cavalli neri, è giunto ier alla chiesa di San Giovanni Bosco, nel popolare quartiere Tuscolano di Roma, il feretro di Vittorio Casamonica, 65 anni, uno dei maggiorenti dell'omonimo clan, ritenuto responsabile di attività illecite come usura, racket e traffico di stupefacenti nell'area sud est della capitale.

All'esterno della chiesa, ad accogliere la bara su cui campeggiava un'immagine di padre Pio, c'era un'orchestra che ha eseguito le note composte da Nino Rota per il film Il padrino, la celebre pellicola di Francis Ford Coppola. A seguire, musiche da 2001 Odissea nello spazio e Paradise, dalla colonna sonora di Laguna Blu, hanno accompagnano l'uscita del feretro, con lancio di petali di rose da un elicottero.

"Hai conquistato Roma, ora conquista il paradiso" e "Vittorio Casamonica re di Roma" recitavano alcuni manifesti apparsi davanti la parrocchia che lo ritraevano a mezzo busto con una corona in testa, il Colosseo e il cupolone sullo sfondo. Una folla di persone ha voluto portargli l'ultimo saluto, tra loro molte donne in lacrime e vestite a lutto. "Era una brava persona, corretto" hanno commentato alcuni conoscenti al termine della messa. Dopo la funzione, la bara è stata trasportata in una Rolls-Royce sempre con sottofondo musicale.

Ma a Piergiorgio Welby il Vaticano disse di no

"Imbarazzo" per le "scene hollywoodiane" è il commento del Vicariato. "Tuttavia il parroco ha valutato in base alle norme del diritto canonico - dicono all'ANSA fonti del Laterano - e non poteva rifiutare" la celebrazione. Il rito religioso nella chiesa dove si sono svolti i funerali di Casamonica "è stato normale, tutto si è svolto come concordato con il parroco; quello che è avvenuto all'esterno è stato fatto senza autorizzazione, anche se non era il parroco ad avere la competenza... Il parroco non era al corrente di cosa stava accadendo", neanche dell'affissione delle gigantografie del boss, "tutto è avvenuto mentre stava celebrando la funzione religiosa".

Anche perché la Chiesa di Don Bosco è la stessa che avevano scelto per la sua cerimonia funebre i parenti di Pergiorgio Welby, militante del Partito Radicale, copresidente dell'Associazione Luca Coscioni, impegnato per il riconoscimento legale del diritto al rifiuto dell'accanimento terapeutico e per il diritto all'eutanasia.
Welby era deceduto grazie all'aiuto di sanitari che diedero seguito alla sua volontà di porre fine alla sua lunga agonia. Per i funerali la moglie cattolica di Welby aveva scelto che la cerimonia religiosa venisse celebrata nella chiesa Don Bosco ma il Vicariato di Roma si oppose. A prendere la decisione fu il vicario generale per la diocesi di Roma, cardinal Camillo Ruini. Il funerale laico di Piergiorgio Welby venne quindi celebrato il 24 dicembre 2006, in piazza Don Bosco, di fronte alla chiesa.

E in quella quella stessa parrocchia nel 1990 è stato celebrato il rito funebre del boss della Magliana Renato De Pedis.

L'"apologia della malavita"

"Presenteremo un'interrogazione parlamentare al ministro dell'Interno Angelino Alfano" hanno invece dichiarato in una nota il capogruppo alla Camera di Sinistra Ecologia Libertà, Arturo Scotto, e la deputata Celeste Costantino. "Una vicenda incredibile, scene che sembrano prese da un film ma che accadono oggi nella realtà viva della Capitale del nostro Paese. Non può essere consentita a nessuno l'apologia della malavita. Chiediamo - continuano i due deputati - che vengano prese le distanze da parte delle autorità religiose e pensiamo che le autorità civili debbano dare qualche risposta su quanto accaduto, a partire dalla questura. Quei funerali possono apparire un fenomeno di folclore, ma in realtà sono un messaggio chiaro di impunità da parte dei clan: esistiamo ancora e siamo potenti. Inaccettabile - concludono Scotto e la Costantino - in uno stato democratico".

"Le scene viste fuori dalla chiesa non possono lasciarci indifferenti" ha scritto in una nota don Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera. "Non è qui ovviamente in discussione il diritto di una famiglia di celebrare i funerali di un suo membro e la partecipazione di amici e conoscenti - prosegue - grave è l'evidente strumentalizzazione di un rito religioso per rafforzare prestigio e posizioni di potere. Sappiamo che le mafie non hanno mai mancato di ostentare una religiosità di facciata, "foglia di fico" delle loro imprese criminali. Una volta di più, e a maggior ragione dopo la scomunica di Papa Francesco dei mafiosi e dei loro complici - conclude don Ciotti - è compito della Chiesa denunciarla e ribadire che non può esserci compatibilità fra la violenza mafiosa e il Vangelo".

Per il prefetto di Roma, Franco Gabrielli,"è un episodio che non va sottovalutato, ma neanche amplificato. Resta il fatto che saranno compiuti degli accertamenti. In base all'esito sarà presa una decisione", ha aggiunto spiegando che la prefettura non aveva avuto "notizia di una iniziativa tale".

Il clan Casamonica: un po' di storia

Composto da nomadi che dagli anni '70 si stabilirono a Roma, anche grazie alla collaborazione con la Banda della Magliana, il clan dei Casamonica occupò le zone sud-est della Capitale, per poi estendere i suoi traffici ai Castelli Romani e al litorale. Da un'indagine della Dia emerse nel 2004 che nel tempo il clan si era evoluto, affinando le capacità di gestire denaro e di farlo circolare, dall'Italia all'estero e viceversa, con metodi di alta finanza, fino ad accumulare un patrimonio di oltre 200 milioni di euro.

Mantenendo quel timbro matriarcale che da sempre distingue il clan, il riciclaggio dei capitali era quasi interamente gestito dalle donne della famiglia. Recentemente i Casamonica sono tornati con forza alla ribalta delle cronache per via di una foto emersa durante le polemiche legata all'inchiesta "Mafia Capitale". L'istantanea, scattata nel 2010 nel centro di accoglienza Baobab, durante una cena organizzata da alcune cooperative sociali, riprendeva Luciano Casamonica, incensurato ma ritenuto uno dei boss del clan, insieme all'allora sindaco di Roma, Gianni Alemanno, all'ex capogruppo del PD capitolino, Umberto Marroni, al di lui padre, Angiolo, garante dei detenuti della Regione Lazio, a Daniele Ozzimo, consigliere capitolino del PD, a Giuliano Poletti, poi diventato Ministro del Governo Renzi, e a Salvatore Buzzi, il boss delle Cooperative, oggi in carcere.

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