Fiandaca: "Su Messineo il Csm è in ritardo"

L'ex membro laico del Csm (voluto dal Pd) spiega tutte le sue perplessità sul caso Messineo-Palermo-Panorama

La sala dell'Adunanza pubblica del Csm, a Roma (credits: ANSA/ MASSIMO PERCOSSI)

Annalisa Chirico

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Il timbro di voce tradisce il peso incommensurabile di ogni singola parola. Ma Giovanni Fiandaca non si sottrae, non è da lui. Nei primi anni Novanta (da membro laico, eletto dal Parlamento su proposta dei Ds) ha presieduto la prima commissione del Consiglio superiore della magistratura, la stessa commissione disciplinare che oggi mette a processo il procuratore di Palermo Francesco Messineo fino a chiederne il trasferimento per incompatibilità ambientale. I due sono legati da un’amicizia antica. Per Fiandaca, che insegna diritto penale all’Università di Palermo, quella di Messineo è una vicenda dai “risvolti umani dolorosi”. Parlarne è per lui un gravoso compito, ma non si ritrae. Così, punto per punto, risponde implacabile: “Il Csm si è mosso in ritardo”.  

Perché, secondo lei, questa tempistica?

"Era cosa nota che nella gestione dell’ufficio palermitano ci fossero aspetti assai discutibili. Per alcuni dei profili sollevati però rinvengo una mancanza di attualità. Antonio Ingroia, per esempio, non fa più parte di quell’ufficio".

Rimane la domanda: perché soltanto ora?

"Io non sono un dietrologo. Se mi capita di avere un dubbio dietrologico, lo tengo per me, è una questione di educazione intellettuale. Quello di Marco Travaglio, invece, è un dietrologismo troppo facile. Lui vede subito vendette postume".

A detta di Ingroia si confermerebbe una “verità amara: chi tocca l’indagine sulla trattativa Statio-mafia passa guai”.

"È insopportabile e pretestuoso che tutto si interpreti come se questa indagine desse chissà quale fastidio. È un’indagine giuridicamente dubbia e sovradimensionata".

Un suo recente saggio demolisce l’inchiesta sulla trattativa, descrivendo una pubblica accusa prigioniera della teoria del complotto nella sua variante “mafiocentrica”. Ed evidenzia una “interazione criminalizzatrice all’insegna dell’antiberlusconismo” tra certi settori della magistratura, della politica e dell’informazione. È così?

"I magistrati non hanno considerato nel modo dovuto il principio della separazione dei poteri. Voglio aggiungere però che anche i giornalisti hanno le loro colpe. Bisognerebbe guardare alle questioni giudiziarie con un approccio più distaccato, senza limitarsi a registrare meccanicamente quello che dicono i pm né appiattirsi sulla tesi opposta".

Tornando a Messineo, nell’atto di incolpazione del Csm si legge che “ha perso piena libertà e indipendenza nei confronti del procuratore aggiunto Ingroia” tanto da subirne i “condizionamenti”.  Ingroia attende cinque mesi prima di trasmettere a Caltanissetta certe intercettazioni  scomode che riguardano Messineo. Ne è seguita un’inchiesta a carico dello stesso Messineo, che è stata appena archiviata. Lei che cosa ne pensa?

"Ingroia aveva certamente un grosso ruolo in procura. Era cosa nota a tutti. Come le ho detto, ho stima di Messineo. Preferisco fermarmi qui".

Nell’accusa rientrano alcune parentele imbarazzanti di Messineo, incluso il cognato Sergio Sacco, attualmente a processo per associazione a delinquere.

"La situazione parla oggettivamente da sé".

C’è poi la mancata cattura del boss Matteo Messina Denaro, secondo il Csm dovuta a un “difetto di coordinamento all’interno della procura” .

"Su questo aspetto non dispongo di elementi tecnici per una valutazione".

Pensa che l’iniziativa del Csm avrà riverberi sul processo  palermitano?

"Mi auguro che il processo non sia influenzato dalle prese di posizione del Csm. Poi nel mondo reale succedono tante cose".

Mi chiarisca un punto. Messineo arriva al vertice della procura di Palermo nel 2006. Già allora sono ben noti i suoi legami familiari, che lo hanno costretto anni prima ad allontanarsi dalla città. Magistratura democratica però decide di puntare su di lui, pur di evitare, si dice, il “pericolo” Pignatone a Palermo. Perché?

"Certamente Messineo ha avuto l’appoggio della corrente di sinistra, probabilmente per evitare che venisse Pignatone. Posso fermarmi qui?"

Non insisto oltre. Io non conosco Messineo, ho compreso però che deve essere una persona suscettibile. Nel dicembre 2009 Panorama pubblica un articolo dal titolo “Ridateci Caselli”, che riporta gli stessi fatti messi oggi nero su bianco dal Csm. A seguito della querela per diffamazione di Messineo, il direttore e due giornalisti di panorama sono stati condannati al carcere in primo grado. Lei che cosa ne pensa?

"Non condivido il vigore della sentenza. È evidente che l’iniziativa del Csm induce a rivalutare la presunta portata offensiva di quell’articolo. Si dovrà tenerne conto nel processo ai giornalisti".

Al posto di Messineo anche lei avrebbe intentato un processo penale?

"(lunga pausa) Sono contrario al carcere per il reato di diffamazione. Io avrei chiesto la rettifica con un eventuale risarcimento".

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