Cronaca

Fenomenologia del Giro d'Italia

101 edizioni ed è ancora la corsa dove "la democrazia" funziona. Da Coppi e Bartali a Nibali e Aru. Il Giro come album di famiglia della nazione

Tom Dumoulin in Piazza Duomo

Carmelo Caruso

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Ha più anni della Repubblica (101), ha subìto pure processi («Alla Tappa!»), ma non è mai rimasto senza leader (della corsa).

Solo al Giro non è stato necessario introdurre le quote rosa perché qui basta la “maglia” a fare sentire le donne parte del gioco. “Rosa” come le labbra che mandano baci ai corridori, “rosa” come il sole quando a sera si esaurisce e la gara si conclude. È solo allora che i ciclisti si separano dalle loro biciclette come fanno gli amanti dopo l’amplesso.

E dunque riparte anche quest’anno il Giro d’Italia perché al contrario del governo, che non si riesce a formare, nel ciclismo la crisi si prova a risolvere con una fuga. Questo è lo sport dove l’incoscienza viene prima del calcolo, dove il coraggio prevede l’insuccesso e l’insicurezza si prova ad aggirare con la sfrontatezza. Anche al Giro ci sono mandati esplorativi, come quelli che Sergio Mattarella ha affidato ai presidenti del Senato e della Camera. Ma a differenza della politica, qui, l’esploratore prepara la strada al capitano, al vero protagonista, che attende il suo momento, si “stacca” dal gruppo e si mette alla testa. Così il primo diventa secondo e il secondo si allontana fino a scomparire e tornare anonimo.

È il “dovere” a regolare la vita del Giro. Accademici di sistemi elettorali e studiosi della crisi della politica, gli italiani solo al Giro sono per il bipolarismo, due campioni dove si concentrano i difetti nazionali. Bartali è la solidità morale, Coppi è lo sgraziato elegante. Oggi a rinnovare la sfida ci sono Vincenzo Nibali (che però va al Tour) e Fabio Aru. Non è infatti vero che sia finita la stagione dei partiti. Il Giro, ad esempio, ha ancora i propri iscritti. I militanti si chiamano “girini” e se li guardate attentamente, dall’alto, hanno la forma del pesce. È la coda d’Italia ma per una volta ordinata e composta: non spintona ma incoraggia, non sgambetta ma sostiene. E che dire della nascita? Lo sforzo diplomatico è pari a quello che il conte Camillo Benso di Cavour ha profuso per l’unificazione. Il Giro è un capolavoro di sottigliezza politica e di libera iniziativa.

Lo ha pensato un nizzardo e, scusate l’orgoglio, giornalista. Si chiamava Armando Cougnet e scriveva alla Gazzetta dello Sport. Voleva far infuriare i francesi che avevano il Tour (poi ci penseranno Gino Bartali e Paolo Conte: «E i francesi ci rispettano / che le balle ancora gli girano…») e anche un po’ il Corriere della Sera che da anni accarezzava il progetto per raccontare il paese e aumentare le copie. Ebbene, il Giro è nato in redazione, ed è stata un’intuizione dei giornali che, per quanto malconci, rimangono il sottoscala delle idee e arrivano ancora dappertutto proprio come questa corsa che incantò lo scrittore Dino Buzzati: «È l’ultima città della fantasia, un caposaldo del romanticismo, assediato dalle squallide forze del progresso». Iniziato a Milano, a Loreto, di notte, il 13 maggio del 1909, oggi si corre di giorno e le tappe sono 21, 3562 km, i ciclisti 176, tutti professionisti e uomini. Ma non crediate sia stato sempre così. Nel 1924, a sfidarli si presentò e pretese di gareggiare una donna, Alfonsina Strada.

Naturalmente ci riuscì perché il Giro ha sempre anticipato i cambiamenti del costume. Va bene che si abusa di metafora, ma va ricordato che solo in questa corsa funziona la selezione e la burocrazia è appunto “a cronometro”. La misura è con se stessi. Prima di partire si sa già che molti non taglieranno il traguardo proprio come accade ai nostri parlamentari con la legislatura. Li indagherà la malasorte, c’è il rischio che possano cadere in curva, che li tradisca il fisico o che li inganni la strada con le loro buche. A proposito. In questo paese, il Giro rimane il miglior pretesto per asfaltare e coprire le voragini, è manutenzione nazionale. Solo il Giro può ripristinare le strade di Roma e solo il Giro si arrampica dove arriva la Protezione Civile ma dopo le sciagure. È il terremoto che non devasta ma che risveglia. Provate a prendere la mappa del percorso. Vi apparirà l’Italia sconosciuta, quei luoghi dove solo il caso vi farà smarrire. Scorreteli. È l’atlante dei dimenticati, dei “Cristo si è fermato a Eboli”, che per pochi minuti vengono redenti da questa carovana. Se per ogni paese c’è una casa dove ha dormito Garibaldi, nello stesso paese troverete un anziano a testimoniarvi, che sì, un giorno anche lì il Giro è passato. Giarratana, Ferla, Borgo Rizza, Castrocucco, Baronissi, Roccofluvione, Aldeno, Isera… e si potrebbe continuare spiluccando i comuni di quest’anno.

Gli organizzatori del Giro, a cui non ha mai fatto difetto la fantasia, sono riusciti a farlo transitare perfino tra le calli di Venezia. Lo racconta Giacomo Pellizzari che è l’Erodoto del Giro (Storia e Geografia del Giro d'Italia, Utet). È accaduto nel 1978. 12 km, da Marghera a Piazza San Marco. Come è stato possibile? Con un formidabile sistema ingegneristico: un ponte di battelli. E se chiedessimo agli organizzatori di costruire il Ponte sullo Stretto? Torniamo seri. Ma diciamolo pure. L’Italia che lavora e che non chiude più né per il 25 aprile, né per il 1° maggio, riesce a fare un’eccezione solo per questo serpente veloce che striscia e rende allegri i vigili urbani, per una volta muniti solo di fischietti e buonumore. È capitato - lo documentano le foto che vedete - che il Giro abbia lasciato a bocca aperta anche i cani che forse nei pedali annusano la stessa libertà del loro muoversi randagio. Ed estreme sono state le conseguenze come ha riportato Il Giornale di Salerno il 25 maggio del 1997: “Distratto dal Giro beve veleno invece di vino”. Tranquilli. Si è salvato.

Al Giro si eccede anche quando si scrive, si tracima con la retorica. Montanelli, Buzzati, Campanile, Vergani, Soldati, Chiara, anche Anna Maria Ortese chiese di seguirlo. Forse perché solo nel ciclismo, dopo i romanzi, è possibile rinominare gli uomini. E quindi Sandro Gerbi è “Il Diavolo Rosso”, Fausto Coppi “L’Airone”, Giradengo “Il campionissimo”, Francesco Moser “Lo sceriffo”, Marco Pantani “Il Pirata”, Alberto Contador “Il Pistolero”, Vincenzo Nibali “Lo squalo”… Ho chiesto a Gianni Bugno, ex vincitore del Giro d’Italia nel 1990, a quanto ammontasse il premio: «Pochi soldi. Non ci fai fortuna. Io ho dato via le coppe. Le ho regalate. Oggi faccio l’elicotterista. Il ciclismo finisce a 35 anni. Dopo rimane la vita. Ma quella semplice». Nessun ciclista si è mai arricchito. È stato sempre un mestiere per poveri. Panettieri, muratori… e se non fosse stato per Girardengo, anche Coppi sarebbe rimasto salumiere a Novi. 101 anni quindi e c’è da scommettere saranno altri 100 perché, dice Bugno, «la bicicletta è il mezzo più comodo per scappare ma anche per pensare. Nessuno lo dice, ma al Giro i ciclisti parlano tanto e non solo di gara». Strano personaggio il ciclista del Giro. Nessuno sportivo più di lui è «solo al comando» ma ancora capace di muovere la piccola Italia intimorita e che non riesce a sorridere.

È l’unico uomo che maneggi gli aggettivi del potere ma senza esserne massacrato e senza temere il calo del consenso. Tormentato e sensibile, di sicuro fragilissimo. Pier Paolo Pasolini raccontava che le domande più acute gli vennero rivolte proprio da un ciclista al Giro. Si chiamava Vittorio Adorni: «Signor Pasolini, a lei che è un grande scrittore, vorrei chiedere una cosa soltanto. È venuto al Giro e in tv per farsi pubblicità oppure crede davvero che dietro questi ciclisti, questi faticatori della strada, ci sia anche dell’altro?». Pasolini rispose che a sorprenderlo erano state le facce. Sono le facce del Giro. È questo l’album di famiglia della nazione.


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