Contro i femminicidi servono nuove leggi

Un investigatore della Polizia spiega perché le norme di adesso non sono sufficienti

Femminicidio:"La legge deve essere cambiata"

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Nadia Francalacci

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“La legge deve essere cambiata”. E’ quello che sostengono da anni gli agenti di polizia per poter intervenire e proteggere le donne dagli atti di stalking. Ma nonostante alcuni timidi tentativi la legge non è ancora cambiata. Nel novembre 2011 l’allora Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna aveva firmato il Piano nazionale contro la violenza di genere, del quale però non si è più saputo niente.

In questi anni c’è stata anche una proposta di legge, presentata dalla Carfagna, nella quale si chiedeva nel caso di omicidio di una donna e in alcuni casi specifici, la pena dell'ergastolo. Allora si dissero disposte a sottoscrivere questa proposta di legge molte deputate. Poi, il silenzio.

Ma secondo i poliziotti che ogni giorno cercano di tutelare le vittime delle violenze è fondamentale oltre che urgente rendere “irrevocabile la denuncia” nei confronti dello stalker.

Dottoressa Maria Carla Bocchino, I° dirigente Responsabile Divisione Analisi dello Sco della Polizia di Stato In molti casi di stalking e violenza domestica, le leggi attuali risultano essere inadeguate, ovvero impediscono un rapido ed efficace intervento da parte della Polizia. Che cosa e come deve essere modificata la normativa vigente per poter intervenire in modo più adeguato?

“Sicuramente la cosa più importante sulla quale il legislatore deve intervenire è quella di rendere irrevocabile la denuncia penale di stalking. Ciò avviene già con gli stupri ma è necessario estendere questa irrevocabilità  anche agli atti di  violenza perpetrati dallo stalker. Questo, infatti, potrebbe essere un deterrente. Purtroppo moltissime donne vittime di atti persecutori  presentano la querela contro il fidanzato oppure il marito ma successivamente influenzate proprio dai rapporti affettivi, dalla presenza di eventuali figli e dall’illusione di poter recuperare il rapporto, la ritirano. Trascorrono solitamente pochi giorni, a  volte pochissime ore e la donna torna ad essere vittima, spesso di una violenza ancor più feroce. In sostanza, rendendo irrevocabile la denuncia evitiamo i ripensamenti da parte della donna e possiamo attivarci immediatamente per proteggerla. Questo purtroppo non permette alle Forze di polizia di garantire l’incolumità della vittima e di preservarla sicuramente dalla morte ma sicuramente di proteggerla molto, molto di più. Con la Convenzione di Istanbul sottoscritta anche dal Governo italiano, l’irrevocabilità della querela dovrà forza maggiore entrare in vigore anche nel nostro ordinamento”.

Quanti sono i casi di stalking che sfociano nell’omicidio?

Sulla totalità degli omicidi, il 60% avviene all’interno delle mura domestiche. Di questo sessanta per cento, meno della metà delle donne ha un vissuto da vittima di atti di stalking. Questo però è il dato dichiarato ma potrebbe non corrispondere alla realtà in quanto la vittima può non aver avuto il tempo di denunciare le violenze subite. E con la sua morte non è più possibile ricostruire le eventuali violenze subite.      

La cronaca ci ha mostrato che molti degli omicidi  vengono consumati anche dopo che lo stalker o l’uomo violento  ha scontato la propria pena in carcere…

“Sì, è vero. Esiste nel nostro ordinamento un vero e proprio “buco normativo” sulla tutela della vittima post condanna dello stalker. Come per la necessità dell’irrevocabilità della querela, è altrettanto necessario che il legislatore trovi degli strumenti per proteggere queste donne dalla rabbia del loro stalker. Chi compie atti di stalking è “affetto” da una fissazione che in carcere può alimentarsi di ulteriore odio e violenza che con farà altro che aumentare la sua pericolosità sociale. La Polizia di Stato si è già attivata e sta effettando corsi di formazione ma occorrono  leggi adeguate per supportare gli interventi dei nostri operatori”.    

Spesso assistiamo all’arresto dello stalker che però non viene convalidato dal giudice…

“Sì, questo è un altro punto di incontro-scontro con l’autorità giudiziaria. I magistrati spesso sono fin troppo garantisti dello stalker anzi direi anche “cavillosi” e in questo modo non garantiscono però la sicurezza della vittima. Ad esempio in assenza di un referto medico della donna, il magistrato non procede anche se sono evidenti le lesioni o gli atti persecutori. Su questi aspetti abbiamo organizzato degli incontri proprio con l’autorità giudiziaria per capire quando sia giusto e quando no essere “cavillosi”. Ma sempre sul “post condanna” è importante che il legislatore preveda una risarcimento sia fisico che materiale della vittima. Spesso queste donne hanno subito danni ingenti  oppure menomazioni fisiche importanti che devono essere risarcite. Oggi assistiamo alla condanna ma non al risarcimento della vittima. Insomma è altrettanto fondamentale per evitare ulteriori vittime di femminicidio, tutelare la donna  anche dopo un precedimento giudiziario nei confronti del proprio stalker o marito violento”.

In attesa che venga applicata la Convenzione di Istanbul che cosa deve e può fare una donna per sfuggire al proprio aguzzino?

“Non deve rimanere sola. Questo è fondamentale. La donna, perché è parte in causa e vittima di un uomo con il quale ha un rapporto, tende a minimizzare i primi atti violenti e questo è il primo grandissimo errore della donna. La vittima deve rivolgersi  subito alle associazioni, alla Polizia o ai carabinieri ma non deve mai isolarsi”.

Recentemente alcuni politici che hanno dichiarato che le donne non devono mettere il rossetto per non provocare gli uomini. Lei da donna oltre che da poliziotta condivide questa affermazione?

“E’ davvero una stupidaggine priva di fondamento. I casi di stupro non  sono certamente legati al rossetto o all’abbigliamento provocante della donna. Oggi le violenze fisiche avvengono tra persone che si conoscono: ex fidanzati, ex compagni, amici. Dunque non incide minimamente il colore più o meno forte del rossetto.  Una affermazione di questo tipo ci fa capire che è necessario, se non fondamentale, fare formazione nelle scuole, tra i giovani. Non solo alle ragazzine ma anche ai maschi”.      

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