Cronaca

Dall'Iraq ad Assisi, accolta famiglia cristiana in fuga dall'Isis

La minaccia di morte e la paura. L'incubo finisce grazie al progetto "I Letti di Francesco" dell'istituto Serafico

La famiglia di Nameer

Simona Santoni

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Una famiglia cristiana in fuga dall'Isis. Dall'Iraq alla Giordania fino all'Italia, ad Assisi, dove Nameer, sua moglie Elham e i loro quattro figli hanno finalmente trovato pace. Grazie al progetto "I Letti di Francesco", l'istituto Serafico umbro ha infatti accolto la terza figlia di Nameer ed Elham, la quattordicenne Shosho, disabile per una paralisi celebrale alla nascita. E ha così salvato tutta la sua famiglia. 

Innovativo progetto sanitario, "I Letti di Francesco" estende le cure del centro di riabilitazione di Assisi anche ai bambini pluridisabili gravi che fuggono da Paesi in guerra. Perché l'accoglienza non ha confini. 

Il progetto I Letti di Francesco

"I posti letti che abbiamo creato con questo progetto godranno di tutte le necessità strumentali, di organico e di figure sanitarie specializzate e saranno totalmente a carico della solidarietà delle persone nella convinzione che tutti siamo responsabili e custodi della Vita", dice Francesca Di Maolo, presidente del Serafico. "Quando c'è un bambino che soffre in qualsiasi parte della Terra, non si può perdere tempo con la burocrazia, con le sue lentezze, con i suoi limiti territoriali. Abbiamo deciso di non rimanere chiusi nel nostro centro sanitario, ma di uscire dai confini del nostra ordinaria operatività per offrire i nostri servizi e la nostra specializzazione anche ai bambini dimenticati, quelli per cui il Serafico potrebbe fare la differenza tra il sopravvivere e il vivere. Vogliamo che la vita vinca sempre, anche quando è ferita dalla guerra e dalla povertà".  

Il nome "I Letti di Francesco" rimanda a San Francesco d'Assisi, a cui l'ente stesso si richiama, ma anche a Papa Francesco, la cui visita del 2013 ha spinto il centro di riabilitazione ad aprire le sue porte per rivestire di dignità la vita dei bambini disabili gravi provenienti dalle zone più povere del mondo. 

La fuga dall'Iraq

L'incubo della famiglia di Shosho, finito ora con l'atterraggio a Fiumicino e l'arrivo in Umbria, era iniziato la sera del 2 giugno 2014. Fino ad allora aveva vissuto felice a Kirkuk, il più grande centro petrolifero dell'Iraq, dove seppur tra tante difficoltà hanno convissuto arabi sciiti e sunniti, curdi, assiri caldei e cristiani. Nameer era veterinario, Elham insegnante. Ma quella sera, mentre Nameer stava tornando a casa dal lavoro, è stato fermato da uomini armati con il volto coperto. Dopo essere stato tirato fuori dall'auto con la forza, si è ritrovato con un'arma puntata sulla fronte: "Conosciamo bene la tua famiglia di cristiani infedeli. Non avete il diritto di vivere in Iraq. Ve ne dovete andare, altrimenti vi uccideremo".  

"Ancora mi domando come sia riuscito a salvarmi da quella situazione", racconta Nameer. "Quando sono tornato a casa ho avvertito mia moglie di non uscire più per nessun motivo e di non aprire la porta a nessuno". Mentre partiva la corsa al reperimento di tutti i documenti necessari per scappare, Nameer, in cuor suo, conservava la speranza di poter crescere i suoi quattro figli nella città in cui lui stesso era nato e dove aveva conosciuto sua moglie. Ma l'orizzonte presentava solo scenari più cupi.
Dopo poco tempo Kirkuk cadeva nelle mani dell'Isis e una sera di fine luglio del 2014 il telefono di casa Nameer squillava insistentemente. Dall'altra parte della cornetta la nuova minaccia: "Stai disobbedendo alla legge dell'Isis restando in Iraq. Così dimostri di non prenderti cura della tua famiglia".  

L'arrivo in Italia

La fuga dall'Iraq si rese indispensabile. L'8 settembre 2014 Nameer e i suoi cari giungono in Giordania, dove vengono accolti dalla Chiesa locale di Amman. Qui però Shosho non può seguire una corretta attività di riabilitazione e non ha accesso alle medicine necessarie. È stato don Mario Cornioli, sacerdote toscano in servizio al Patriarcato Latino di Gerusalemme, a segnalare questo caso al Serafico. 

Lo stesso don Cornioli ha accompagnato in Italia la famiglia irachena che ora, grazie al programma di reinsediamento gestito dal ministero dell'Interno, potrà trovare una nuova vita e cure mediche adeguate.

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