Sabino Labia

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Alla stregua di Giulio Cesare che, attraversando il Rubicone, esclamò alea iacta est, così per l’Expo 2015 di Milano possiamo dire il dado è tratto e indietro non si torna. Quello che ci si può augurare è che le perdite, in questo caso in termini economici, siano il più possibile contenute.

Di tutti gli eventi planetari, siano essi sportivi, culturali, sociali o altro, si conosce più o meno tutto quello che c’è da sapere: dalle organizzazioni alle date. A questa categoria, però, non appartiene il cosiddetto Expo e, a dimostrazione di ciò, basta ripercorrerne la sua storia.

In tanti si chiedono in cosa consista e cosa voglia rappresentare questa manifestazione. Per tentare di capirlo ci si deve imbarcare in un’impresa, perché di un’impresa si tratta, ai limiti dell’impossibile, che dà la misura di quanto labile e immateriale sia la Fiera delle fiere.

Con non poca fatica siamo andati a ritroso nel tempo recuperando dati quanto più possibile ufficiali per tentare di ricostruire quelle che sono state le precedenti edizioni e avere così un’idea di quello che ci si potrebbe prospettare per Milano.

Bureau Internationals des Expositions

Cominciamo con il Bureau Internationals des Expositions, l’organismo che assegna l’Expo. Il segretario generale è lo spagnolo Vicente Gonzales Loscertales (organizzatore della manifestazione di Siviglia del 1992), impossibile sapere chi lo ha preceduto. Dal 2003 al 2007 c’è stato anche un presidente e si tratta dell’ex ambasciatore cinese in Francia Wu Jianmin che si era occupato della promozione dell’ultima Esposizione a Shanghai. Anche in questo caso, prima e dopo, il diluvio. Il sito Internet non aiuta certo a raccontarne la storia. Le origini si fanno risalire a una Convenzione di Parigi del 1928.

Le Esposizioni Universali in realtà nacquero sul finire del 1800 con l’intento di glorificare il progresso e lo sviluppo industriale dell’uomo. Esse rappresentavano un’occasione unica per i Paesi partecipanti dove esporre i nuovi prodotti della ricerca, della tecnologia e dell’industria. Giova ricordare che non esisteva l’auto, il cinema, l’aereo, il telefono, la televisione, la radio, ma anche i tradizionali strumenti di uso comune come potevano essere le presse, le gru, i mobili tanto per avere un’idea.

La prima si svolse nel 1851 a Londra dove venne realizzato il Christal Palace come simbolo della realtà trasparente. A seguire fu la volta di Parigi, a conferma anche della rivalità Franco-Britannica, che nel 1889 costruì la Tour Eiffel.

Lo scandalo del Padiglione italiano nel 1958

Poi arrivarono un paio di Guerre Mondiali e qualche dittatura di troppo prima di poter rivedere la Fiera riprendere il suo percorso a ostacoli tra pseudo previsioni di successi e prevedibili e scontati fallimenti. La prima del dopoguerra si tiene nel 1958, a distanza di soli ventuno anni dalla precedente di New York, in Europa e per la precisione a Bruxelles. L’Italia del boom economico si presenta alla sua maniera, anzi non si presenta affatto all’inaugurazione, come raccontano i giornali dell’epoca. Gli architetti italiani avevano progettato un piccolo villaggio modello Costiera Amalfitana dove esporre i prodotti alimentari tipici del Bel Paese (il simbolo della manifestazione era l’atomo). Il costo previsto per la realizzazione del  grosso presepe era di 600 milioni di lire, una cifra spropositata per gli stessi addetti ai lavori. Ciò nonostante, quei milioni non bastarono per completare l’opera, e il padiglione italiano arrivò incompleto con travi, calcinacci e mattoni tanto che il governo promise agli organizzatori che almeno entro la metà del mese di maggio avrebbe completato l’opera. Sembrerà strano ma tutto questo ricorda qualcosa di molto più vicino a noi.

Passano nove anni, a dimostrazione appunto di quanto il Bie tenga alla puntualità, e nel 1967 si fa ritorno nel nuovo mondo dove Montreal celebra i cento anni dell’indipendenza del Canada alla vigilia dello sbarco sulla Luna e con la Russia che presenta lo Sputnik. Poi si decide che tre anni sono sufficienti per organizzarne un altro e nel 1970 ci si trasferisce nel Paese del Sol Levante a Osaka dove tra le altre novità viene presentata la televisione a colori. Ma, proprio l’edizione nipponica, fa registrare le prime avvisaglie dell’inutilità e dello spreco di denaro di simili manifestazioni. Dell’enorme Luna Park ambulante non si ha più notizia fino a quando non si decide di trovare un modo per celebrare i 500 anni della scoperta dell’America.

La predestinata e, col senno di poi, la sfortunata, è la cittadina spagnola di Siviglia e a volerla guarda caso l’attuale presidente del Bie, Vicente Gonzales Loscertales. Tra le altre cose il governo spagnolo garantì che la zona dove era stata allestita la Fiera, l’isola artificiale di Cartuja, dove era stato addirittura deviato il corso del fiume Guadalquivir, sarebbe diventata addirittura un polo di sviluppo scientifico-tecnologico modello Silicon Valley (è stato detto la stessa cosa per il futuro di quella di Milano). A distanza di un anno il luogo era un cimitero con i padiglioni abbandonati, ma Loscertales aveva scalato il Bie.

Lo scandalo di Lisbona e il flop del Millennio ad Hannover

Passano altri sei anni e a pochi chilometri di distanza si svolge l’ultima Expo del secolo e del Millennio. Siamo a Lisbona in Portogallo, la Cenerentola d’Europa. L’11 agosto 1998, in pieno svolgimento, arriva anche lo scandalo. L’amministratore delegato dell’ente Parco Expo, Joao Caldeira, viene arrestato con l’accusa di peculato e abuso d’atti d’ufficio (quei reati tipici della Penisola italica). Il manager aveva venduto i terreni a una cooperativa immobiliare di cui era anche socio e i soldi che dovevano finire nelle casse dell’Expo non erano mai arrivati. Si parlava di una cifra che andava dai 10 ai 14 miliardi di lire.

Si volta pagina e si va nel Terzo Millennio, ma la storia non cambia. Nel 2000, dopo le polemiche susseguitesi al tentativo di promuovere la candidatura di Venezia, a spuntarla è Hannover, capitale della Bassa Sassonia, una città che gli stessi tedeschi non amano, ma che serve per celebrare pomposamente la grandezza teutonica dopo la sua unificazione. Alla cronaca passerà come il flop del Millennio, tanto che gli organizzatori furono costretti a ingaggiare, a metà Expo, la conduttrice di un programma erotico per una campagna pubblicitaria con l’intento di risollevarne le sorti.

Dell’ultima esposizione conosciuta, quella di Shanghai che aveva come tema città migliore – vita migliore (dove lo smog ha coperto il sole), si sa soltanto che dei presunti 72 milioni di visitatori il 99% sono stati cinesi trasportati a forza nella più tradizionale delle scene modello truppe cammellate per cercare di dimostrare che il Paese asiatico è in grado di realizzare numeri inarrivabili.

La storia, come sempre, qualcosa insegna, basterebbe soltanto che qualcuno si prendesse la briga di leggerla anche approssimativamente, non si ha la pretesa che venga addirittura studiata. Auguriamoci che le perdite siano contenute.

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