Ecco dove la giustizia deve essere tagliata

Per costruire e inaugurare una scuola di aggiornamento per giudici ci sono voluti 30 anni e milioni di euro

Ecco dove la giustizia deve essere 'tagliata'

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Chi sostiene che le spese per il funzionamento della giustizia non possano essere compresse dovrebbe fare tappa a Bergamo. Lasciata alle spalle la stazione ferroviaria, superato il municipio, si imbatterebbe nel Collegio vescovile Sant’Alessandro.

Qui, da quasi 5 anni, lo Stato versa una ricca pigione alla diocesi per l’affitto di un’intera porzione di edificio, nel frattempo ristrutturata, cablata e parzialmente arredata a sue spese.
Salvo rescissione del contratto, continuerà a farlo fino al 2016, quando il conto, mobilio escluso, avrà superato gli 1,8 milioni di euro. Peccato che quell’ala di palazzone neoclassico non sia mai stata utilizzata: avrebbe dovuto ospitare una delle tre sedi della Scuola superiore della magistratura, ma lo scorso anno il ministero (allora retto da Paola Severino) in ossequio alla spending review ha stabilito che una sola sarebbe stata sufficiente.

Il 15 ottobre 2012, infatti, la scuola ha aperto i battenti a Firenze, e non in un edificio qualsiasi, ma nella spettacolare Villa Castelpulci, meraviglioso palazzo trecentesco a lungo adibito a manicomio, poi abbandonato e infine restaurato al costo di altri 14 milioni, ma c’è chi dice 17. La gestazione della scuola, però, è durata oltre 6 anni ed è costata complessivamente altri 22 milioni (per intenderci, più della cifra stanziata per il ripristino delle scuole emiliane dopo il sisma del 2012), è lo specchio impietoso di sprechi, interessi di parte e lacunosità progettuale.

Tutto inizia alla fine del 2005, quando il governo Berlusconi decide il varo della scuola, che avrebbe dovuto farsi carico della formazione togata a tutti i livelli: dagli uditori giudiziari ai magistrati in tirocinio, dalle più alte specializzazioni ai capi degli uffici e a chi viene destinato a incarichi presso gli organismi esteri. Si tratta di uno dei punti cardine della riforma della giustizia, modellata dal ministro di allora, Roberto Castelli: rimarrà l’unico a essere attuato, seppure tardivamente.
Sulla carta la scuola è un’ottima mossa per ottenere risparmi e sinergie, garantendo una formazione coordinata e di alta qualità che fino a quel momento latita (vedere riquadro a lato). Ma già all’indomani del varo, il 30 gennaio 2006, veti incrociati e avvicendamenti al governo impediscono persino di nominare il comitato direttivo, che infatti si insedierà quasi 6 anni più tardi, il 14 novembre 2011: sette membri sono nominati dal Csm e altri cinque dal ministero, mentre come presidente viene scelto Valerio Onida, ex giudice costituzionale e candidato del Pd alle primarie per il Comune di Milano e di recente membro del comitato di saggi del pre-sidente della repubblica Giorgio Napolitano.

Tutto a posto? No, perché prima di far partire i corsi veri e propri occorrerà un altro anno. Nel frattempo la macchina burocratica e soprattutto l’allestimento delle sedi prescelte hanno già macinato enormi risorse.
La versione originale del testo prevede tre sedi: Bergamo per il Nord, Latina per il Centro e Catanzaro per il Sud. La prima è in quota Lega, la seconda ripara a un antico torto dell’ordinamento giudiziario (il Lazio è l’unica grande regione italiana con una sola corte d’Appello, con Latina che reclama da anni la nuova assegnazione per sé), la terza viene sollecitata dai parlamentari calabresi.

Nel maggio 2006 subentra il governo Prodi, che dispone a sorpresa le sostituzioni di Latina con Firenze e di Catanzaro con Benevento, feudo del nuovo ministro della Giustizia, Clemente Mastella. E tra le due pretendenti del Mezzogiorno inizia una battaglia a colpi di carte bollate: nel 2009 il tar restituisce la scuola al capoluogo calabrese, poi nel febbraio 2012 il Consiglio di Stato riporta l’istituto alle pendici del Sannio. Mentre la fazione calabrese progetta nuovi ricorsi, la presidente della provincia Wanda Ferro sembra essere l’unica ad annusare lo stato reale delle cose: «Secondo me, la scuola non la mettono né qui né là». Infatti nel giro di quattro mesi arriva la doccia fredda dal ministero: una sede, a Firenze, basta e avanza.
Peccato che la situazione d’incertezza, nel frattempo, non abbia consigliato agli enti locali maggior cautela nei loro investimenti.
A Catanzaro sono stati spesi quasi 2 milioni per rimettere a nuovo il secentesco Palazzo Doria, e fortunatamente è abortita in tempo la possibilità di liberare altri 700 metri quadrati nel vicino, e altrettanto bisognoso di lavori, Palazzo Fazzari. A Benevento di milioni ne sono serviti 5 per ristrutturare l’ex caserma Guidoni, poi rimasta desolatamente vuota.

Esattamente come è accaduto a Bergamo: «Se penso che quelle aule le abbiamo inaugurate già due o tre volte (l’ultima, il 18 giugno 2011, alla presenza di ben tre ministri: Angelino Alfano, Umberto Bossi e Roberto Calderoli, ndr) e non vedremo mai una lezione, vado in bestia» si sfoga con Panorama il sindaco Franco Tentorio, che per anni ha tempestato di richieste il ministero.

Senza risposte, o quasi. «Tra febbraio e marzo 2012, per la verità, si sono fatti vedere qui a Bergamo alcuni dirigenti di via Arenula» ricorda. «Hanno ispezionato i locali, mostrato soddisfazione, ribadito che entro quell’anno sarebbero finalmente partiti i corsi». Sono partiti, sì, ma soltanto a Firenze. O meglio a Scandicci, dove Villa Castelpulci quest’anno ha finalmente iniziato a funzionare. Tra corsi, rimborsi spese, logistica e personale amministrativo (i funzionari sono una ventina, quasi tutti in distacco dal ministero, ma il loro numero potrà salire fino a 49) la scuola fiorentina costerà 15,8 milioni l’anno: questo almeno è quanto il governo ha messo a bilancio, alla voce «spese incomprimibili », per il triennio 2013-2015.

Fin qui le cifre e le polemiche. Tra i magistrati non manca chi critica anche il funzionamento della scuola: giudici che hanno partecipato al primo gruppo di corsi denunciano a Panorama la qualità non eccelsa degli insegnanti selezionati dal consiglio direttivo.

Critica è anche la posizione ufficiale espressa dall’Associazione nazionale magistrati, il sindacato delle toghe che già nel 2010 parlava di «limiti e lacune» sul fronte organizzativo e manifestava «preoccupazione per il silenzio e l’inerzia del ministero», per la divisione in tre sedi e per il rischio di scegliere quadri e insegnanti «secondo logiche di appartenenza».

Tre anni dopo molte di quelle osservazioni restano valide (vedere l’intervista in alto) e ai primi di giugno sono state oggetto di un confronto tra Onida e i vertici dell’Anm. Si discute ancora, insomma. Ma intanto per la scuola sono stati necessari cinque governi, sette ministri e 22 milioni di euro, almeno 8 dei quali spesi inutilmente.

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