Cronaca

Chi era il boss Bernardo Provenzano

Il capo dei capi di Cosa Nostra aveva 83 anni, era malato da tempo. La storia, le stragi e la latitanza del boss chiamato 'U Tratturi

Bernardo Provenzano il giorno della sua cattura – Credits: Ansa-Archivio

Binnu u' Tratturi, Zu Binnu o il Ragioniere. Tre soprannomi per indicare un boss, anzi, “il” boss uno dei più feroci di Cosa Nostra: Bernardo Provenzano.

Binnu u' Tratturi ovvero, Bernardo il trattore chiamato così tra i suoi gregari per la violenza con cui falciava le vite dei suoi nemici, è morto questa mattina nell’ospedale San Paolo di Milano all’età di 83 anni.

Da oltre un anno e mezzo, da diverse perizie mediche, il capomafia era considerato “poco più che un vegetale". Tutti i processi in cui era ancora imputato, tra cui quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, erano stati sospesi proprio perché il boss era stato ritenuto incapace di partecipare.

Gli ultimi mesi del boss

I medici avevano accertato un grave stato di decadimento cognitivo, lunghi periodi di sonno, rare parole di senso compiuto, eloquio assolutamente incomprensibile, quadro neurologico in progressivo, anche se lento, peggioramento.

Infatti, per quasi due anni l'avvocato del boss, Rosalba Di Gregorio, ha chiesto senza successo, la revoca del regime carcerario duro e la sospensione dell'esecuzione della pena per il suo assistito, che ciononostante, per la Magistratura rimaneva sempre il numero uno di Cosa Nostra.

Nasce a Corleone il 31 gennaio 1933 e già nei primissimi anni dell’adolescenza, Bernardo Provenzano fa capire che è destinato a diventare uno dei boss di Cosa Nostra.

Inizia come ladro di bestiame

E’ il terzo di sette figli di una famiglia di agricoltori e non avendo finito neppure la secondo elementare, fu mandato nei campi a lavorare come bracciante. Ma il suo lavoro da agricoltore dura pochissimo. Provenzano, comincia a portare a segno una serie di attività illegali: dal furto di bestiame ai generi alimentari.
Non passano molti anni che poco più che ragazzo giura fedeltà al mafioso Luciano Liggio, che lo affilia alla cosca mafiosa locale.
Secondo le indagini dell'epoca dei Carabinieri di Corleone, in quel periodo Provenzano cominciò a occuparsi di macellazione clandestina di bestiame rubato nei terreni della società armentizia di contrada "Piano di Scala" a Corleone insieme con Liggio e alla sua banda.

Il primo conflitto a fuoco

All’età di 25 anni, il 6 settembre 1958, Provenzano partecipa a un conflitto a fuoco contro i mafiosi di un clan avversario ovvero Marco Marino, Giovanni Marino e Pietro Maiuri. In questo conflitto rimane ferito alla testa e arrestato dai Carabinieri: per lui la denuncia fu per furto di bestiame e formaggio, macellazione clandestina e associazione per delinquere.
Ma questo certamente non fermo l’animo in fermento di un boss che voleva emergere e prendere il potere.

Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Calderone, Provenzano partecipò alla cosiddetta «strage di viale Lazio» il 10 dicembre 1969 per punire il boss Michele Cavataio. Durante il conflitto a fuoco, Provenzano rimase ferito alla mano ma riuscì lo stesso a sparare con la sua Beretta 38.

Fu proprio in quella strage che a Provenzano venne dato il nomignolo di ‘U tratturi, con riferimento alle sue capacità omicide in quanto lui “tratturava” tutto e da dove passava sembrava non crescere più l'erba.


Riina e Provenzano: "le belve"

Dopo Calderone sono Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno, nel 1974, a spiegare che ai vertici di Cosa Nostra c’erano Riina e Provenzano. Loro divennero i reggenti della Famiglia di Corleone dopo l'arresto di Liggio da quale ricevettero anche l'incarico di reggere il relativo "mandamento".

Riina Salvatore e Provenzano Bernardo, nel 1978, erano già noti, per la loro ferocia, come "le belve". Loro, infatti, già quasi 40 anni fa avevano sulla coscienza oltre quaranta omicidi.

Nel 1981 Provenzano era sempre al fianco di Riina e insieme scatenarono la cosiddetta «seconda guerra di mafia», con cui eliminarono i boss rivali e insediarono una nuova "Commissione", composta soltanto da capimandamento a loro fedeli. Un collaboratore di giustizia, Nino Giuffrè, qualche anno dopo dichiarerà che Riina e Provenzano «non si alzavano da una riunione se non quando erano d'accordo».

L'eredità di Riina

Divento il numero uno di Cosa Nostra nel 1993, dopo l'arresto di Riina. Fu Provenzano che ‘giocò’ il ruolo di “paciere” tra la fazione favorevole alla continuazione degli attentati dinamitardi contro lo Stato ovvero Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e l'altra contraria composta da Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Matteo Motisi, Benedetto Spera, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri.
Provenzano, in questo momento così ‘delicato’ per gli assetti di Cosa Nostra post arresto di Riina, riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia, in "continente".

Sarà lui a firmare gli attentati dinamitardi a Roma, Firenze e Milano, che provocarono numerose vittime e danni al patrimonio artistico italiano.

Dal 1993, per tredici anni, furono moltissime le indagini e i blitz effettuati dai carabinieri e dalla polizia per cercare di scovare e arrestare Binnu u' Tratturi, ormai da anni latitante.

Depistaggio e l'arresto

Nel 2006, quando ormai le forze dell’ordine erano sulle sue tracce, si verificò un tentativo di depistaggio. Era il 31 marzo 2006 ovvero11 giorni prima dell'arresto: il legale del boss latitante annunciò la morte del suo assistito. La notizia fu immediatamente smentita dalla DIA di Palermo e 11 aprile 2006, fu scritta la parola “fine” alla sua latitanza.

Le indagini che portarono al suo arresto si incentrarono sull'intercettazione dei famosi pizzini, i biglietti con cui comunicava con la compagna e i figli, il nipote Carmelo Gariffo e con il resto del clan.
Dopo l'intercettazione di questi pizzini e alcuni pacchi contenenti la spesa e la biancheria, movimentati da alcuni staffettisti di fiducia del boss, i poliziotti della Squadra mobile di Palermo e gli agenti della Sco riuscirono a identificare il luogo in cui si rifugiava.

Individuato il casolare, gli agenti monitorarono il luogo per dieci giorni attraverso microspie e intercettazioni ambientali, per avere la certezza che all'interno vi fosse proprio Provenzano.

Poi l’11 aprile, dopo 43 anni di latitanza il blitz e l'arresto a cui Provenzano non oppose la minima resistenza, limitandosi a chiedere che gli venisse fornito l'occorrente per le iniezioni che doveva effettuare in seguito all'operazione alla prostata.
Non tentò neppure di negare la propria identità anzi si complimentò stringendo la mano agli uomini che gli avevano messo le manette.

Il casolare della latitanza

Il casolare nel quale viveva ‘U Tratturi era arredato in maniera spartana, con il letto, un cucinino, il frigo e un bagno, oltre che una stufa per il freddo e la macchina da scrivere con cui compilava i pizzini.
Bernardo Provenzano a differenza gli altri boss non si è mai sposato. E’ stato legato sentimentalmente a Saveria Benedetta Palazzolo, con la quale ha convissuto durante gran parte della latitanza e dalla quale ha avuto due figli : Angelo, nel 1975 e Francesco Paolo nell’aprile del 1982.

La detenzione in carcere

Dopo l’arresto Provenzano “gira” per diversi istituti carcerari italiani sempre in regime di 41 bis. Dalla questura di Palermo viene trasferito nel supercarcere di Terni. Dopo un anno viene spostato al carcere di Novara a seguito di alcuni malumori degli agenti di Polizia Penitenziaria.

Dal carcere di Novara, il boss ha più volte tentato di comunicare con l'esterno in codice, fu così che venne trasferito a Parma. Nello stesso giorno del trasferimento, il 19 marzo 2011, gli viene confermata la notizia di un cancro alla vescica. Poche ore fa, all’età di 83 anni, “la belva” muore, lontano dalla sua terra, all’ospedale San Paolo di Milano.


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